SERBIA: Dopo l’accordo col Kosovo, serve un piano d’attuazione

Tutto tace. Dopo la firma dello storico accordo, lo scorso 19 aprile a Bruxelles, si parla poco delle relazioni tra Serbia e Kosovo. Eppure c’è ancora molto da fare, perché i 15 punti che lo compongono possono essere solo un punto di partenza, non un traguardo.

Lo aveva previsto il Presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy che, alla notizia della firma, in mezzo ad un diffuso entusiasmo, aveva dichiarato «L’accordo raggiunto tra Belgrado e Pristina è storico, ma fondamentale sarà la sua attuazione». All’epoca era stato tacciato di eccessiva prudenza, oggi le sue parole appaiono le più realistiche. Smaltita la gioia per un accordo a cui si era lavorato per mesi, diventa ora necessario stilare un piano per la sua applicazione, una timeline che ne definisca le conseguenze pratiche e che stabilisca chiare scadenze da rispettare.

Serbia e Kosovo stanno lavorando in tal senso, e sono impegnati su più fronti, tra ostacoli e resistenze che di sicuro non mancano. Il primo fronte è quello comune e si trova a Bruxelles dove, a partire dal 7 maggio i team, incaricati dai due paesi, stanno lavorando alla bozza del piano di attuazione (come prevede il punto 15 dell’accordo). I più ottimisti stimano in 10 giorni il tempo necessario alla realizzazione, ma i primi incontri si sono risolti con un nulla di fatto. Le consultazioni tra i due premier sono iniziate ieri, 21 maggio, durante il vertice bilaterale che si è tenuto alla presenza dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Catherine Ashton.

L’altro fronte, per entrambi i paesi, è quello interno. Pristina infatti deve vincere le resistenze dei nazionalisti del Vetevendosje, già contrari a qualsiasi tipo di accordo e convinti che l’Associazione delle Municipalità (punto 1 dell’accordo) serbe nel Nord del Kosovo – abitato per il 98% da serbi – diventerà uno “Stato nello Stato”, difficile da controllare. La Serbia è invece alle prese con le proteste di piazza organizzate dai suoi nazionalisti, che il 10 maggio si sono riversati in migliaia a Belgrado per manifestare contro l’accordo. Il corteo si è riunito alle ore 12.44, orario che richiama la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite – di cui chiedono l’integrale applicazione – e hanno sfilato al grido di «Non cederemo mai il Kosovo!» accusando l’attuale governo di tradimento.

Ma Belgrado deve fronteggiare soprattutto le resistenze degli stessi serbi del Nord del Kosovo, che in un primo momento chiedevano un referendum affinchè fosse il popolo a decidere se attuare o meno l’accordo. Dopo una serie di colloqui – e dopo che alcuni sondaggi in Serbia hanno detto che la maggioranza dei serbi è favorevole all’attuazione – questa ipotesi è stata accantonata. In cambio però è stata avanzata la richiesta di poter partecipare a tutti gli incontri in cui si discuterà della questione. La strada appare percorribile, anche perché Belgrado vuole che i serbi del Kosovo condividano tale attuazione, senza subire.

Lo dimostra anche l’incontro tra il vice-premier serbo Aleksandar Vučić e i 4 sindaci serbi della zona, svoltosi nel pomeriggio di domenica. «Le forze di sicurezza di Pristina non metteranno mai piede nel Nord» ha dichiarato per rassicurarli, come riporta Agenzia Nova con una nota del 12 maggio. Ha poi spiegato i punti 7 e 14 dell’accordo, in cui si dice che le forze di polizia del Nord Kosovo sarà sì integrata nella Polizia del Kosovo, ma anche che sarà costituita in modo da riflettere la composizione etnica della zona (quindi per il 98% da serbi) e comandata da un serbo del Kosovo, nominato da Pristina su proposta dei comuni serbi.

Sulla soluzione della problematica ma ancor più sul premio promesso dall’UE in caso di accordo – l’avvio dei negoziati per l’adesione – c’è ottimismo a Belgrado. L’annuncio dovrebbe arrivare a giugno ed il governo serbo è convinto che si comincerà già prima della fine dell’anno, tanto da aver già nominato i gruppi di lavoro che dovranno condurli. In previsione Belgrado si muove già anche dal punto di vista diplomatico, cercando di migliorare i rapporti con l’ex-nemica Croazia, che un giorno dovrà approvare l’adesione serba all’UE. In tale ottica si possono leggere la visita ufficiale del vice-premier a Zagabria, il progetto per la nuova ferrovia Zagabria-Belgrado e l’annuncio del Presidente serbo Nikolić di voler partecipare il 1° luglio alla cerimonia per l’adesione croata all’UE.

Tutti elementi che dimostrano la forte “voglia di Europa” della Serbia. Tralasciando gli aspetti economici, il governo di Belgrado spera che l’adesione all’UE diventi un freno alle spinte indipendentiste, ormai forti anche in Voivodina, regione autonoma serba abitata anche da ungheresi e slovacchi. L’integrazione potrebbe dare infatti un nuovo orizzonte ai sostenitori del principio di autodeterminazione: non più la vecchia lettura, dove l’unico obiettivo accettabile è la creazione di un nuovo Stato indipendente, ma una più moderna, che abbia come obiettivi l’autonomia locale e la tutela dei diritti delle minoranze. Obiettivi che, guarda caso, sono tanto cari all’UE.

Articolo ripreso da: RivistaEuropae

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