Quando Draghi disse: "Lo stato sociale europeo è morto". Tutte balle, parola di Rampini

recensione a Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale”. Falso!, di Federico Rampini, ed. Laterza, 2012, €9

Laterza dedica la sua nuova collana a Francesco Bacone, titolandola Idòla. Sono gli errori, le false certezze, diffuse tra media, politici, opinione pubbliche senza essere state analizzate. La casa editrice si prefigge invece di metterne in discussione alcune, e confutarle, cominciando dai dogmi in campo economico che hanno guadagnato terreno in questi anni di recessione.

Con questo obiettivo Federico Rampini analizza le visioni economiche-politiche che si sono diffuse sull’Europa: defunta, e con lei il suo modello sociale. Come affermò a febbraio Mario Draghi “The European social model has already gone”.

Per 80 pagine Rampini traccia in modo incisivo la diagnosi americana sull’Europa spendacciona, usata addirittura come accusa da parte repubblicana verso Obama, e la smentisce. Non solo gli Stati Uniti hanno tradito l’American dream, visto la mobilità di cui si vantano è solo un vecchio vessillo, ma il loro patto sociale scricchiola anche a livello economico e si dimostra meno efficiente. Germania e paesi nordici[*] sono invece la dimostrazione che sia l’equità sia le condizioni economiche di un paese possono beneficiare di una spesa pubblica adeguata, che si rifletta in un welfare state degno di questo nome. “Nel paragone, sono gli Stati Uniti che ne uscirebbero malconci”.

Le prime pagine indicano l’idea di fondo del libro di Rampini, che guarda con ammirazione allo stato sociale tedesco e scandinavo, caratterizzati da alti salari, sindacati forti, tutela avanzata dell’ambiente, qualità della scuola pubblica, nessuna paura di una concorrenza al ribasso. Mentre esamina vizi e virtù degli stati europei, traccia colpe ed errori che hanno portato alla situazione attuale Spagna, Grecia, Portogallo, Italia. “Il problema di fondo […] riguarda il nostro ‛capitale sociale′”, il livello di fiducia e di lealtà tra cittadini e istituzioni. “Quel che risulta più difficile [all’Europa germanica con l’inclusione dei suoi satelliti già citati, n.d.r.] è integrare nello stesso patto sociale, nella stessa cultura delle regole, nello stesso spirito civico, coloro che del modello europeo hanno preso solo brandelli incoerenti”. Ottanta pagine degne di essere lette, per la sintesi e la lucidità di analisi su come siamo arrivati ad oggi, ad avere, per esempio, in Italia il più alto numero di disoccupati dal 1992, in Spagna un giovane disoccupato su due, in Grecia uno stato al collasso.

Il libro sarebbe potuto finire qui, ma il metodo baconiano vuole una pars destruens e una pars construens. E il titolo del capitolo successivo promette decisamente bene: In cerca di un nuovo “pensiero” economico, soprattutto per chi denuncia la mancanza di immaginazione, di alternative. Purtroppo però il libro cambia registro, quasi fosse scritto da due persone diverse, e da analisi critica si trasforma in pamphlet pro modern monetary theory, definita dall’autore un “attacco frontale all’ortodossia vigente”. Si tratta di una nuova teoria, portata avanti da gruppo di economisti post-keynesiani, eterodossi, secondo la quale non solo è assurdo e controproducente tagliare la spesa pubblica durante una recessione – sul quale ormai siamo quasi tutti d’accordo, pure il Fondo monetario internazionale – ma non sarebbe assolutamente necessario farlo neppure in periodo di crescita, come suggeriscono invece Stiglitz e Krugman. Sarebbe sufficiente, secondo la mmt, che lo stato finanziasse il proprio disavanzo stampando moneta. Senza entrare nel merito della teoria, le soluzioni che si propongono come panacea per tutti i mali, considerate rivoluzioni copernicane prima ancora di essere attuate lasciano sempre un po’ perplessi. La si faccia finita con le religioni pro (pro-austerity, etc…), ma anche con quelle anti-tutto, dal microcredito alla decrescita. Se c’è una cosa fondamentale che l’Europa ha ereditato dai suoi filosofi è il pensiero critico, per liberarsi di quelli che Bacone definì Idòla, e certamente non per sostituirli con altri.

Del resto la conclusione del libro fa un uso eccessivo di maiuscole, “la manifestazione di una certa riverenza” (G. Zoli), perché possa essere credibile.

 


[*] Olanda, Austria, Svizzera, Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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2 commenti

  1. Trovo incredibilmente superficiale il modo in cui in questo articolo viene tirata in ballo la MMT. Dire che secondo la modern monetary theory sia sufficiente stampare moneta per risolvere i problemi è assolutamente falso e travisa ciò che viene sostenuto da questa teoria. Oltre a quella appena citata poi, ci sono almeno altre due asserzioni sbagliate nel finale del pezzo: 1) la mmt è già stata attuata in Argentina e con risultati ottimi 2) la mmt non ha nulla a che vedere con le teorie “anti-tutto” del microcredito e della decrescita.
    In conclusione, forse occorrerebbe documentarsi un tantino di più prima di buttare giù quattro righe striminzite, piene di imprecisioni tra l’altro, su una teoria complessa come la mmt.
    Un saluto e buon lavoro.
    Stefano

    • Beh, l’articolo è una recensione, se la prenda con Rampini. E poi, siccome è una recensione: ha presente cos’è il diritto di critica? è quella cosa per cui una persona ha diritto di esprimere la propria opinione. Se lei la trova superficiale, amen, noi la sua rispettiamo. Lei la nostra?

      Matteo

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