BOSNIA: Socialdemocrazia allo sbando

Sembra giunta ad una fase cruciale la crisi interna del Partito Socialdemocratico (SDP), la principale forza politica non-nazionalista in Bosnia-Erzegovina e attualmente parte della maggioranza di governo. L’evento che dà la miccia alle polveri è l’abbandono del suo vice-presidente Željko Komšić, figura di spicco della politica bosniaca. Dal 2006 Komšić è membro della Presidenza collettiva di Bosnia-Erzegovina, la massima istituzione del paese formata da tre membri – un bosgnacco, un serbo e un croato – con mandato di quattro anni, e che esercitano l’incarico presidenziale a rotazione.

La battaglia degli “Altri”

Željko Komšić ha dato le dimissioni dal partito lunedì scorso, ufficialmente per contrasti con la leadership dell’SDP riguardo l’applicazione della sentenza “Sejdić-Finci”, emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel dicembre 2009. Quest’ultima denunciava la discriminazione della Costituzione di Bosnia-Erzegovina nei confronti dei cosiddetti ostali” (gli “altri”), cioé i cittadini bosniaci non appartenenti a nessuna delle tre “nazioni costituenti” del Paese (la bosgnacca, la serba e la croata). Secondo la Costituzione vigente, gli “ostalinon possono candidarsi né per la Presidenza, né per la Camera dei Popoli – uno dei due rami del Parlamento -. L’adozione della “Sejdić-Finci” (a tutt’oggi ancora incompiuta) e le riforme costituzionali che ne deriveranno costituiscono un passo decisivo per la Bosnia-Erzegovina nel processo di integrazione all’Unione Europea.

Cosa c’entra la Sejdić-Finci con le beghe interne ai socialdemocratici? Il punto è che il leader del SDP Zlatko Lagumdžija (già da tempo in rotta con Komšić) ha raggiunto un accordo con Dragan Čović, leader del partito nazionalista croato HDZ per una riforma del sistema elettorale nella Federazione di BiH. Questa prevederebbe, a partire dal 2014, l’istituzione di due distretti elettorali separati per croati e bosgnacchi. È evidente che questo compromesso rafforzerebbe la divisione etnonazionalista del Paese, cioe’ l’esatto contrario di quello che prescrive la Sejdić-Finci. Eppure, paradossalmente, la proposta Lagumdžija-Čović aggirerebbe l’ostacolo della Sejdić-Finci: infatti l’elezione dei Presidenti avverrebbe non per via diretta come avviene ora, ma per via parlamentare. E siccome le Camere sarebbero eletto col principio di “una testa un voto”, si garantirebbe formalmente agli “ostali” il diritto di rappresentanza politica.

La guerra interna all’SDP

Questo intricato trucchetto non è piaciuto per nulla a Komšić, che ha lasciato l’SDP in polemica col patto Lagumdžija-Čović, giudicandolo discriminatorio verso le minoranze e lesivo dei diritti dei cittadini bosniaci. Ma le dimissioni di Komšić sono anche l’esito finale della lunga battaglia interna all’SDP tra lui, numero 2 del partito, e il numero 1 Lagumdžija. Già nel marzo scorso l’ormai ex-vicepresidente dell’SDP aveva paventato le dimissioni dal partito causa dissidi con Lagumdžija, per poi ritirarle subito (ce ne occupammo qui).

Stavolta un nuovo passo indietro di Komšić sembra decisamente improbabile. Mai come oggi, Lagumdžija è oggetto di pesanti accuse fuori dal partito per la sua condotta discrezionale ed autoritaria, e soprattutto per avere imposto la criticatissima alleanza con i nazionalisti croati dell’HDZ e i populisti bosgnacchi dell’SBB (il partito del “balkan-berlusconiano” Fahrudin Radončić). Così Komšić si è visto praticamente obbligato a uscire allo scoperto, per non compromettere la popolarità di cui dispone: è infatti reputato da molti un politico “pulito” e trasparente, non implicato in casi di clientelismo e corruzione. Nelle ultime elezioni presidenziali, Komšić ha ottenuto 70.000 voti in più dell’SDP, segno che la sua popolarità va ben oltre i confini del suo (ex-) partito. Un aneddoto significativo: durante le commemorazioni della resistenza partigiana jugoslava, a fianco dei gadget con l’icona del Maresciallo Tito, si vendono anche quelli con il volto di Željko Komšić.

Quo vadis, Željko?

Komšić aveva quindi due strade davanti a sé: sfidare Lagumdžija dentro l’SDP per conquistarne l’egemonia, oppure lasciare il partito e tentare l’attacco in solitario. La prima opzione si è rivelata difficile, per lo scarso appoggio ottenuto dal resto della dirigenza socialdemocratica, al momento ancora e fedele al leader. Anche nella base del partito stentano ad emergere voci critiche contro il capo, benché sia noto che covi un certo dissenso anti-Lagumdžija. Dentro l’SDP vigerebbe una cultura arrivistica, dispotica e omertosa, l’oppio del silenzio: così lo definisce il regista Dino Mustafić, un esempio dei tanti intellettuali, esponenti della società civile e semplici simpatizzanti dell’SDP che gli stanno voltando le spalle dopo anni di appoggio quasi incondizionato. D’altra parte, c’è anche chi sostiene apertamente la politica di Lagumdžija: il suo compromesso coi partiti nazionalisti sarebbe una svolta pragmatica necessaria per sbloccare la ventennale impasse istituzionale del paese ed accelerarne le riforme.

Željko Komšić ha preferito abbandonare la barca allo sbando, ma non si sa ancora verso quali lidi approderà. Si vocifera che fonderà un movimento tutto suo, il Partito dei Cittadini. Ciò che sembra  prevedibile è la disfatta a cui l’SDP andrà incontro alle elezioni amministrative del prossimo autunno (si voterà in tutte le principali città del paese). Negli ultimi tempi il partito ha subito un’emorragia di dirigenti, di militanti, e soprattutto di credibilità verso i suoi elettori, che sembra ormai incontrollabile.

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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