TURCHIA: I siriani abbattono un caccia turco. Ankara si rivolge alla Nato e pensa alla guerra

La Turchia soffia sui venti di guerra. Venerdì scorso, 22 giugno, un caccia F-4 dell’aviazione turca è stato abbattuto nei cieli siriani dalla contraerea di Damasco. In un primo momento il governo di Ankara aveva smentito che il caccia fosse stato colpito dai siriani ma poi, giunta la conferma da Damasco, Erdogan si è limitato a un “reagiremo di conseguenza”. Oggi il premier turco fa però sapere che l’F-4 sarebbe stato abbattuto in territorio internazionale. Ecco le prime domande senza risposta: dove è stato abbattuto l’aereo turco? e qual era la sua missione?

Siria e Turchia, guerra sempre più calda

Nella notte di venerdì 22 giugno un portavoce dell’esercito siriano ha spiegato: «abbiamo confermato che l’obiettivo era un aereo militare turco che è stato colpito da un colpo diretto, dopo essere entrato nello spazio aereo siriano. Si è schiantato in mare nelle acque territoriali siriane a circa 10 km dalle coste della provincia di Latakia». Il portavoce di Damasco ha aggiunto che i radar siriani avevano individuato un «obiettivo non identificato» che era penetrato nello spazio aereo siriano a grande velocità e a bassa altitudine. La difesa anti-aerea ha ricevuto quindi l’ordine di aprire il fuoco.

La replica è però arrivata domenica 24 giugno dal ministro degli Esteri turco Davutoglu che ha affermato, in un’intervista all’emittente Trt, che un’inchiesta è arrivata alla conclusione che l’abbattimento è avvenuto “nello spazio aereo internazionale, a 13 miglia nautiche dalla Siria”. Il ministro degli Esteri turco ha lanciato un duro attacco al regime siriano affermando che l’F-4 stava solo testando un radar interno turco e non era in alcun modo una minaccia per la Siria. “I siriani”, ha denunciato contestando la versione di Damasco, “sapevano benissimo che era una aereo militare turco e la natura della sua missione”.

D’altro canto la Siria sostiene che un gruppo di «terroristi è stato intercettato mentre tentava di infiltrarsi dalla Turchia, a Latakia. Alcuni di loro sono stati uccisi, altri feriti e altri ancora sono fuggiti». Lo ha afferma to l’agenzia di Stato Sana, senza però fornire ulteriori dettagli.

Ankara guarda alla Nato. Gli inglesi e russi guardano a Damasco

La reazione diplomatica turca è stata immediata: Ankara ha chiesto consultazioni alla Nato, in base all’articolo 4 dell’Alleanza atlantica, per il quale «ciascuno degli alleati può chiedere consultazioni quando ritiene minacciata la sua integrità territoriale, la sua indipendenza politica o la sua sicurezza». Già lunedì, a Lussemburgo, la questione sarà trattata dai ministri degli esteri dell’Unione Europea. La Gran Bretagna è stata la prima a denunciare la gravità del fatto:  «Scandaloso» come l’ha definito il ministro degli esteri britannico, William Hague, secondo cui Londra è pronta a sostenere una «azione energica» nei confronti della Siria al Consiglio di sicurezza dell’Onu. «Sono profondamente preoccupato dalle azioni del regime siriano» e l’abbattimento del Phantom turco sottolinea quanto Damasco «si sia spinta oltre il limite dell’accettabile». Londra si era già fatta sentire nei giorni scorsi quando per la acque scozzesi transitava un cargo russo battente bandiera delle isole Curacao che trasportava elicotteri e batterie antiaeree siriane. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, non ha fatto mistero del fatto che quegli armamenti fossero stati portati a Mosca per “manutenzione e riparazione”. Il cargo, ricacciato indietro grazie a un cavillo burocratico (mancava della necessaria assicurazione) si trova ora al porto di Murmansk pronto a ripartire, questa volta con bandiera russa.

La vicenda si inserisce in un quadro generale di forte instabilità. Da un lato c’è la questione siriana, nella quale il regime ba’at di al-Assad si è trovato privo dell’appoggio internazionale e costretto a combattere ribelli armati e organizzati, con tutta probabilità, dall’estero. La natura dei ribelli siriani è ignota, alcune fonti suggeriscono si tratti di milizie dei Fratelli Musulmani armati da forze speciali britanniche e qatariote e addestrate in basi americane in Kosovo. Dall’altro lato c’è la politica estera turca, sempre più aggressiva.

La politica estera turca e “il cuscinetto di Aleppo”

La Turchia infatti punta a diventare il leader del Mediterraneo orientale. Dopo la “primavera” egiziana Erdogan si è recato a Il Cairo cercando, di fatto, di proporre il modello islamico moderato e militarista turco a un Egitto già in mano alla giunta militare. Con Israele, invece, si sono interrotti i rapporti diplomatici dopo l’episodio della Freedom Flottilla, il convoglio di navi battenti bandiera turca attaccate dall’esercito israeliano mentre si accingevano a portare aiuti a Gaza. E la questione palestinese diventa per Ankara la chiave per scardinare l’equilibrio regionale e isolare Israele, tradizionale alleato turco. C’è poi la questione cipriota, ora complicata dalla scoperta di immensi giacimenti di idrocarburi nel mare attorno all’isola che, dal 1974, è divisa in due. Proprio in virtù del controllo indiretto di Cipro nord la Turchia cerca di mettere le mani sulla torta energetica. E non si può dimenticare l’offensiva culturale nei Balcani.

Ma più importanti, al momento, sono la questione siriana e quella curda. Con la Siria si sono rotti ormai tutti i rapporti: profughi siriani sono fuggiti in Turchia da cui, allo stesso tempo, si infiltrano in Siria ribelli e gruppi armati di dubbia provenienza. Frattanto l’esercito turco ha invaso l’Iraq del nord, a maggioranza curda, accusato di dare appoggio logistico ai terroristi del Pkk. Ecco che lo scopo di Ankara si schiarisce e anche l’episodio del caccia turco abbattuto assume un altro significato. Si può infatti supporre che Ankara punti a formare una zona cuscinetto, che dall’Iraq del nord arrivi ad Aleppo, sulla quale esercitare un controllo più o meno diretto con la prospettiva, in caso di riuscita, di separarlo creando un nuovo Stato “protetto” da Ankara. Perché ciò avvenga, però, è inevitabile un attacco militare diretto alla Siria. Ipotesi che la Turchia non rifiuta affatto: “Nessuno sottovaluti la potenza dell’esercito turco”, ha dichiarato oggi il ministro Davatoglu: “Siamo pronti a qualsiasi evenienza”. Erdogan ha infatti convocato ieri lo Stato maggiore di marina, aeronautica ed esercito per mobilitare le truppe.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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3 commenti

  1. bel pezzo; l’ipotesi separatista finale però mi sembra priva di fondamento. Più facile vedere il tutto come una reazione della Turchia che, in mancanza di garanzie di stabilità oltre i confini, si trova a dover intervenire direttamente, pur con riluttanza.

    • non è del tutto priva di fondamento. Una buffer zone è stata più volte ventilata anche dallo stesso Erdogan che ne ha persino parlato in una conferenza stampa qualche settimana fa. Ufficialmente servirebbe a limitare l’afflusso di profughi, un po’ come i bombardamenti sul Kurdistan servono a prevenire gli attacchi del Pkk… la mia idea è che la zona cuscinetto possa avere una precisa funzione politica, qualora realizzata. E i confini, lo si è visto con l’Iraq “federale”, restano uguali solo formalmente dopo una guerra. Non credo all’intervento militare turco. Ma non credo ad Ankara che fa le cose con riluttanza.

      m.z.

  2. sono in kosovo e l’offensiva cultural-militare turca si sente molto. credo che la saudade turca per i fasti ottomani conti molto in queste sortite di politica estera…

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