Cinquant’anni fa usciva Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev

Nel 1973 a Gerusalemme uscì per la prima volta, all’insaputa del suo autore, il poema Mosca-Petuški. Un capolavoro della letteratura russa e dell’alcolismo…

Percorso editoriale

Nonostante la data apposta alla fine del testo sia quella del 1969, il poema, secondo quanto riportato in un’intervista di Leonid Prudovskij a Erofeev, sembrerebbe essere stato scritto nei primi mesi del ’70. Fu proprio da quel momento che Mosca-Petuški iniziò a vivere grazie al samizdat (auto-edizione), un fenomeno tutto sovietico che consentì la circolazione di testi dattiloscritti clandestini, che venivano battuti a macchina di notte e poi passati di mano in mano.

Pubblicato attraverso i canali tradizionali per la prima volta in tamizdat (pubblicazione all’estero) nel 1973 a Gerusalemme, sull’almanacco letterario AMI in versione ridotta, ottenne subito successo. Successivamente, nel 1977, venne pubblicata a Parigi la versione integrale dalla casa editrice YMCA Press, sia in lingua russa che in lingua francese.

In URSS il poema apparve, seppur nella sua forma storpiata, solo a partire dal 1988 sulla rivista “Trezvost’ i kul’tura”; l’anno successivo venne pubblicato integralmente prima sull’almanacco letterario “Vest’” e poi nel 1990 (anno di morte di Erofeev) in volume, da due case editrici moscovite, Interbuk e Prometej.

In Italia sono state pubblicate più traduzioni di quest’opera, un caso un po’ singolare considerando lo stato recente che possiede, ma che è probabilmente riconducibile all’eterogeneità semantica e stilistica che caratterizza il poema.

La prima pubblicazione in lingua italiana precede quella sovietica ufficiale, e uscì nel 1977 per Feltrinelli con la traduzione di Pietro Zveteremich: Mosca sulla Vodka, sulla scia della versione francese del 1976 Moscou-sur-Vodka (Moscou-Pétouchki) di Albin Michel. Sono uscite poi altre tre traduzioni, una di Marco Caramitti, Tra Mosca e Petuškì, pubblicata da Fanucci nel 2003, una a cura di Gario Zappi, Mosca-Petuškì e altre opere, per Feltrinelli, e l’ultima a cura di Paolo Nori, Mosca-Petuškì. Poema ferroviario, pubblicata da Quodilibet nel 2014.

Un viaggio a più livelli

L’opera in questione, che appare al lettore, almeno a prima vista, insolita e surreale, racconta il viaggio obnubilato del protagonista Venička (alter ego dell’autore) da Mosca a Petuški per incontrare la propria innamorata.

Il viaggio fisico, su un ėlektrička, viene scandito dalle fermate, che danno anche il titolo ai vari capitoli, mentre il viaggio interiore non si ferma: i pensieri di Venička non si interrompono quando il treno sosta nelle stazioni, ma proseguono più o meno indisturbati, toccando gli argomenti più insoliti. Il protagonista si muove tra discorsi carichi di turpiloquio e citazioni bibliche, senza privarsi di una critica alla società sovietica.

Durante tutto il tragitto, però, c’è un’unica grande costante: la ricerca di alcol; Venička sale sul treno in uno stato non del tutto lucido (ha mai smesso di bere?), e comincia a trangugiare quello che gli capita a tiro, creando cocktails dai nomi poco probabili e offrendoli anche agli altri passeggeri, con i quali intraprende conversazioni di un certo spessore, che si intrecciano tra tematiche letterarie, sociali, e riflessioni sull’anima russa.

Questi dialoghi, intrattenuti con alcune persone reali (Baffonero, il decabrista) e con personaggi non esistenti, come gli Angeli, Satana e la Sfinge, fanno da sfondo al denso monologo che abita tutto il testo.

Il velo tragico, a tratti tragicomico, trova forse la sua massima espressione nell’epilogo della storia: Venička non scende a Petuški e ritorna, nel suo viaggio circolare, a Mosca. Si ritrova al Cremlino, dove non era mai riuscito ad andare, perché tutte le volte finiva alla Stazione di Kursk, e poi prendeva il treno per Petuški. Ed è lì, vicino al Cremlino, che quattro loschi figuri lo trafiggono con un punteruolo e mettono fine alla sua vita, offrendo al lettore un finale da “crocifissione”.

L’alcolismo in Urss

A partire dalla seconda metà del Novecento, in linea con altri paesi occidentali, iniziò in Urss il boom delle bevande alcoliche, e, nonostante le varie campagne condotte dal partito per limitarne l’utilizzo, si sviluppò un nuovo modo di bere alcolici, che iniziarono a essere consumati anche sul posto di lavoro. Questo abuso è rappresentato nel poema stesso quando Venička racconta delle sue giornate di lavoro (lavoro dal quale è stato licenziato solo dopo cinque settimane), dove si passava il tempo tra sorsi di cognac e vermut.

Il ritratto di Venička, che emerge da Mosca-Petuški, sembra quasi rappresentare il caso clinico di un dipendente dall’alcol, di una persona che non è libera di scegliere di non bere, al punto che, pur di soddisfare questo bisogno, crea delle bevande con lucido per scarpe, vernici per i mobili, arrivando a bere anche dei profumi…

Venička, però, è colui che, bevendo, riesce ad avere un quadro lucido sulla società in cui vive, diventando quasi un “profeta della vacuità dell’Unione Sovietica”.

L’alcolismo, dunque, sembra essere una condizione necessaria, una via di fuga, per sopravvivere all’interno di uno stato che non offre alternative ai propri cittadini, e, allo stesso tempo, anche un “mezzo” per riuscire a osservare la vita con occhi diversi, arrivando, in qualche modo, a comprenderla.

Del resto, questo alcolismo radicato, che ha addirittura portato le persone a bere prodotti che non sono difatti bevibili, è legato a doppio filo a un’altra problematica interna allo stato sovietico, ovvero quella della povertà, perché come scrive Dmitrij Pisarev, citato nel poema: “il popolo non si può permettere il manzo, ma la vodka è più a buon mercato del manzo, perciò il contadino russo beve, per povertà, beve!”.

Erofeev “non è venuto dal popolo, ma nel popolo è rimasto”, così in Russia lo conoscono tutti, o perché hanno un brutto rapporto con la vodka, o perché hanno un rapporto, anche minimo, con la letteratura.

Nell’immagine, un’illustrazione di Philipp Tsenin

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