Bucarest sefardita

Bucarest sefardita: la mostra a Venezia

In occasione della Giornata internazionale in memoria delle vittime dell’Olocausto, l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia e il Centro di Studi Ebraici «Goldstein Goren» della Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest organizzano la mostra foto–documentaria «Bucarest sefardita», a cura di Felicia Waldman e Anca Tudorancea, che sarà aperta al pubblico in orario pomeridiano, dal 19 al 27 gennaio 2024, nella Galleria dell’Istituto (Cannaregio 2215).
La mostra ripercorre la plurisecolare storia della comunità sefardita di Bucarest in una sequenza tematica: edifici privati e personalità della comunità sefardita, edifici comunitari, sinagoghe, professioni liberali, artigiani, mercanti, banche e banchieri, medici, personalità della cultura, editori e librai, emigrazione sefardita. Le fotografie utilizzate provengono dall’archivio del Centro per lo studio della storia degli ebrei in Romania, CENTROPA (intervista a Dan Mizrahy, 2005), dagli archivi privati di Anca Halfon Mircea, Alberto Modiano, Ovidiu Morar, Felicia Waldman, Anca Tudorancea, Irina Cajal Marin, Sorin Berman, e dall’archivio NMP. Grafica & DTP: Irina Weiner–Spirescu.
La mostra intende recuperare e restituire al pubblico la storia – in gran parte dimenticata – della Bucarest sefardita, il cui patrimonio fisico sta purtroppo scomparendo a causa di demolizioni o cambi di destinazione d’uso degli edifici, così come la comunità che l’ha creata. Attraverso fotografie vecchie e nuove e materiale d’archivio, i pannelli esposti documentano i quasi 500 anni di storia degli ebrei spagnoli che hanno prima attraversato e poi si sono stabiliti a Bucarest, portando con sé attività commerciali inedite, ma anche istituzioni comunitarie, istituti scolastici e organizzazioni culturali, di cui spesso beneficiarono gli ebrei ashkenaziti che vennero dopo di loro e che presto divennero molto più numerosi ma meno capaci finanziariamente, e persino i romeni, attraverso le donazioni fatte da banchieri sefarditi all’Accademia Romena e all’Università di Bucarest per borse di studio e premi di cui beneficiarono molte personalità di primo piano dell’intellighenzia romena.
Menzionati nei documenti ufficiali dei Principati Romeni già nel 1550, i sefarditi, provenienti soprattutto dall’Impero Ottomano, ma anche dall’Italia o addirittura dall’Austria, hanno beneficiato nel tempo di un trattamento altalenante: a volte erano attratti con agevolazioni offerte dai governanti per dare impulso all’economia locale, dato che era noto il loro ruolo di primo piano nel flusso commerciale tra Oriente e Occidente, altre erano perseguitati con persecuzioni e restrizioni, quando l’economia sembrava decollare. Ma qualunque fosse il destino che li attendeva, essi rimasero sempre legati alla Spagna perduta, come dimostrano non solo la lingua ladina e le tradizioni perpetuate a prescindere dalle circostanze avverse, ma anche i nomi che scelsero di usare. Riconosciuta come corporazione nel 1694 e come istituzione nel 1730, grazie agli sforzi di Daniel de Fonseca e Celebi Mendes Bally, la Comunità degli Israeliti Spagnoli contribuì in modo sostanziale sia allo sviluppo economico sia a quello culturale, non solo nel mondo ebraico ma anche in quello romeno, e non solo a Bucarest ma anche nel resto del Paese.
Attraverso una serie di personalità sefardite, un mosaico di negozi e pubblicità che attestano la diversità della loro offerta commerciale, una selezione di edifici rappresentativi costruiti da o per famiglie ebraiche di origine spagnola e una raccolta di documenti personali (atti di stato civile, lettere) o ufficiali (richieste alle autorità, progetti architettonici, mappe, biglietti da visita), la mostra tenta di ricomporre come in un puzzle l’immagine della vecchia Bucarest sefardita, il cui declino iniziò durante la Seconda Guerra Mondiale, con la distruzione da parte del movimento di estrema destra della Guardia di Ferro del Grande Tempio Spagnolo «Cahal Grande» e la partenza dei suoi abitanti verso il Sud America, in particolare verso l’Argentina. Dopo il 1944, quando lo stesso rabbino capo della comunità, Sabetay Djaen, partì per motivi di salute alla volta di Buenos Aires, di cui era originario, dal 1949 al 1965 la comunità sefardita divenne una sezione all’interno della comunità ashkenazita.
Oggi non esiste più alcuna struttura comunitaria sefardita a causa del numero troppo esiguo di membri. Si conclude così una storia lunga 500 anni, alla quale si vuole rendere omaggio con questa mostra e far conoscere al pubblico italiano e internazionale il patrimonio architettonico sefardita di Bucarest e la storia di una comunità che ha contribuito al progresso economico e culturale della Romania.

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