BOSNIA: Effetti collaterali dell’ingresso della Croazia nell’UE. Il futuro incerto degli agricoltori bosniaci.

Se la Croazia teme che la Slovenia ritardi il suo ingresso nell’Unione Europea, la Bosnia si preoccupa delle conseguenze che l’entrata della seconda repubblica dell’ex Jugoslavia nell’UE avrà per i suoi agricoltori, una categoria importante quanto vulnerabile.

L’agricoltura, fonte di sostegno per i rientrati 

In Bosnia quasi metà degli abitanti risiede in zone rurali. Alla fine della guerra, in seguito alla chiusura e al ridimensionamento dei grandi impianti industriali, la popolazione bosniaca ha cominciato a dedicarsi ad agricoltura e allevamento. Si stima che al momento attuale quasi il 50% della popolazione attiva tragga sostentamento dal settore primario, identificato come quello con maggiori potenzialità per la ricostruzione del tessuto economico locale, soprattutto a causa della carenza di impiego in altri ambiti. Dato il basso potere d’acquisto, al giorno d’oggi la maggior parte delle famiglie bosniache che vive nelle zone rurali si dedica ad attività legate all’agricoltura, sia per alleggerire la spesa destinata agli alimenti, sia per poter vendere le eccedenze, solitamente tramite canali informali.

Alla fine della guerra il lavoro nel settore agricolo è stata una scelta obbligata per molti profughi e rifugiati che hanno provato a reintegrarsi una volta rientrati nelle loro cittadine di origine. Anche molte donne vedove rientrate hanno dato vita a cooperative nell’immediato dopoguerra, contando sul supporto di ONG e organizzazioni internazionali che hanno donato serre, macchinari e capi di allevamento. Sono così nate delle piccole aziende agricole che, però, riescono con molta fatica ad ottenere uno sbocco sul mercato nazionale.

Scarsi sussidi e difficile esportazione

Nonostante possano contare su condizioni climatiche favorevoli e risorse idriche abbondanti, le cooperative e le aziende agricole bosniache di piccole dimensioni incontrano ostacoli insormontabili per accedere ai sussidi statali destinati all’agricoltura. Un requisito necessario per ricevere le scarse sovvenzioni statali (divise in base all’entità di appartenenza) è quello di essere un’azienda registrata. La registrazione, però, richiede la proprietà o l’affitto di un terreno che non tutti hanno a disposizione. A questo problema bisogna aggiungere che sono ancora in corso battaglie legali riguardanti i diritti di proprietà: non pochi sono i casi di profughi costretti a fuggire durante la guerra del 1992-1995 rinunciando alla proprietà dei propri terreni e che una volta rientrati ne rivendicano il possesso. Oltre ad altri problemi strutturali, come la carenza di risorse proprie da investire nell’attività agricola, l’ostacolo più grande che gli agricoltori incontrano riguarda l’esportazione dei loro prodotti.

E qui entra in gioco la Croazia: il paese è firmatario dell’Accordo centroeuropeo di libero scambio, conosciuto come CEFTA, che stabilisce che i prodotti provenienti dai paesi aderenti, tra cui la Bosnia, possano circolare attraverso i confini nazionali senza pagare dazi. Se questo ha in parte danneggiato i prodotti alimentari della Bosnia, più costosi di quelli provenienti da Croazia, Serbia e da altri paesi che beneficiano di maggiori sovvenzioni all’agricoltura, ha comunque permesso ai prodotti alimentari bosniaci di avere accesso ai mercati dei paesi aderenti all’accordo. Ma con l’entrata della Croazia nell’Unione Europea e la sua conseguente uscita dal CEFTA tali prodotti alimentari non potranno più avere uno sbocco sul mercato croato, a meno che non si adeguino alla normativa UE sulla sicurezza alimentare e la certificazione di qualità. Tale adeguamento non sembra una soluzione praticabile al momento. In Bosnia, infatti, non esistono enti riconosciuti che certifichino la qualità dei prodotti alimentari e anche i controlli igienico-sanitari non sono adeguati agli standard richiesti dall’Unione Europea.

Agli agricoltori bosniaci non resta che sperare in un rapido adeguamento della normativa nazionale a quella europea. A causa della situazione di stallo dalla quale il paese non sembra (voler) uscire, questa prospettiva non appare come la più probabile.

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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Un commento

  1. Un solo commento ad un’inesattezza dell’articolo: un Ente di certificazione nazionale in Bosnia-Erzegovina esiste (si chiama Agencije za sigurnost hrane BiH: http://www.fsa.gov.ba/bs/), quello che tuttora manca è un corpo di certificatori accreditati, ovvero una commissione dello stesso Ente che proceda al riconoscimento ufficiale dei prodotti da tutelare secondo i criteri UE (circa 160 prodotti in lista d’attesa).

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