MACEDONIA: Elezioni /1 – Buone recinzioni non fanno buoni vicini

di Matteo Zola

Cittadella di Skopjie, foto by matteozola

“Buone recinzioni fanno buoni vicini” recita un vecchio detto balcanico, ma questo non sembra essere il caso della Macedonia.

La piccola repubblica ex yugoslava ha avuto una lunga serie di problemi con i suoi vicini da quando è diventata indipendente nel 1991: dall’identità nazionale, al nome dello Stato, alla lingua ufficiale fino alla chiesa locale. Tutto è oggetto di disputa. Alcuni politici temono che la Bulgaria potrebbe bloccare il futuro ingresso macedone nell’Unione Europea. La Grecia non riconosce il nome del Paese, la Serbia rifiuta l’indipendenza della sua chiesa nazionale e la Bulgaria  semplicemente non riesce ad accettare l’esistenza di una nazione e di una lingua macedone.

La Grecia e la questione del nome

La questione del nome è la disputa più nota. Atene si rifiuta di accettare il nome di “Macedonia”, sostenendo che appartiene esclusivamente alla storia greca e temendo future rivendicazioni di Skopjie sulla regione greca chiamata appunto “Macedonia”.  Poi, si sa, la Storia si riscrive in base alle necessità e se i macedoni di oggi niente hanno a che vedere con le imprese di Alessandro il Grande, i greci contemporanei non c’entrano nulla con Aristotele che ne fu il maestro. La questione del nome, che ha costretto Skopjie a nominare il Paese “Fyrom” (Former Yugoslavia Republic of Macedonia), è stata utilizzata per bloccare sistematicamente l’ingresso della Macedonia nell’UE e l’adesione alla NATO, chiedendo che il paese cambi il suo nome prima di entrare in trattative.

La Bulgaria e la questione della lingua

La Bulgaria, invece, è stato il primo Paese a riconoscere l’indipendenza della Macedonia, ma ancora si rifiuta di accettare l’esistenza di una nazione e di una lingua macedone. Per la Bulgaria, i macedoni sono semplicemente bulgari etnici che caddero sotto la dominazione serba all’inizio del 20° secolo. Anche questa affermazione, dal punto di vista storico, non è del tutto falsa, ma le dominazioni turca e serba hanno profondamente mutato i connotati etnici dei macedoni. Anche in questo caso, come per la Grecia, lo scopo è estendere la propria influenza politica ed economica sulla piccola repubblica balcanica. Dal punto di vista della Macedonia, l’atteggiamento nei confronti della Bulgaria è duplice: da un lato questa è ricordata come una potenza occupante (ma si tratta di reminescenze alto-medievali) e dall’altra è ritenuta (specie dai bulgaro-macedoni) una nazione “sorella“. Per questi ultimi, infatti, Sofia è un punto di riferimento in opposizione ai “serbo-macedoni” che -essi dicono- intendono riportare il Paese nell’orbita di Belgrado.

Bitola: opliti musulmani, foto by matteozola

La Serbia e la questione religiosa

In Serbia i politici nazionalisti e parte dell’opinione pubblica non dimenticano che, fino alla seconda guerra mondiale, la Macedonia era chiamato semplicemente “Serbia del sud“‘ e che è diventata un’entità autonoma politica e amministrativa solo nel 1945, nel quadro della Repubblica socialista di Yugoslavia. Il risultato è che, anche se la Serbia riconosce la Macedonia col suo nome, la Chiesa Ortodossa Serba non accetta l’indipendenza della Chiesa ortodossa macedone, proclamata nel 1967. La costituzione di Chiese autocefale, nell’ortodossia, è coincidente con l’affermazione di un’identità nazionale. Le relazioni tra Skopje e Belgrado si fecero più tese nel 2008, quando la Macedonia ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. A spingere Skopjie in questa direzione è stata anche la pressione della propria comunità albanese.

L’Albania e la minoranza

L’Albania sembra essere il solo vicino di casa che non pone alcun problema, anche se Tirana rifiuta di riconoscere la Macedonia col suo nome costituzionale, avendo invece  scelto di compiacere la Grecia così chiamando il suo vicino di casa Fyrom. I rapporti con l’Albania sono migliorati anche in seguito alla decisone di aumentare i diritti di rappresentanza della comunità albanese, circa un quarto della popolazione complessiva. Secondo l’esperto di Balcani, Olivier Gillet, Bulgaria, Grecia e Serbia non hanno mai veramente accettato l’indipendenza della Macedonia, mentre l’Albania non ha smesso di coltivare il sogno di una “Grande Albania” che riunisca Kosovo e albanesi di macedonia. “I paesi vicini non vedono con benevolenza l’emergere di una nazione macedone sulle rovine della ex-Yugoslavia” ha detto Gillet, aggiungendo che tutti questi problemi causano frustrazione comprensibile all’interno della Macedonia e stimolano  sentimenti nazionalistici.

Nazionalismo macedone e reivenzione dell’identità

Nazionalismo che si traduce nella reinvenzione dell’identità. Così, se la regione di Ochrid mantiene un carattere ortodosso (anche grazie al patrimonio storico e culturale che conserva), molto forte è l’influenza islamica a Skopjie dove -nella piazza a sud della Carsjia- svetta la statua di Skanderbeg a cavallo. La Carsjia è l’area del mercato di origine ottomana, sul modello di quello di Sarajevo, con i suoi bagni turchi e le antiche moschee. Skanderbeg è l’eroe nazionale albanese che cacciò i turchi quando ancora dalle parti di Tirana erano cattolici. Ma l’intrico dei simboli dell’identità macedone è un groviglio che si complica dell’eredità antica: a Bitola un monumento a Filippo, padre di Alessandro, che nelle vicinanze fondò la sua capitale, ricorda l’eredità di un regno che sarebbe diventato immenso con le campagna del figlio Alessandro. Sullo sfondo del monumento si stagliano i minareti delle moschee più antiche di Macedonia.

Un simile groviglio consente una reinvenzione dell’identità su più fronti, facendo il gioco del populismo. L’élite politica macedone riesce, pur nel grave contesto economico, a mantenere il consenso influenzando sistematicamente l’opinione pubblica con la retorica dell’ accerchiamento e dell’assedio: “Tutti i nostri vicini vogliono distruggerci” è il leitmotiv dei politici macedoni. Ma recinzioni più alte non serviranno da difesa.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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