Dai “ringhi di Sarajevo” ai “referendum in Bosnia”. Una risposta al Corriere della Sera

Dalla fine della guerra, la Bosnia-Erzegovina è di fatto scomparsa dai giornali, salvo ricomparire puntualmente alla scoperta di nuove fosse comuni o all’arresto di qualche criminale di guerra. Quando se ne parla, come nel caso di questo articolo del Corriere della Sera e del successivo reportage “L’ultimo massacro e il referendum [sic] da brividi”, a firma di Francesco Battistini e Antonio Ferrari, i toni usati sono cupi e opprimenti. L’attenzione si focalizza principalmente sulla guerra degli anni Novanta e sugli “odi mai spenti”. L’analisi si fonda su diversi errori, imprecisioni, stereotipi che rivelano un’incomprensione della situazione attuale nel paese. Di seguito ne facciamo una breve rassegna e alcune considerazioni.

Censimento, non referendum

Tanto per iniziare, in Bosnia-Erzegovina si è tenuto un censimento, non un referendum. C’è una bella differenza.  Si omette che le domande del censimento non erano solo 3, ma circa 50. Oltre a quelle su identità nazionale, lingua e religione c’erano quesiti sulle occupazioni, sulle abitazioni e sui beni posseduti dalla popolazione, come in qualunque altro censimento del mondo. Secondo il Corriere, sarebbe stato meglio ritardare il censimento “per non far riesplodere odi mai sopiti”, e quindi resistere alle pressioni dei cosiddetti “eurocontabili” che l’avrebbero imposto nell’ottica di un comunque lontano ingresso della Bosnia nell’UE. Secondo noi, invece, il censimento è l’atto dovuto da parte di un paese che, come qualunque altro, vuole semplicemente sapere quanti sono i cittadini che vi risiedono, di cosa vivono, che cosa possiedono.

Si potevano evitare le 3 domande sensibili, ma non il censimento in sé. Perché emergeranno dati fondamentali per le politiche sociali ed economiche di un paese che vuole essere normale. E quindi, dovrebbe essere il punto di partenza per la revisione del sistema politico imposto con gli accordi di pace di Dayton, che consente all’attuale classe dirigente bosniaca di rimanere al potere e bloccare le decisioni sulle questioni più importanti utilizzando la clausola dell’interesse (etno)nazionale.

Le “macabre gaffes”

Non possiamo fare a meno di osservare qualcuna delle imprecisioni, errori e grossolanità nei servizi in questione. Nessuno nega che Sarajevo stia vivendo un’islamizzazione soft, ma da qui a tratteggiarla come una specie di Kabul tardo-talebana ce ne passa. Il film “No man’s land” è di dodici, e non venti, anni fa. Che i bosniaci abbiano esultato “tutti assieme” per la qualificazione ai mondiali 2014 della nazionale di calcio, come si è detto già in queste pagine e anche altrove, è (purtroppo) più una favola da anime belle che una realtà. “Senad Pjanić” e “Miralem Lulić” si chiamano in verità Senad Lulić e Miralem Pjanić, bastava una googlata o una visita ai siti della Lazio o della Roma per verificarlo. E Battistini, nel voler denunciare una “macabra gaffe”, ne commette un’altra: il cosiddetto “hotel dell’orrore” che fu luogo di stupri etnici e dove hanno recentemente dormito gli ispettori del censimento si trova a Višegrad, non a Pale, da cui e’ distante 102 chilometri. Infine, che dire dei “ringhi” dei cani randagi, che secondo Battistini sono il problema più grave di Sarajevo, e il tutto per colpa dell’animalismo buonista dell’UE? Ci ritorneremo nelle prossime righe.

Parla da sé, inoltre, l’etichetta di “Vicino oriente” appiccicata alla Bosnia-Erzegovina in apertura del servizio video. Che cosa c’entri con il Vicino Oriente un paese che geograficamente e culturalmente appartiene da sempre allo spazio europeo, lo sanno solo Ferrari e Battistini. Se Maria Todorova facesse uscire un’edizione aggiornata del suo celeberrimo saggio “Immaginando i Balcani”, probabilmente li citerebbe come perfetti esempi del tipico pregiudizio di parte occidentale nei confronti dell’area balcanica. Caricata di etichette orientaleggianti e/o bizantine che appartengono ad altre epoche. Già che aspettiamo la ristampa, suggeriamo ai due reporter la lettura. Magari da accompagnare all’ascolto di questa stupenda canzone che non c’entra con la Bosnia, ma ha un titolo che potrebbe suggerire qualcosa ai nostri due giornalisti. “La guerra è finita”, appunto.

E’ così difficile da raccontare la Bosnia di oggi?

Le ferite da ricucire in Bosnia siano ancora tante, e il processo di riconciliazione deve passare attraverso una presa di coscienza collettiva di quanto è successo tra il 1992 e il 1995. Ma la Bosnia-Erzegovina, per fortuna, non è solamente odio e fosse comuni. Non è obbligatorio scrivere in ogni articolo la cifra 100.000 seguita da “morti” o “vittime”. È un modo di informare che contribuisce a rendere perenne l’associazione tra Bosnia e odi etnici, massacri, assedi, fosse comuni. Uno stigma proiettato in una dimensione quasi a-temporale. Niente d’altro, niente di nuovo. Eppure la Bosnia non è solo questo.  È ora di guardare al presente e al futuro.

Il che, attenzione, non necessariamente significa parlare della Bosnia-Erzegovina in modo edulcorato e sdolcinato. La si potrebbe raccontare semplicemente per quella che è ora, anche nei suoi aspetti più oscuri. Ma quelli di ora, non sempre e solo quelli della guerra di venti anni fa oppure la loro maldestra proiezione nel 2013.

I dipendenti di uno dei giornali più venduti d’Italia potrebbero sforzarsi di conoscere, e raccontare, la Bosnia-Erzegovina – e, perché no, tutti i Balcani – di oggi. La criminalità bosniaca di oggi. Il narcotraffico di oggi. La corruzione dei politici bosniaci di oggi. Gli effetti perversi del sistema istituzionale bosniaco di oggi. La segregazione scolastica di oggi. Le sfide della mancanza di una memoria comuneC’è chi lo fa, in maniera competente e con molte meno risorse economiche di quante ne abbia il Corriere della Sera. Ad esempio, molti giornalisti e studiosi italiani, ovviamente mai presi in considerazione dalla stampa mainstream. Ed è quello che proviamo a fare, assieme a molti altri, ormai da quasi quattro anni, noi di East Journal.

I giornali italiani potrebbero dare spazio anche alle altre facce, meno oscure, della Bosnia-Erzegovina. Oltre alla fossa comune di Tomasica, si potrebbe ricordare che a Prijedor esiste un gruppo di cittadini riuniti attorno all’iniziativa Jer me se tiče (“Perché mi riguarda”), che lottano affinché le autorità politiche riconoscano che una campagna di pulizia etnica è stata perpetrata ai danni della componente non-serba della popolazione durante la guerra del 1992-95. Il riconoscimento di quanto avvenuto non intende alimentare l’odio tra le diverse comunità, ma favorire la riconciliazione tra le parti. Inoltre, in occasione della Giornata internazionale della pace del 21 settembre, i giovani di Prijedor e dei villaggi vicini hanno creato la piattaforma Mladi za pomirenje, (“Giovani per la riconciliazione”), in cui sono confluite alcune associazioni giovanili appartenenti alle diverse comunità della zona.

I giornali avrebbero potuto dare spazio alla rivoluzione dei bebé (Bebolucija), la protesta popolare organizzata quest’estate di fronte al parlamento di Sarajevo e in altre città della Bosnia Erzegovina dai cittadini di tutte le comunità. Di fronte all’incapacità dei politici di trovare un accordo sul numero di identificazione personale, che avrebbe permesso ai neonati di avere accesso ai documenti d’identità, migliaia di cittadini si sono riuniti per rivendicare il diritto all’esistenza dei loro bambini, indipendentemente dalla comunità di appartenenza. Hanno ribadito l’importanza dei diritti dei cittadini bosniaco-erzegovesi: una categoria che l’attuale costituzione della Bosnia, imposta dalla comunità internazionale, non riconosce.

Fuori dai “ringhi”

Infine, qualche precisazione sui cani randagi “che scorrazzano per Sarajevo”, detta da chi risiede in città. La frase “C’è da rabbrividire fra i ringhi, quando si passeggia in centro” suona esagerata per non dire grottesca. I cani di Sarajevo hanno generalmente un  atteggiamento tranquillo e raramente reagiscono, a meno che non vengano provocati. Il problema non si risolve abbattendoli, ma avviando una campagna di sterilizzazione massiccia e di sensibilizzazione al problema. La sterilizzazione è già stata avviata dall’ONG “Dog Trust” e operata già con la maggior parte dei cani che si aggirano per il centro di Sarajevo. La stessa ONG si occupa anche di sensibilizzare la popolazione, ed in particolare i bambini, contro l’abbandono dei cani.

La Bosnia Erzegovina potrebbe salire agli onori della cronaca non solo per i campi di concentramento, le fosse comuni e i cani randagi da abbattere con toni inopportunamente lugubri e minacciosi. Si può tornare a parlare della Bosnia-Erzegovina, e dei Balcani, di oggi. Come si vede, ci sarebbero molte notizie a cui dare spazio. Noi lo stiamo già facendo.

Foto: Flickr / Chun Lam

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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5 commenti

  1. Complimenti Alfredo! Questo articolo era necessario! Quando ho letto l’articolo di Repubblica pure a me sono venuti i brividi.

    L’unica cosa che mi lascia perplessa sono le tre domande sensibili. Secondo te non dovevano farle? Io penso che siano dovute. Ogni persona ha il dirtto di definirsi come appartente ad un determinato gruppo nazionale. Per definizione ogni etnia e’ composta prima da caratterri soggettivi (senso di appartenza) e poi da quelli oggettivi. Tuttavia, non sono d’acccordo con l’idea di persguire alla categorizzazione di un popolo in base a dei confni statali. Anche se, sicuramente, tale processo renderebbe molte questioni piu’ facili da gestire.

    Il problema non sono le domade. I problemi, secondo me, sono: in prmis la strumentalizzazione di queste tre domande dai media e a fine politici. Secondo, la sensibilita’ che questo argomento ancora riveste in BiH. In parole povere, se nessuno fosse interessato a tale argometo, in questo caso l’appartnenza etnica, nessuno ne parlerebe. Insomma, tutto e’ relativo. Sta a chi e’ al potere gestire le questioni “calde” in maniera intelligete, proattva ed inclusiva. Ovviamente, questo non e’ il caso della elite bosniaca.

    L’appartenza etnica in quanto tale non penso sia il problema principale. Ma la gestione dell’identita’ etnica come avviene tutt’oggi in Bosnia lo e’. Bisognerebbe passare da u processo caratterizzato dall’esclusione ad un processo di integrazione. Ovvimente questo processo necessita del tempo soprattutto in un contesto dove le persone vivono forti traumi.

    Le differenze dovrebbero essere mantenute (in maniera positiva intesa come multi culturalita’) ma allo stesso tempo dovrebbe essere privilegiato un senso di appartenza comune allo stato bosniaco come cittadni uguali e aventi gli stessi diritt e doveri.
    In questo senso la elite bosniaca dovrebbe avere un ruolo di primo piano nel tentativo di costruire una societa’ democratica basata sull’inclusione. Purtroppo, a parer mio, sta accadendo il contrario.

  2. Girello Destrorsi

    Bravi. Ma non fate troppe critiche ai ben remunerati colleghi di via Solferino, altrimenti si iniziano a sentire i loro lugubri ringhi….

  3. Domenico Giordano

    Complimenti per la professionalità e lo spessore delle argomentazioni di fondo.
    A parte un provincialismo tipico di una cosiddetta grande stampa,
    c’è una profonda ignoranza ed estremo pressapochismo verso una realtà a noi molto vicina e molto importante sotto vari aspetti,
    verso cui la nostra classe dirigente ( politica ed economica) non riesce o non è
    culturalmente in grado di mostrare alcun interesse..

  4. Grazie di questo articolo. Io ormai ero rassegnata a leggere sempre le stesse cose senza neanche più sforzarmi di spiegare, di correggere, di attenuare. Mi fa molto piacere che almeno qualcuno sappia che la Bosnia non è solo quella che ci rifilano i pigri “professionisti”.

  5. …davvero Grazie!

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