BALCANI: La lingua come continuazione della guerra, l'UE prossimo campo di battaglia

C’era una volta il serbo-croato.

Una lingua durata circa 140 anni e poi esplosa insieme al paese che la parlava. Nacque infatti nel marzo 1850, quando otto intellettuali jugoslavi (cinque croati, due serbi ed uno sloveno che vollero definirsi proprio così, jugoslavi), riunitisi a Vienna, sottoscrissero un documento nel quale invitavano gli slavi del sud ad accettare quello che fino ad allora era un diffuso dialetto meridionale come comune lingua letteraria. Tecnicamente, si trattava della variante iekava del novostokavo, poi standardizzato appunto come lingua letteraria. A dire il vero la denominazione “serbocroato” venne usata per la prima volta da Jakob Grimm già nel 1824 nella prefazione all’edizione tedesca della “Grammatica della lingua serba” di Vuk Karadzic, grande riformatore della lingua nonché uno degli otto di cui all’accordo viennese.

L’idea di una lingua comune rimandava romanticamente all’idea “jugoslavista” di un paese unificato finalmente redento dalle presenze magiare, austriache ed ottomane. Ma a partire dalle guerre degli anni novanta del Novecento anche il serbo-croato dovette cessare di essere lingua comune. Perché, nella Jugoslavia trasformatasi in rissosa “osteria balcanica” (balkanska krcma), anche la lingua divenne – per usare la nota metafora di Miroslav Krleza – come quei coltelli che gli avventori violenti impugnano appena la luce si spegne. Per cui apparvero il serbo, il croato, il bosniaco, il montenegrino, tutti impegnati a sottolineare specificità e differenze neonazionali e soprattutto nazionalistiche. Vennero introdotti a tutto spiano neologismi ed arcaismi talvolta assurdi e ridicoli – specie nella Croazia tudmaniana – mentre in Bosnia ci si appoggiò su turchismi ed arabismi ad uso soprattutto dei bosgnacchi musulmani.

Per cui un turista che oggi entra nel sito web di un hotel della ex-Jugoslavia si trova a dover scegliere con stupore tra più bandierine di nazioni che affermano con sicumera di parlare lingue diverse. Il che pone qualche problema. Ad esempio, come classificare i lavori di Ivo Andric, di famiglia croata ma di opzione linguistica serba (ekava), nato nel cuore della Bosnia e quindi influenzato dalla cultura turca ed islamica? E dove mettere Il serto della montagna del Njegos, opera “omerica” ottocentesca scritta in cirillico ma nella variante croata (iekava) dal montenegrino Petar Petrovic?

Ma ci sono anche risvolti più politici. Due mesi fa il quotidiano serbo Danas ha sollevato il problema in riferimento all’Europa. Sappiamo che a luglio la Croazia entrerà nella UE ed in seguito altri paesi della ex-Jugoslavia potrebbero ovviamente entrarvi. Quali lingue ufficiali si useranno allora a Bruxelles e a Strasburgo? Il vecchio serbo-croato rifiutato però dai croati che vogliono che la loro sia la ventiquattresima lingua ufficiale dell’Unione? O il BCSM, orrendo acronimo che comprende ecumenicamente il bosniaco, il croato, il serbo ed il montenegrino? O una terza variante, una surreale “lingua ex-jugoslava” proposta da un linguista tedesco per tagliar corto sulle diatribe infinite?

L’uso geopolitico della lingua continua. E rivela sensibilità tese, come dimostrano le attuali polemiche sulla reintroduzione del cirillico in una trentina di comuni croati con robuste minoranze serbe rimaste (tra cui Vukovar) che vede l’opposizione dura dei branitelj, i veterani difensori. Perché, parafrasando von Clausewitz, sembra che nei Balcani la lingua sia oggi la continuazione della guerra con altri mezzi. Pensare, come fece Krleza, che serbo e croato sono una unica lingua che però i serbi chiamano serbo ed i croati croato, può apparire certamente sconveniente od ingenuo. Perché rimanda alla unità (anche se forse non alla fratellanza) dei popoli jugoslavi di titoista memoria. Una cosa oggi da dimenticare, anzi da rimuovere come un brutto sogno.

C’era una volta il serbo-croato…

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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7 commenti

  1. È sbagliato suddividere il serbo-croato in due varianti(ekava e jekava) e soprattutto farle corrispondere alle etnie.Il montenegrino Njegos non scriveva le sue opere nella variante croata,bensì in quella montenegrina che condivide con alcune parlate croate l’uso della jekava(nelle’erzegovina orientale usano la ikava per esempio).Diciamo che ci sono una certa quantità di varianti(dire che son due è riduttivo) che non c’entrano nulla con l’etnia.

  2. Rettifico erzegovina occidentale e dalmazia….

  3. Luigi Savio de Musso

    Sono pienamente d’accordo con quanto scritto, lavorando come traduttore e interprete ho spesso riscontrato questi problemi. Pur avendo un debole personale per la cultura serba, ho notato maggiori ostacoli in Croazia. Loro soprattutto ci tengono a sottolineare di parlare il “Croato” e non il “Serbo-Croato”, onestamente non incontro nessuna difficoltà nel capire il croato anziché il serbo e addirittura il montenegrino. In tutta sincerità in Serbia o in Montenegro non mi hanno mai corretto o fatto notare se dicevo “Bjelo” anziché “Belo”, a Dubrovnik mi è capitato in banca di congedarmi con “Dovidenia” e la cassiera con tono stizzito mi ha risposto “Adio”…insomma piccoli screzi che permangono nonostante la fine della guerra calda, potrei definirla una quasi guerra fredda. Anche nel piccolo Montenegro da sette anni indipendente ora riesco a notare un maggior accentuarsi delle differenze linguistiche, alcune anche forzate. Comunque un articolo davvero interessante e veritiero.

  4. Luigi Savio de Musso

    Giusto anche il commento di Nikola, non si può limitare a solo Serbo e Croato perché anche il montenegrino ha una propria identità così come il bosniaco. Almeno questo è quanto evinco dai miei amici di varia etnia nei balcani.

  5. Io ho finito tutte le scuole in Croazia e la lingua che studiavamo si chiamava, ufficialmente, “lingua croata o serba”. Noi la chiamavamo, semplicemente, il croato. Devo ammettere che oggi, dopo 30 anni, ci sono parecchie parole che non conosco, anche se, quando ascolto, riesco a intuire il significato.

  6. La lingua è la stessa, è una sola. Poi ovviamente in ogni stato ci sono delle piccole differenze, ma chiamarle lingue diverse non ha senso. Son le stesse differenze che si possono trovare in Italia nell’italiano parlato nelle diverse regioni: stessa lingua, varie piccole differenze (non sto parlando dei dialetti). Odiosa e triste questa forzatura di chiamarle lingue diverse. Bell’articolo comunque, molto interessante.
    Saluti.

  7. L’aspetto “ironico” (se così si può dire) è che la lingua parlata a Zagabria e nella Croazia propria sino all’Ottocento, era di tipo “kajkavico”, dunque con forti affinità con quello che oggi si chiama “sloveno” (un tempo noto come “windisch” in Austria) ed è la lingua ufficiale della Repubblica di Slovenia ! (in Istria e in Dalmazia settentrionale si parlava invece una lingua di tipo “čajkavico” di cui si hanno anche monumenti letterari, alcuni addirittura in scrittura glagolitica, utilizzata come è noto sino a poco tempo fa nella liturgia nell’isola di Veglia/Krk e in altre località, come nell’antica diocesi di Ossero; in Dalmazia centrale e meridionale sino a Ragusa/Dubrovnik si parlava, e si parla, una lingua di tipo štokavico ijekavico, non dissimile da quella dell’Erzegovina cui si ispirò in particolare Vuk Karadžiċ, 1787-1864, per la sua celebre standardizzazione linguistica)
    paradossalmente sarebbe stato molto più semplice, linguisticamente e culturalmente, creare una “koiné” comune a sloveni e croati zagrabini, che condividevano (e condividono) una stessa “weltanschaaung” cattolica, occidentale e per così dire asburgica (anche se la Carniola e le altre terre slovene, tranne il Prekmurje facevano parte dell’Austria laddove il Regno di Croazia era collegato alla Corona di Santo Stefano, sino al 1918, per quanto il “nagodba” ungaro-croato del 1868 consentì, in teoria, una certa autonomia alla Croazia sotto i propri bani);
    invece si scelse, romanticamente, di creare una “koiné” basata sullo štokavico per includere anche i serbi di Serbia (štokavico ekavico), montenegrini e bosniaci (štokavico ijekavico), dalmati slavi (all’epoca non sempre definiti “croati”) da Sebenico in giù, sino a Ragusa (Dubrovnik)…ciò ha avuto due conseguenze importanti; 1. ha “collegato”, un po’ forzosamente (con le note, future, tristi conseguenze), popoli con tradizioni culturali e religiose diversissime (croati cattolici e “occidentali”; serbi e montenegrini ortodossi e “bizantini”, senza obliare i bosniaci musulmani “turchizzati”, che sino al 1914, sporadicamente, scrissero il loro dialetto slavo pure in caratteri arabi :D) 2. ha reso possibile la separazione definitiva degli sloveni che hanno codificato la propria lingua in modo indipendente tanto che già nel 1918 più nessuno osava trattare lo sloveno come un dialetto, ma era ritenuto, quasi universalmente, un’altra lingua slava, con propria assoluta dignità e autonomia (testi sloveni, dovuti a protestanti, si hanno sin da Primož Trubar nel 1550, a Tübingen, ma la definitiva standardizzaazione dello sloveno si ebbe solo dopo il 1848)
    P.S 1: ritengo poi che sia stato un errore chiamare la lingua comune codificata nel 1850 “croato o serbo”, “croato”, “serbo”, “serbocroato”; bisognava andare sino in fondo e seguire il suggerimento di Ljudevit Gaj, grande linguista croato (la cui versione della lingua, almeno inizialmente, differiva un po’ da quella poi adottata), che proponeva il termine “illirico” che ha il grande vantaggio di non essere collegato ad un popolo moderno particolare
    P.S 2: prima del XIX secolo, vi furono altri tenttivi di scrivere lingue/dialetti di tipo štokavico, ad esempio in Slavonia ve ne furono due, con alfabeto latino e ortografia magiara, ma non ebbero seguito

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