Primavere democratiche o rivoluzioni coraniche? La seconda che hai detto

RUBRICA: Opinioni & eresie

Favole sui social network

Erano le rivoluzioni dei giovani, delle rivendicazioni sociali e della libertà. Erano le rivoluzioni dei gelsomini, primavere di democrazia che fiorivano nei social network. Erano il 1989 del Nordafrica, la fine di una fase storica segnata dall’autoritarismo e dall’oppressione. Erano ragazzi e ragazze, per una nuova condizione della donna. Erano forse solo un racconto, una narrazione, una favola che è stato bello raccontare e che molti, bambini davanti alla tivù, abbiamo voluto ascoltare. E poi? Poi ci fu l’Europa che, nel marasma, con abituale ipocrisia pensò fosse venuto il tempo di liberarsi di quella spina nel fianco chiamata Muhammar Gheddafi, il leader libico che forte del suo petrolio più volte mise in imbarazzo le cancellerie occidentali. Il classico nemico con cui però è bello fare affari. Ma è più bello fottergli il tesoro.

E fu il turno della Siria, con qualche spintarella a stelle e strisce, e dei pacifisti che giravano come banderuole:  quelli che dapprima sposarono la causa della “guerra giusta” al raìs libico, si convertirono sulla via di Damasco. Già Damasco. Dove un altro autocrate, nel frattempo, reprimeva il dissenso. Che confusione! E’ più giusto stare con gli insorti contro i tiranni, o con i tiranni contro gli imperialisti? Al coro del “siamo tutti allenatori” si unirono i pregiudizi di quanti mettevano in guardia dal pericolo islamico, accusando le “rivoluzioni” di avere spalancato la porta al fondamentalismo, destabilizzando il Mediterraneo che stava così bene in mano agli autocrati. Che fretta c’era, maledetta primavera.

Ma se fosse venuto il momento di cambiare punto di vista? Quelle arabe non sono rivoluzioni democratiche, ma rivoluzioni coraniche. Esse non sono cadute preda del fondamentalismo ma rappresentano una necessità di rinnovamento in seno all’islamismo.

Un deja vu? Non proprio

Chi ha memoria ed età per ricordare, non potrà che avere l’effetto del deja-vu. Trent’anni fa un militante estremista dei Fratelli Musulmani assassinava il presidente egiziano Anwar el Sadat, il 6 ottobre 1981. L’Egitto si trovava a fare i conti con l’estremismo islamico fin dagli anni Sessanta. Nel 1966 Nasser ordinò l’impiccagione di Sayyid Qutb, l’ideologo più radicale dei Fratelli Musulmani, creando il primo martire del movimento. Ma quello islamista è un movimento transnazionale, allora come oggi. Nel 1982 l’esercito e l’aviazione di Hafez al Assad (padre dell’attuale presidente siriano) attaccarono la città ribelle di Hama, radendo al suolo interi quartieri, e schiacciarono la rivolta guidata dalla Fratellanza siriana. All’epoca l’Occidente (quando l’Occidente stava ancora a occidente) salutò con favore la repressione operata dai regimi pretoriani, in nome di una “sicurezza” che significava affari. E non ci fu, nell’ideologismo di sinistra come di destra, una voce che si ergesse in difesa degli sconfitti: i regimi pretoriani si rifacevano al ba’atismo, versione araba del socialismo, garanti di una laicità che era bello pretendere dal mondo arabo ma che quello “occidentale” praticava a fatica. Il risultato è stato che l’oppressione dei regimi pretoriani ha esacerbato la violenza dell’islamismo. Ma molto è cambiato nel tempo.

I Fratelli musulmani, moderati o integralisti?

Cerchiamo di capire chi sono i Fratelli Musulmani. Il loro movimento politico-religioso nacque intorno agli anni Trenta del secolo scorso ad opera di Sayyid Qutb. Egli era promotore di un Islam puristico e radicale, di un “ritorno alle origini” che – come vedremo – è presente da secoli nella storia islamica.

La svolta moderata del movimento avviene negli anni Settanta, a seguito della sconfitta dell’Egitto nella guerra dei Sei giorni del 1967 che provoca una perdita di consenso del regime laico di Nasser, favorendo così la ripresa dei movimenti di ispirazione religiosa. A partire dal 1969, i Fratelli Musulmani iniziano a prendere le distanze dal loro leader più intransigente e storico ideologo, quel Sayyid Qutb impiccato da Nasser. Così il movimento abbandona l’ipotesi della lotta armata. Dopo la morte di Nasser, nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar Sadat sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che dal 1979 torneranno a praticare la lotta armata, fino ad uccidere Sadat nel 1981, senza che questo porti alla caduta del regime. Con l’avvento di Mubarak i Fratelli Musulmani potranno partecipare alle elezioni, non direttamente ma in alleanza con i partiti laici di opposizione. Tornano così ad espandersi nella società, in particolare tra i professionisti urbani. Da questo momento il gruppo, presente in Parlamento, si troverà in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano.

Una guerra interna all’Islam

Oggi il partito dei Fratelli Musulmani è, dopo una lunga evoluzione, espressione di un Islam forte, ma non radicale. Gli integralisti sono altri: i salafiti e i wahhabiti, finanziati dall’Arabia Saudita, attivi in Siria come in Caucaso. Ma come sempre qui da noi si fa di tutta l’erba un fascio. Si dimentica, insomma, che è in corso all’interno dell’Islam una guerra tra moderati e radicali. Una guerra antica di cui si può trovare origine nel XII° secolo quando alle tesi di Averroè, sul primato della ragione rispetto alla fede e sulla doppia verità, religiosa e scientifica, si opposero quelle di al Ghazali, il quale affermò la supremazia del Corano rispetto alla logica aristotelica. Complice la grande paura seguita alla distruzione di Baghdad da parte dei mongoli, l’Islam (specialmente quello arabo) si chiuse progressivamente in sè stesso fino alla cattività rappresentata dal dominio coloniale e dai regimi autoritari del dopoguerra. Nella cattività, l’idea di un “rinascimento” arabo si associò facilmente all’islamismo.

Ma il mondo arabo è assai più complesso: esiste una società civile, esiste un’idea di democrazia, esiste un islam moderato e tollerante, esistono movimenti comunisti e socialisti, che complicano e arricchiscono il quadro che stiamo tracciando. Con buona dose di semplificazione possiamo dire che, nel corso del Novecento, l’islamismo si è diviso in una fascia moderata, di cui i Fratelli Musulmani possono essere una rappresentazione, e un’islamismo radicale che attualmente si combattono senza sconti.

Un “rinascimento islamico”?

Molte voci di critica si levano nei confronti dei governi sorti dalle rivoluzioni. L’errore è stato credere che si trattasse di primavere democratiche. Non essendolo, è ovvio che molte saranno le ragioni di preoccupazione: dai diritti delle minoranze religiose a quelli delle donne. Ma qui il pensiero va al Rinascimento europeo: erano ancora vivi i ricordi delle lotte degli estremisti cristiani (le eresie catare, bogumile, montaniste) mentre si andava affermando la Controriforma, l’intransigenza religiosa si accompagnava alla costruzione dello Stato in senso assolutistico, con buona pace delle libertà repubblicane e civili. Eppure i Papi chiamavano Michelangelo a celebrare la loro potenza, e Michelangelo dipingeva l’uomo al centro, non Dio. L’umanesimo si affermava e con esso l’idea di libertà individuale. Non è detto che questo “Rinascimento arabo”, per usare le parole dello storico Franco Cardini, non porti ad analoghi risultati. E non è escluso che un “Rinascimento arabo” non porti giovamento anche alle nostre società. I rinascimenti, abbiamo visto, sono pieni di contraddizioni che è possibile vedere solo non appiattendosi su vulgate cariche di pregiudizi.

Non era meglio quando si stava peggio

Senza addentrarci in questa sede sulle contraddizioni del conflitto siriano (del quale abbiamo già detto qui e qui e qui e pure qui), sembra tuttavia fuori luogo fare il tifo per i dittatori e rimpiangere quando Saddam, Mubarak o Gheddafi mantenevano l’ordine e la pace. “Dove fanno il deserto la chiamano pace”, dicevano gli antichi. Essi erano figli di un contesto storico ormai concluso, prodotto di una violenza militare, ostacolo per un rinnovamento della società. Da molta intellighenzia di sinistra, come tastando il polso dell’opinione pubblica, sembra ci sia una certa nostalgia per i dittatori. A questo si aggiunge il pregiudizio anti-americano proprio della sinistra novecentesca che spinge ad associare i nuovi regimi arabi al governo di Washington. Che le “primavere” siano anche il prodotto di un’influenza esterna, è innegabile. Le “ingerenze” però sono vecchie come il mondo e non possono essere, sul medio termine, determinanti. Piuttosto occorre riflettere sul fatto che Washington ha rapporti privilegiati con il mondo saudita, ovvero con coloro che armano e finanziano il fondamentalismo salafita e wahhabita.

C’è l’effettiva possibilità che queste rivoluzioni coraniche portino le società arabe verso un progresso che non per forza coinciderà con la “nostra” idea di progresso ma che comunque sarà caratterizzato dall’affermazione di libertà individuali. A influenzare questo processo sarà anche quella “società civile” di cui accennavamo sopra. L’esito non sarà forse la democrazia liberale di stampo europeo, ma un modello diverso, peculiare prodotto di una cultura antica che ha in sè le energie per crescere. Il cosiddetto occidente non deve interrompere il processo, e i pacifisti, i difensori della laicità e dei valori occidentali, gli esportatori di democrazia, i difensori dei diritti umani e delle donne, devono farsi i fatti loro. Le società non cambiano in due giorni. In fondo queste rivoluzioni sono iniziate con quel gesto, individuale e collettivo insieme, di Mohammed Buazizi: un suicidio sì, ma ben diverso da quelli dei kamikaze salafiti.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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Un commento

  1. Analisi ottima (a parte il fatto che Averroè non sostenesse propriamente il primato della ragione sulla Fede, ma questa è una sottigliezza filosofica). Continuo a non essere d’accordo però sulle conclusioni. Il fatto che le ingerenze esterne siano sempre esistite (e comunque una volta avvenivano con certi mezzi, adesso con ben diversi metodi) non vuol dire che siano giuste e accettabili. Massimo Fini in un articolo recentemente ha sostenuto il fatto che nessun regime può sopravvivere contro il volere del popolo. Ma proprio per questo bisogna lasciare ai popoli piena sovranità di conservare o abbattere i propri tiranni, senza “aiutini” di alcun genere. Se guerra civile deve essere, che sia. Chi vince sarà espressione della maggioranza.

    Per finire, pur non essendo certo un sinistrorso, in fondo provo una certa nostalgia dei dittaroculi degli anni ’80. Penso che abbiano fatto e facciano molti meno danni di presidenti democraticamente eletti. Se gli antichi dicevano “Dove fanno il deserto la chiamano pace”, è anche parimenti vero che un giardino rigoglioso non è per forza sinonimo di pace, prosperità, progresso e civiltà.

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