fiumi Balcani

BALCANI: Paesaggi mortali. I fiumi usati come trappole contro i migranti

I fiumi dei Balcani – Evros, Sava, Drina – sono ormai incorporati in architetture di confine che producono morte per gli esiliati che cercano rifugio verso l’Europa lungo la rotta balcanica. Morti che non sono accidentali né naturali ma frutto di tecnologie di contenimento che trasformano i fiumi in trappole ecologiche.

I fiumi lungo la rotta balcanica

I corsi d’acqua che si sono rivelati più letali lungo la rotta balcanica sono la Drina, tra Serbia e Bosnia, l’Evros, tra Turchia e Grecia e la Sava, tra Croazia e Bosnia. Come nel caso del deserto di Sonora tra Stati Uniti e Messico, i fiumi lungo i Balcani vengono trasformati in trappole mortali. Questo è un metodo di controllo delle frontiere che trasforma elementi ecologici in strumenti di violenza istituzionale, contribuendo alla creazione di ‘paesaggi mortali’ che catturano e eliminano chi cerca di attraversarli.

I decessi ritrovati lungo il corso dell’Evros hanno spinto Ifor Duncan e Stefanos Lefavidis ha definire il fiume una ‘infrastruttura di confine ecologica’ con caratteristiche killer. Le analisi riportare dai due ricercatori dimostrano che, contrariamente alla percezione dei fiumi come fenomeni passivamente ‘naturali’, l’Evros è il risultato di una serie di tecnologie di contenimento che organizzano la sovranità territoriale della Grecia. Tra queste, la mobilitazione di infrastrutture, in particolare dighe e centrali idroelettriche, forniscono allo stato la possibilità di controllare il flusso del fiume. L’episodio più eclatante avvenne il 10 marzo 2018 quando la Grecia, in collaborazione con la Bulgaria, rilasciò ingenti quantità di acqua nella valle dell’Evros minacciando la vita dei richiedenti asilo che tentavano di entrare in Europa.

L’anno scorso lungo le sponde greche del fiume Evros sono stati ritrovati 60 corpi, il numero più alto mai registrato nella zona di confine tra Grecia e Turchia. Nel 2023, in Bosnia sono morte almeno 28 persone nel tentativo di attraversare le acque gelide della Drina. Al confine di Siče, tra Bosnia e Croazia, sono stati recuperati decine di corpi che hanno perso la vita nell’attraversamento della Sava. Il report di Lighthouse sottolinea come il numero dei decessi possa essere molto più elevato, evidenziando la difficoltà di recuperare e quantificare i corpi dispersi lungo i corsi d’acqua.

Frontex nei Balcani Occidentali

Nel febbraio 2024 Frontex  ha continuato a assistere la Croazia, la Serbia e la Bosnia avviando la terza fase del programma IPA III Progetto di Supporto Regionale dell’UE per Rafforzare le Capacità di Sicurezza delle Frontiere nei Balcani Occidentali. I rappresentanti di Frontex hanno presentato il progetto sottolineando come il partenariato possa aiutare i Balcani pccidentali ad aderire al piano di “gestione integrata della frontiera europea”. Il programma prevede di fornire formazione avanzata agli agenti di frontiera balcanici. La collaborazione potrebbe facilitare il tracciamento e il respingimento di richiedenti asilo attraverso i pushback, una pratica illegale che sta trasformando le frontiere dei paesi balcanici in un vasto cimitero di persone senza nome.

Le prove materiali sono visibili nelle vicinanze delle sponde della Drina e della Sava. Guidando attraverso le città di Bijeljina e Siče, rispettivamente al confine tra Serbia e Bosnia e tra Croazia e Bosnia, saltano all’occhio una miriade di lapidi che si nascondono dietro il cimitero ‘ufficiale’ di entrambe le città. Targate NN con l’anno del decesso, queste lapidi non hanno un nome, un cognome né una data di nascita. La sigla è stata ribattezzata da gruppi di attivisti locali No Name, No Nation, Not Necessary, No NoiseL’indifferenza con cui vengono processate le autopsie parla del modo in cui gli enti coinvolti nel controllo delle frontiere non si assumono la responsabilità dei decessi. Difatti, la sistematicità con cui i richiedenti asilo perdono la vita viene mediatizzata non tanto come una conseguenza delle politiche ostili di respingimento ma come una morte accidentale, una morte da annegamento.

Necro-idrologia

I confini naturali acquisiscono quindi un nuovo significato. Oltre a demarcare la linea di separazione tra due paesi, diventano il mezzo letale con cui perpetuare il respingimento del ‘nemico’. In queste circostanze, il fiume entra a far parte di un’architettura di confine in grado di determinare la vita e la morte di un richiedente asilo – quello che Ifor Duncan definirebbe necro-idrologia.

Lungo la rotta balcanica la morte per annegamento è diventata una conseguenza sistematica delle politiche migratorie europee. La ‘natura’ non può più essere considerata un alibi agli svariati decessi avvenuti lungo Drina, Sava ed Evros. Al contrario, questi confini naturali sono incorporati nella produzione di “paesaggi mortali” che spezzano con regolarità la vita delle persone in movimento.

F0to: Aleksandar Milanović / Lighthouse

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