Sindrome Italia

ROMANIA: La “sindrome Italia” e il drammatico ritorno a casa delle badanti

La “sindrome Italia” e il ritorno spesso drammatico in patria di chi si occupa dei nostri cari. “Vite a perdere quando tornano da dove vennero”.

All’Istituto psichiatrico Socola a Iaşi le badanti ricoverate sono più di duecento ogni anno. Soffrono tutte della cosiddetta “sindrome Italia”, un disturbo medico-sociale riconosciuto, ormai noto da queste parti e famoso fra gli specialisti, dice la primaria Petronela Nechita. E l’Italia ha il triste onore di dare il nome a questo disturbo. Ma non sono solo le rumene a soffrirne: quando è stato ufficialmente riconosciuto nel 2005 si erano osservati gli stessi sintomi in altre donne dalla Moldavia, dall’Ucraina, dalle Filippine, dal Sudamerica.

“Tutte emigrate per anni ad assistere anziani nell’Europa ricca, lontane da figli e mariti”. “Badanti che prendiamo in casa e crediamo di conoscere — nel nostro Paese sono circa un milione, solo la Siria esporta in Europa più migranti della Romania — e diventano invece vite a perdere, quando tornano da dove vennero”

Tutte hanno gli stessi disturbi: depressione, insonnia, inappetenza, allucinazioni, schizofrenia, ansia e attacchi di panico, ossessioni, psicosi, manie e compulsioni varie. Spesso tentano il suicidio e altrettanto spesso ci riescono. Ma questo non si può dire a voce alta e il certificato di morte deve essere manomesso per cambiare la causa del decesso, perché “nella Iaşi dalle cento chiese […] i pope ortodossi negano i funerali e il cimitero a chi si toglie la vita”.

Spiega Nicheta: ‘C’entrano la mancanza prolungata di sonno, il distacco dalla famiglia, l’aver delegato la maternità a nonni, mariti, vicini di casa… […] Tra le nostre pazienti ci sono soprattutto quelle che rifiutavano i giorni di riposo e le ore libere per guadagnare meglio, distrutte da ritmi massacranti. Nessuno può curare da solo un demente o una persona non autosufficiente: 24 ore al giorno, senza mai una sosta. Col fardello mentale di quel che ci si è lasciati alle spalle’.

La parola chiave qui, infatti, è dor, intraducibile dal rumeno. È la brama, il desiderio ardente per quello che si è abbandonato, molto più di una semplice mancanza, e insieme lo struggimento, una sofferenza angosciata e tormentata per ciò che si sa non si ritroverà più al proprio ritorno.

Il Corriere della Sera, in un bellissimo ma struggente reportage pubblicato nel 2019 per il progetto speciale Cento giorni in Europa, in occasione del voto al Parlamento Europeo, ha raccolto le storie di alcune di loro.

Nicoleta

Si inizia con Nicoleta, da tanti anni di nuovo in Romania ma ancora preda degli incubi e degli orrori subìti in Italia. A Treviso badava ad una coppia di anziani, lui aveva l’Alzheimer. Tornata a casa nel 2012 non si è più potuta togliere dalla testa le urla, gli insulti e i soprusi. ‘Nicoleta, sei una schifosa. Sta’ zitta!’. Racconta: ‘Quando sono tornata a casa mi sono accorta che parlavo con le voci […]. Avevo attacchi di panico, piangevo. I miei due figli mi guardavano come una sconosciuta. Avevano ragione: erano cresciuti senza vedermi, ormai era passato troppo tempo… Alla fine se ne sono andati via’. Meglio forse così, ammette lei: ‘Ma sì, che cosa ci stavano a fare con me? Hanno una vita da vivere. La mia, io l’ho regalata all’Italia’.

Gabriela

Gabriela è stata in Italia dieci anni, lavorava tutti i giorni, ventiquattro ore su ventiquattro. ‘Io prendevo settecento euro, non ho mai preso di più in dieci anni’. Ogni centesimo andava in Romania, non si è mai concessa niente – ‘neanche un succo, un gelatino’.

Carmen

Carmen ha vissuto dieci anni a Biella. ‘Potevo lavarmi una volta a settimana. Mi controllavano il cibo e l’acqua dovevo scaldarla sui termosifoni’. L’Italia, dice, l’ha fatta diventare ossessionata con le spese, scrive e annota tutto, come una spia, dice lei, e in casa non la sopportano più.

Elena

Elena è rientrata da pochi anni dall’Italia, è stata a Milano e a Firenze per otto anni. ‘Uscivo di casa solo per buttare la spazzatura’. Ma le cose sono molto cambiate al suo ritorno, soprattutto nel rapporto con suo marito, caratterizzato ora da liti furiose, botte e l’alcolismo di lui. Non va in terapia, non ci vuole andare, dice che guarisce continuando a lavorare e fa i turni di notte come guardia giurata. Dice che va a “badare” ai negozi – ormai è una deformazione mentale, oltre che professionale.

Elena Alexa

Elena Alexa ha lavorato a Verona, dove badava ad un’anziana signora di cento chili, lei era malnutrita ed era arrivata a pesarne cinquanta. Aveva “diritto” a sei mezze mele alla settimana – se così si può chiamare. Dormiva nel corridoio insieme al cane, la notte la signora si alzava e le andava a strappare i vestiti da addosso. Anche gli insulti erano pesanti: romena figlia di p…, morta di fame. A soffrire della madre lontana era soprattutto il figlio, inevitabilmente: ‘Mio figlio a diciannove anni aveva già i capelli bianchi, la sera dormiva con la mia foto sotto al cuscino. Tutto il tempo mi diceva Vieni a casa, vieni a casa, perché non vieni a casa? Io vado sul tetto della casa e mi butto giù‘.

A soffrirne, infatti, sono tutti. Una famiglia rischia davvero di andare in rovina quando un genitore parte. Soprattutto i bambini sono i più esposti alle conseguenze, i più vulnerabili a quello che a tutti gli effetti è percepito come un abbandono. Sono chiamati gli orfani bianchi per questo, sono circa 750mila, anche se ogni statistica può solamente essere indicativa. Nessuno conosce i numeri esatti di chi parte, nessuno registra le partenze dalla Romania e gli arrivi in Italia, quasi tutto il lavoro è fatto in nero e al limite della legalità. La scrittrice rumena Ingrid B. Coman si è occupata in tanti suoi romanzi del tema, dice: ‘Non generalizzerei […]. Però è un dato di fatto che in Italia siamo di fronte a numerosi casi di schiavismo. E alle conseguenze che questi provocano’.

A Socola ci sono anche una trentina di bambini ricoverati perché gravemente depressi. Dice Nechita, con loro ‘non si sa bene che fare, non ci sono neuropsichiatri infantili’. Questi sono i casi più estremi, ma i disagi per i piccoli lasciati indietro sono tanti e si radicano profondamente, alterandone la vita per sempre: da ansia e attacchi di panico, ad attacchi di rabbia, fino a difficoltà di apprendimento e problemi di socializzazione. ‘C’è chi ha la madre via, e se ne vergogna. Chi vive coi nonni, e sono troppo anziani. Chi coi vicini, troppo estranei. Chi è rimasto proprio solo. I genitori a volte se ne vanno in Italia e non delegano la potestà: spariscono per mesi, non contattano mai la scuola. Magari cambiano scheda telefonica e i figli non hanno neanche un numero di chiamare’.

Tutte le donne intervistate concludono nello stesso modo: non ne valeva la pena ed era meglio restare a casa.

 

Quattro libri per approfondire: Badante per sempre di Ingrid B. Coman, Kinderland di Liliana Corobca, Sindrome Italia. Storia delle nostre badanti di Tiziana Francesca Vaccaro e Orfani bianchi di Antonio Manzini.

 

Foto: corriere.it/elezioni-europee/100giorni/romania/

Chi è Rebecca Grossi

Appassionata di politica e di tutto ciò che sta al di là della ex Cortina di ferro, ha frequentato Studi Internazionali a Trento e Studi sull'Est Europa presso l'Università di Bologna. Dopo soggiorni più o meno lunghi di studio e lavoro in Austria, Grecia, Germania, Romania e Slovenia, abita ora a Lipsia, nell'ex DDR, dove è impegnata in un dottorato di ricerca in Global and Area Studies. Per East Journal si occupa principalmente di Romania e Turchia.

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