BOSNIA: Segnali di riconciliazione inaspettati

di Leonardo Torelli

Lo scontro intorno alla risoluzione ONU che ha istituito la Giornata internazionale di riflessione per il genocidio di Srebrenica ha riacceso tensioni e rinvigorito minacce di secessione in Bosnia Erzegovina. Nonostante tutto, inaspettatamente, su altri fronti la situazione sembra migliore.

Riapre la moschea Arnaudija a Banja Luka

La moschea Arnaudija fu costruita a Banja Luka nel 1595 in stile ottomano classico. Venne poi distrutta, durante la guerra di Bosnia, il 7 maggio 1993 dalle forze serbo-bosniache insieme alla moschea Ferhadija, riaperta nel 2016. Per anni i frammenti della Arnaudija sono stati recuperati dalle discariche circostanti e dal fiume Vrbas, fino alla sua riapertura, esattamente 31 anni dopo, nel Giorno delle moschee (Dan džamija). “Per i credenti e per tutti i cittadini, Banja Luka può tornare a vivere uno dei suoi importanti patrimoni”, ha detto l’imam Muamer Okanović a Radio Free Europe, confidando che la riapertura possa “migliorare le relazioni tra i residenti della città”.

La prima volta che si tentò di ricostruire la moschea Ferhadija, nel 2001, i nazionalisti serbi insorsero. A seguito dei disordini, 30 bosniaci di religione musulmana rimasero feriti ed un anziano perse la vita. Quindici anni dopo, la ricostruzione della moschea veniva completata grazie ai finanziamenti privati, e all’aiuto del governo turco e della Republika Srpska.

Oggi, gli stessi finanziatori di allora hanno permesso la riapertura della moschea Arnaudija, in un clima decisamente diverso. L’idea di ricostruire Arnaudija è stata presentata nel 2015, e alla fine del 2016 è stato firmato il protocollo per la ristrutturazione con il Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, l’istituzione governativa turca che gestisce e controlla le “dotazioni caritatevoli inalienabili” (waqf) regolate dalla legge islamica. Già l’anno successivo, nel 2017, è stata posta la prima pietra, dando il via ai lavori.

La presenza di Dodik

Alla riapertura hanno presenziato, tra le tante figure di spicco, anche il sindaco di Banja Luka Draško Stanivuković ed il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, un tempo  accesi rivali.

Proprio Dodik nel 2018 sosteneva che il richiamo alla preghiera dei muezzin proveniente dalla moschea Ferhadija disturbasse i serbi e che il numero di moschee fosse esagerato. Alla più recente cerimonia di riapertura, il leader serbo-bosniaco ha invece dichiarato che la distruzione delle moschee è stata “un errore, un atto di follia” e che “l’esistenza di questi luoghi di culto non può essere messa in discussione da alcuna demolizione o profanazione”. Dodik ha poi ringraziato la Turchia per il contributo economico offerto per la ristrutturazione.

Il ministro della difesa commemora tutte le vittime civili

Segnali positivi sono giunti anche dal Vicepremier e ministro della difesa della Bosnia Erzegovina, Zukan Helez, che a maggio ha visitato diverse zone del Paese, per ricordare le vittime appartenenti a ciascuno dei tre popoli.

Il ministro ha dapprima reso omaggio ai civili croati uccisi nella città di Grabovica da alcuni membri dell’esercito della ARBiH nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1993. Nel massacro di Grabovica persero la vita 33 civili, tra cui donne, anziani e bambini, che il ministro ha ricordato nel suo discorso. Helez ha poi sottolineato che “ogni vittima merita rispetto” e invitato “tutti i politici in Bosnia Erzegovina a rendere omaggio a tutte le vittime, non solo alle vittime del proprio popolo” poichè “questo è l’unico modo in cui possiamo costruire una Bosnia Erzegovina e un futuro migliore”.

In seguito, il ministro si è recato nella città di Sokolina, dove ha deposto fiori e recitato una preghiera in onore delle vittime. Nel 1992, membri dell’esercito della Republika Srpska prelevarono dal campo di Rajlovac detenuti bosgnacchi provenienti dai villaggi di Ahatović, Dobrošević e Bojnik, e li portarono a Sokolina, con la falsa promessa di liberarli in uno scam,bio di prigionieri. Dei 56 detenuti, poi massacrati sopravvissero solamente in otto. Il ministro ha ribadito che, commemorando i civili assassinati, si garantisce che la verità di questo crimine non venga distorta e che simili atrocità non si ripetano.

Da ultimo, Helez ha visitato il villaggio di Sijekovac, dove agli albori della guerra di Bosnia furono fatte numerose vittime civili, perlopiù serbo-bosniache. “Il crimine di Sijekovac è stato commesso nel 1992 da membri dell’HOS (ndr le Forze di Difesa Croate) ed una persona è stata condannata per l’omicidio di 46 civili. I corpi furono poi gettati nel fiume Sava e otto morti risultano ancora dispersi”, ha ricordato il ministro durante la visita, raccontando di alcune vittime e delle loro storie personali.

Segnali positivi?

Gli accadimenti di queste ultime settimane hanno riportato la Bosnia Erzegovina al centro dell’attenzione internazionale, soprattutto per le rinnovate tensioni intorno alla risoluzione ONU sul genocidio di Srebrenica. La riapertura della moschea di Arnaudija, la cui ricostruzione non è stata motivo di scontri, e le visite del ministro Helez, che ha commemorato senza distinzioni tutte le vittime della guerra, indicano sicuramente la giusta direzione. Tuttavia, è difficile pensare che gesti di questo tipo, per quanto positivi, possano essere risolutivi in una regione dove una certa politica, imprevedibile, troppo spesso rilegge la memoria collettiva in chiave etno-nazionalista per fare i propri interessi.

Foto: Tomas Damjanovic, See Srpska

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