SERBIA: Dieci anni dopo Zoran Djindjic, un paese alla deriva

12 marzo 2003 – 2013

Sono passati esattamente dieci anni dall’assassinio del premier serbo Zoran Đinđić (leggasi Gingich). Morì il 12 marzo 2003, di fronte al palazzo del Governo, sorpreso dal fucile di precisione di  Zvezdan Jovanović, veterano di guerra, membro dell’Unità per le operazioni speciali (JSO – Jedinica za specijalne operacije) di Ulemek “Legija” e affiliato al clan criminale di Zemun, il più pericoloso, all’epoca. Parlarne, oggi, non è più ricordare l’uomo, ma un paese alla deriva.

La Serbia come non-stato

In un interessante articolo di pochi giorni fa, sul portale Peščanik, la storica Dubravka Stojanović contestualizzava l’assassinio di Đinđić in uno spazio temporale molto più ampio, di quasi due secoli, dalla Rivoluzione serba per l’indipendenza dal dominio ottomano al nuovo millennio. La nota più interessante è che in questo lungo lasso di tempo, l’unico governante a non vedere la propria vita politica finire per forzata rimozione o morte violenta è stato Josip Broz Tito. Il XIX secolo fu caratterizzato da una sanguinosa rivalità tra le case regnanti degli Obrenović e dei Karađorđević, i quali ultimi sarebbero assurti definitivamente al potere nel 1903, portando in pochi anni il regno ad assumere le forme di una dittatura personale, quella di Alessandro I di Jugoslavia. La monarchia, spazzata dal secondo conflitto mondiale, lasciò posto a un regime monopartitico di stampo comunista, che a sua volta sfociò in un decennio di dittatura postcomunista sotto Milošević, rimasto al potere fino ai moti di piazza del 5 ottobre 2000.

In un tale contesto, la Serbia non è mai stata in grado di superare la prima fase del suo sviluppo, nazionalista e romantica, che la accomunava a molte delle esperienze europee del XIX secolo. Essa non vide la formazione di istituzioni necessarie, non solo contingenti, né il superamento di una idea di nazione ricalcata unicamente su quella di territorio e di lotta armata per la sua creazione e difesa. L’arena politica, in tale contesto, si dimostrò luogo di rivalse private, ed i partiti politici come organizzazioni sociali di scalata e declino da un potere sempre visto come personale più che collettivo, di interesse privato più che pubblico. L’autoritarismo dei suoi governanti non si tradusse mai in autorevolezza.

L’unica istituzione che seppe costruire attorno a sé un vasto consenso, incarnando perciò stesso l’idea di nazione, fu l’esercito, dalle cui file provenivano anche quegli uomini e quei centri di potere occulto che tenevano realmente in mano il paese (esempio storicamente più famoso quello del colonnello Apis e della Mano Nera/Crna ruka, che portò all’assassinio di Aleksandar I Obrenović e della famiglia nel 1903, ed a quello di Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914), decidendone il destino e esautorando il parlamento di ogni funzione. Dal 1835 al 2006 si sono succeduti undici testi costituenti, legiferati sempre con sofferenza di contenuto e tempi, senza cercare un consenso corale che li legittimasse intimamente. Per usare le parole della Stojanović, “lo stato di rivoluzione permanente scaturiva dalla sempiterna condizione di un paese non edificato fino in fondo. […] Ragione ancor più importante di tale ‘non conclusione’ era il rifiuto costante dei confini all’interno dei quali la Serbia si trovava (compresi quelli odierni), che teneva sempre sul tavolo la questione di una loro correzione per mezzo di una successiva guerra. La caducità e l’insicurezza davano il tono principale alla vita politica.”

Il 2000

La vulgata per cui i moti di piazza a Belgrado, nell’ottobre 2000, segnarono una cesura netta tra la Serbia sopra dipinta e quella del dopo (dell’oggi, se vogliamo), si scontra brutalmente non solo con l’assassinio del primo premier liberale della storia serba, Zoran Đinđić, ma con la stessa dinamica degli eventi che ad essa hanno portato, e che è nata prima ancora che Đinđić, leader del Partito democratico (DS – Demokratska stranka), potesse assumere tale funzione.

In uno stato dove non sono le istituzioni, ma le persone a fare il potere, il mancato ricambio di queste non può che significare il mantenimento delle stesse reti e delle stesse modalità della sua gestione, quale che sia il rifacimento della facciata. Ed è proprio questa la ragione per cui, nel 2000, lo stesso esercito e gli stessi servizi segreti che proprio per mezzo di Milošević avevano visto crescere a dismisura la propria influenza e la propria ricchezza, capirono che l’unico modo per mantenersi a galla era di sacrificare l’uomo di punta, giunto all’irrimediabile capolinea politico, attanagliato dalle disfatte militari, dalla crisi economica e soprattutto dall’ostilità dei paesi occidentali. Questa fu la sola ragione per cui il 5 ottobre in piazza non si tramutò in un bagno di sangue, e per cui l’Unità per le operazioni speciali, soldati scelti dell’esercito jugoslavo guidati da Ulemek “Legija”, il cui battesimo furono gli orrori bellici della Bosnia (all’epoca si chiamavano Berretti rossi), scese per le strade a stringere le mani dei manifestanti. Tolti i partiti di governo, si era tutti un’unica cosa, il 5 ottobre 2000.

La completa cesura tra le due interpretazioni del cambio di governo e della caduta di Milošević era chiara (per quanto forse non sotto questi termini espressa) già dal giorno successivo. È stata proprio questa disparità di vedute a portare, nell’agosto 2001, alla cesura definitiva tra Đinđić, premier serbo, e Koštunica, presidente jugoslavo eletto in concomitanza, guida del marginale Partito democratico di Serbia (DSS – Demokratska stranka Srbije), che era insieme al Partito democratico nella coalizione che aveva saputo rovesciare Milošević. Per Koštunica tale vittoria non significava altro che un cambio di governo, tanto che egli fu pronto a riconoscere a Milošević il ruolo di legittimo leader dell’opposizione. Đinđić era fortemente critico di un atteggiamento tanto cauto: la prova più lampante rimane la decisione del suo governo di estradare l’ex presidente al Tribunale internazionale dell’Aja, il 28 giugno 2001, benché Koštunica avesse garantito a Milošević che ciò non sarebbe mai successo. Si trattava di uno scontro tra i cosiddetti legalisti, che ritenevano le riforme nel paese dovessero seguire un corso lento e non traumatico (risultando, fondamentalmente, in ‘non riforme’), ed appunto i riformisti, Đinđić in testa, i quali riconoscendo l’importanza storica del momento e le sue conseguenze, ritenevano bisognasse coglierlo per tagliare non solo i ponti col passato, ma fornire finalmente il paese di quelle fondamenta necessarie per la sua maturazione in democrazia moderna e compiuta.

Scriveva Đinđić: “La nostra società è malata sotto diversi punti di vista, e ciò non può essere cambiato semplicemente con un cambio di governo”. Come scrive Nenad Dimitrijević (citato in Latinka Perović nella sua introduzione a Zoran Đinđić: Etika Odgovornosti, 2006), “il legalismo non è identificato dall’approccio positivo verso il diritto nella forma di una continuità del legale e critica dell’illegale, ma prima di tutto dal rapporto con l’ideologia. Rivolti al passato alla maniera del nazionalismo romantico ottocentesco, i legalisti – foss’anche contro le proprie sincere intenzioni – sono finiti su posizioni di difesa dell’eredità istituzionale, legale ed ideologica del ressentiment nazionalistico di Milošević.”

La filosofia politica

Il pragmatismo di Đinđić, che è stato anche causa delle sue critiche più diffuse (per aver cercato di dialogare con Karadžić a Pale nel 1994, con Milošević durante le proteste in piazza dell’inverno 1996/97, per l’atteggiamento conciliante verso la Chiesa Ortodossa una volta premier, come ad esempio nell’introduzione dell’ora di religione nelle scuole), trae fonte proprio dal suo spiccato rifiuto dell’ideologismo fine a se stesso: “Io sono sempre stato un intellettuale che si interrogava sulla conseguenza delle idee. Non mi sono mai soddisfatto nel comprendere le idee, mi sono sempre chiesto a che cosa esse portassero. Come si realizza ciò? Così sono gli intellettuali occidentali in Inghilterra, in America. Al contrario, gli intellettuali slavi sono più propensi all’intellettualismo religioso, nel dire: le ragioni sono belle, ma per quanto riguarda la realtà che se ne occupino altri.” Ed aggiungeva altrove in proposito: “Alla fine di questo millennio dobbiamo fare il possibile affinché in Serbia tramonti finalmente il XIX secolo ideologico. Il socialismo ed il nazionalismo come ideologie dominanti, mobilitanti e integrative, devono essere sostituite da politiche realmente integrative… Ci servono concetti programmatici, non ideologie.”

Il pensiero politico di Đinđić è ben radicato e complesso, troppo per darne completa traccia qui. D’altronde, si laurea prima del tempo in Filosofia, tra gli studenti più brillanti di Belgrado, poi si trasferisce in Germania per il dottorato, conseguito sotto la guida di Habermas, paese nel quale pubblica anche un libro sul pensiero del giovane Hegel. Quando torna definitivamente in Serbia, nel 1989, Đinđić trae un bagaglio di pensiero non comune, maturato da posizioni filo-marxiste di critica riformatrice, a un liberalismo compiuto e cosciente di sé. A tale sapere filosofico si somma un innato intuito politico, evidente soprattutto nella capacità di cogliere lo spirito del tempo in cui era immerso. Ritiene, Đinđić, di doversi confrontare con quella parte politica “antropologicamente diversa”, che vede il popolo come “mero trampolino di lancio per qualcuno, la scala per la quale salire a posizioni più alte, per poi rigettarlo indietro”.

La storia serba non è fondata su null’altro: l’idea che il sacrificio di sangue sia l’espressione più alta di amore patrio, dalla Battaglia di Kosovo Polje in poi, e che la Serbia si fondi sulle ossa dei propri morti (dove c’è tomba serba – si usa dire – quella è terra serba), ha rovesciato completamente, nei secoli, l’idea di stato-nazione: esso non è, per i serbi, al loro servizio, ma sono i serbi a dover offrire tutto, posponendo la propria realizzazione all’utilità dello stato. Uno stato, per di più, che avendo mancato la piena maturità, non vive di sé, ma si incarna, di volta in volta, nell’ideologia e nell’uso di che ne è temporaneo padrone: la monarchia, il comunismo, il nazionalismo di guerra.

L’assassinio

È forse ora possibile, da questo manchevole quadro, che travisa completamente le dinamiche di cronaca che hanno portato alla morte di Đinđić e le retrostanti responsabilità politiche (mai chiarite da un tribunale serbo, a dispetto delle responsabilità materiali, per le quali undici persone, tra cui l’esecutore diretto Jovanović e “Legija” sono stati condannati a quarant’anni di carcere), comprendere in parte la totale estraneità di Đinđić a quella che era la Serbia prima, e, sfortunatamente, dopo di lui. Come un oggetto estraneo viene rigettato dal corpo in cui si trova per errore, così, semplicemente, Đinđić è stato rifiutato dal tempo in cui ha vissuto, da quella Serbia e da quegli uomini che per secoli hanno mantenuto con gli stessi mezzi le redini del paese.

L’unico lascito di Đinđić, oggi, è l’indirizzo europeista che qualsiasi governo serbo dopo di lui si è trovato costretto, almeno nelle parole, a seguire. Ci sono però su questa strada ostacoli insormontabili: il mancato ricambio politico e istituzionale dopo la caduta di Milošević non è solo uno sfregio alla giustizia divina, ma un freno insostenibile a qualsiasi forma di sviluppo. Una classe politica non cosciente di sé, né di quanto sia impregnata di quella corrosiva ideologia di paranoia ed accerchiamento, mistura di posizioni retrograde ed interessi privati, che Đinđić aveva perfettamente compreso dalla sua Germania, potrà fors’anche portare, certo non più che per inerzia e demerito, la Serbia in Unione Europa, ma non farà mai di essa uno stato moderno, della sua società, una società civile.

Oggi, vista la ricorrenza tonda che porta sempre pubblicità, forse per l’ultima volta, i partiti politici che hanno fatto parte della coalizione di Opposizione democratica della Serbia (DOS – Demokratska opozicija Srbije, escluso quello di Koštunica, esplicitamente non invitato a seguito delle responsabilità morali – e forse non solo – nell’omicidio di Đinđić), sfileranno in una passeggiata commemorativa fino al Nuovo cimitero di Belgrado, per brillare come lune della luce ancora riflessa dal cadavere del defunto premier. Tra essi ci sarà il Partito democratico, diretto dal sindaco di Belgrado Dragan Đilas dopo la disfatta di Boris Tadić alle ultime elezioni, e di cui era tra i fondatori e leader proprio Đinđić. Dopo la morte di quest’ultimo, il Partito Democratico non ha mai preteso né contribuito acché i mandanti politici venissero ricercati.

Voci di plauso e lacrime di coccodrillo piovono da ogni dove, proprio da quella Serbia che egli tentò invano di cambiare, persino dal neoassolto generale Momčilo Perišić e dal Primo Ministro Ivica Dačić, che riconosce a Đinđić l’onore delle armi, come se potesse anche solo paragonarcisi politicamente. Pochi giorni fa l‘attuale premier, ex-portavoce di Milošević e suo successore alla guida del Partito socialista di Serbia, con un inaspettato giro di boa, ha ammesso di fatto l’indipendenza del Kosovo, bollando chi afferma il contrario bugiardo, e dichiarando gli sforzi per un dialogo pacifico con Pristina l’unica strada da battere. Egli che nel 1999 fu tra i responsabili del conflitto armato in Kosovo e delle bombe NATO sulle teste dei civili serbi. Proprio mentre Milutin Mrkonjić, co-fondatore del Partito socialista e attuale ministro dei trasporti, una delle personalità più importanti del partito, si è pubblicamente augurato che la comprensione storica porti presto ad inaugurare a Belgrado un viale a Milošević. Sarebbe un epilogo perfetto, la quadratura del cerchio serbo, rimasto sempre coerente a se stesso, nella sua tragica, anti-storica battaglia per la sopravvivenza – del paese, non dei suoi abitanti. E fintanto che lo Zeitgeist non ammiccherà di nuovo alla Serbia, tra altri duecento anni, l’unica cosa che possiamo fare è elevare monumenti ai morti ed ai loro assassini. Innalzare statue ad ognuno di loro, ché tanto poggeranno su suolo serbo, stabile e compatto di milioni di ossa che in grembo porta. Non tutte delle quali, per fortuna, innocenti.

Fonte fotografica: Archivio LSE

Chi è Filip Stefanović

Filip Stefanović (1988) è un analista economico italiano, attualmente lavora come consulente all'OCSE di Parigi. Nato a Belgrado si è formato presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano e la Berlin School of Economics, specializzandosi in economia internazionale. Ha lavorato al centro di ricerche economiche Nomisma di Bologna e come research analyst presso il centro per gli studi industriali CSIL di Milano. Per East Journal scrive di economia e politica dei Balcani occidentali.

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4 commenti

  1. Grazie Filip, veramente un articolo ispirato e bellissimo da leggere. Ci vorrebbero più Đinđić in tutti i paesi di questa Europa lenta di metà anni ’10.

  2. E’ vero; raramente i personaggi politici hanno, allo stesso tempo, una cultura e un intelletto di quel livello e un fiuto e talento politico, come Djindjic. Avrebbe potuto essere uno statista come pochi altri.

  3. Secondo voi come sarebbero andate le cose se al posto di milosevic ci fosse stato Djindjic??Secondo me non ci sarebbero state le guerre e la serbia sarebbe nell’ue da tempo…

  4. La Serbia ha bisogno di articoli dI questa caratura ma soprattutto di politici del livello di Djindjic e l’Europa ha il dovere di regolarizzare I propri confini tutelando cosí I suoi cittadini. Abbiamo già voltato lo sguardo più di una volta quando ci decideremo a capire che I Balcani sono una questione solo Europea da risolvere al più presto.

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