La Spagna affonda, l'Europa pure, e anch'io non mi sento niente bene

L’austerità non serve alla gente

La Spagna taglia: stipendi, scuola, sanità, posti di lavoro. La gente protesta, minatori e studenti, operai e impiegati, e il governo risponde con proiettili di gomma sparati dalla polizia ad altezza d’uomo. Speranza per il futuro non ce n’è. I numeri parlano chiaro: la disoccupazione è al 24,3%, quella giovanile è al 51,3%. Uno spagnolo su quattro (11 milioni di persone) è a rischio povertà, e il rendimento dei Bonos di nuovo vicino al 7% significa che l’interesse sul costo dei soldi presi in prestito è troppo alto. E’ una strada che porta alla Grecia. E’ quanto accaduto all’Irlanda e al Portogallo. I sacrifici non sembrano portare da nessuna parte, proprio Grecia, Irlanda e Portogallo lo insegnano: l’austerità serve alla Bce, non alla gente. Sembra che gli Stati siano aziende e i cittadini dipendenti, ma non è così: lo Stato è un corpo sociale. Diceva Hobbes che lo Stato “rappresenta l’istanza unitaria  […] si legittima in base al mandato di autorizzazione degli individui, in cui si realizza il meccanismo della rappresentanza politica”. Oggi gli Stati, a causa della crisi economica, agiscono senza l’autorizzazione dal basso ma in base a norme internazionali e meccanismi finanziari che bypassano la consultazione popolare. E mentre la democrazia retrocede, la Spagna affonda. Chi sarà il prossimo?

La mancanza di una sovranità europea condivisa e sovraordinata rispetto a quella dei singoli Stati impedisce di prendere decisioni comuni e di accompagnare, alle misure di rigore, politiche di solidarietà. Sarebbe il momento di discutere come costruire una vera e propria federazione europea, con un presidente eletto direttamente dai cittadini, un’ingegneria istituzionale comune che veda l’autonomia del paesi membri e un’autorità federale su alcune materie.

La fuffa europea

Invece dai summit europei continua a non uscire nulla. Un nulla misto fuffa:

– una proposta di regolamento al fine di creare un meccanismo di vigilanza unico per il sistema bancario europeo. Sarà data al meccanismo europeo di stabilità (Mes) la possibilità di ricapitalizzare direttamente gli istituti bancari. Si tratta di quella “unione bancaria” richiesta dal presidente della Banca Centrale Europea (Bce) Mario Draghi.

– lo “scudo anti-spread” (prevede che la Bce possa intervenire come agente sul mercato secondario dei titoli di Stato, acquistando tramite risorse del Meccanismo Europeo di Stabilità quelli dei Paesi della zona dell’euro che, pur avendo seguito politiche di rigore e di riforma strutturale, si trovassero ancora sotto pressione da parte dei mercati internazionali)

– i project bond (l’emissione finora definita “pilota” di titoli legati alla realizzazione di progetti infrastrutturali per un valore di 4,5 miliardi di euro, e il riutilizzo e il reinvestimento dei fondi strutturali europei.

– un piano di investimenti su infrastrutture e politiche occupazionali pari a circa l’1% del PIL dell’Ue (120 miliardi di euro) e volto a cercare di rilanciare la crescita economica nell’Unione.

Si tratta di misure finanziarie, nulla di politico. Il bello è che le borse internazionali se ne fregano di queste misure che, evidentemente, “non piacciono ai mercati”. E se non piacciono ai mercati e non piacciono ai cittadini, a che servono? Sono solo timidi tentativi di politica economica comune fatti da una leadership europea di pubblicani buoni per il foro e incuranti della suburra.

L’Internazionale degli idioti

Dunque che fare? Come si accennava sopra, costituire un governo federale europeo democraticamente legittimato, che superi le logiche nazionali delle tante (troppe) assemblee di capi di Stato e governo che rappresentano solo gli interessi particolari a scapito di quelli comuni. Una redistribuzione della ricchezza, operata da un governo federale legittimato, che si accompagni a misure centrali di politica economica. La costituzione progressiva di un comune mercato del lavoro, con diritti e regole uguali per tutti, e un meccanismo di equità del reddito (relativo al costo della vita e al potere d’acquisto nei singoli Stati membri). Senza dimenticare la costruzione di un welfare europeo degno di questo nome, cui ogni Paese possa integrare misure proprie, e la salvaguardia delle identità locali. Difesa e politica estera comune verranno dopo, molto dopo, e allora l’Europa sarà unita davvero senza essere omologata.

Insomma, serve più Europa per uscire dalla crisi ma non in senso burocratico, economico o finanziario bensì in senso politico. Questa Europa ha fallito, questa élite politica europea ha fallito: Merkel, Sarkozy, Cameron, ma anche i Barroso, i Van Rompuy, i Buzek, e – diciamolo – i Monti, i Prodi e i Berlusconi. Sembra l’Internazionale degli idioti. Ma il percorso di unità europeo trascende questa classe politica, questa crisi debitoria, questa burocrazia economica. Se il dito indica la luna, non è il dito che dobbiamo guardare.

L’Europa è un tabù

Con questo non si vuole passare per entusiasti a tutti i costi. L’euroscetticismo è una linfa per l’Europa, lo scetticismo è un atteggiamento proprio del pensiero europeo: dalla filosofia greca a Montaigne, fino a Hume e Cartesio. Sembra però che la parola Europa sia diventata un modo per non parlare d’Europa, per non affrontare i nodi che sottendono l’idea di unità, per mettere a tacere il pensiero critico: lo scetticismo appunto. Questa crisi economica è anche una crisi morale: per uscirne occorre spezzare il tabù della parola Europa e pensare ad una unità politica, vera e concreta. Tutte cose che le nostre leadership non sanno fare. Perché manca di immaginazione.

Ho mal di pancia

Chi scrive di immaginazione non ne ha molta, ma almeno non fa il politico. Brucia solo un po’ lo stomaco, che non passa nemmeno con la magnesia, se contando gli anni alle spalle (e sono trenta) si comprende che la generazione del mulino bianco ha mangiato troppe merendine: il nostro futuro di benessere e consumi (ce l’avevano promesso! ci avevano programmato per questo!) è perduto per sempre. Che resta da fare? Ascoltare le canzoni di De Andrè o Gaber per sentirsi intelligenti, prendere pensieri a nolo da qualche libro, compiacersi e consolarsi dello schifo d’attorno. Ordinaria miseria dello spirito. Scusate, non mi sento niente bene.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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4 commenti

  1. Peccato che l’idea d’Europa unita nasca solo per creare un mercato unico e compiacere quindi le aspirazioni del liberismo anche se hanno voluto farci credere che tutto sia stato ideato per portare pace e prosperità nella prospettiva di uno Stato Federale europeo…Tutte balle!

    • Come può immaginare non sono d’accordo. E prenderei in considerazione il fatto che i primi federalisti europei erano antifascisti al confino o in carcere, iscritti al partito comunista, socialista o d’azione. Non credo che a costoro interessasse granché del liberismo. Un saluto

      Matteo Z.

      • Questo lo so perfettamente ma, come afferma lei stesso, i primi federalisti europei come Spinelli sono stati antifascisti e confinati ma dopo la seconda guerra mondiale ha preso piede secondo me una corrente più funzionalista che ha visto prevalere il concetto di libero scambio come panacea di tutti i mali. Non a caso e puntualmente, le proposte per una dimensione più federale dell’Europa sono sempre fallite. Ma questo è un mio personale punto di vista.

        • Sulla svolta funzionalista sono d’accordo. Quello che mi preme, e che quando mi capita scrivo, è far capire proprio questo: l’Unione Europea (o l’unità europea) non sono per forza né solamente questa Unione Europea. I margini per cambiarla ci sono ancora, e il fallimento di questa Unione Europea è evidente. Secondo me molte persone tendono a buttare via il bambino con l’acqua sporca: certo bisogna cambiare, molto se non tutto. Ma l’idea di unità europea resta valida e praticabile (anche perché non ancora realmente praticata). Secondo me molte persone non immaginano che l’Europa possa essere diversa da così e l’accettano o rifiutano in toto. Il rifiuto è poi cavalcato dai partiti populisti e nazionalisti, che approfittano dello scompiglio e non mi sembrano (in generale) una cura migliore della malattia che intendono debellare. Quello che vorrei è l’apertura di un dibattito pubblico concreto e sensato, senza slogan da due soldi, per riflettere in varie sedi e a più livelli su che Europa costruire. E senza dimenticare di far ratificare le decisioni da un referendum popolare. Come vede, anche questo è un punto di vista personale. Verità in tasca non ne ho. Ma confrontarci mi sembra assai utile.

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