bombe a grappolo
An armament technician removes safety pins from CBU-58 cluster bombs mounted on the wing pylon of an F-4G Wild Weasel Phantom II aircraft from the 37th Tactical Fighter Wing.

Gli Stati Uniti annunciano le bombe a grappolo per l’Ucraina

L’Amministrazione Biden ha annunciato che invierà all’Ucraina bombe a grappolo, scatenando timori e proteste sulla scena internazionale. Perché tali armi sono definite controverse e quali sono i motivi dietro la decisione di Washington?

La decisione di Joe Biden

La scorsa settimana il governo statunitense ha annunciato la volontà di rifornire con bombe a grappolo – di cui il termine inglese é cluster bombs – l’esercito ucraino, come parte di un nuovo pacchetto di aiuti militari che ammonta a 800 milioni di dollari. La decisione dell’amministrazione Biden, secondo le parole dello stesso presidente, si spiega con la mancanza di munizioni di cui soffrono gli ucraini in un momento in cui il conflitto sta entrando in una fase decisiva e delicata, ossia quella della controffensiva per recuperare i territori occupati dai russi.

L’invio di queste armi sarebbe funzionale allo sforzo bellico ucraino, dato che dovrebbe rendere più semplice l’avanzata verso le linee nemiche al fronte, come confermato da Sir Richard Shirreff, ex-comandante Nato in suolo europeo, il quale afferma anche che se più armi fossero arrivate nei mesi precedenti, non ci sarebbe stato bisogno di questa decisione. Insomma, queste bombe a grappolo dovrebbero prevenire il rischio di una guerra di posizione e quindi di logoramento, stroncando il fuoco nemico proveniente dalle trincee. In tal modo, le forze ucraine potrebbero anche guadagnare del tempo utile per concentrarsi nelle operazioni finalizzate a rendere sicuri i numerosi campi minati costruiti dai russi, i quali rappresentano un vero e proprio “nemico ulteriore”, che rallenta, e non di poco, il movimento delle truppe.

Le reazioni internazionali

Le munizioni a grappolo si sono diffuse a partire dalla seconda guerra mondiale e sono diventate tristemente celebri durante la guerra nel Vietnam; contengono centinaia di “sotto-munizioni” (bomblets in inglese) che possono disperdersi in una superficie che può avere le dimensioni di vari ettari di terreno. Possono essere sganciate come bombe da aeroplani o sparate con fuoco da artiglieria.

Sono 123 i paesi fino ad oggi hanno ratificato la convenzione – firmata a Oslo nel 2008 e in vigore dal 2010 – per mettere fuori legge il loro uso e stoccaggio, data la loro pericolosità per i danni inflitti alle popolazioni civili, in particolare ai bambini, i quali vedono nelle piccole bombe inesplose a terra un giocattolo o un oggetto a cui guardare con curiosità. Tra gli Stati che hanno firmato la convenzione non figurano né la Russia, che ha optato per il loro uso in maniera indiscriminata fin dal primo giorno dell’invasione, né l’Ucraina, che ne ha fatto uso durante il conflitto – anche se non in maniera sistematica, ma nemmeno gli Stati Uniti.

Comunque, è doveroso ricordare, anche con riguardo alla questione delle bombe a grappolo, che se Mosca si sta macchiando di un’aggressione che viola il diritto internazionale, Kiev resta impegnata in una difficile difesa della propria sovranità, un dettaglio da non trascurare, come ricordato dal segretario NATO Jens Stoltenberg. Nelle parole del ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov la priorità dell’Ucraina è la liberazione dei territori occupati e la sicurezza della vita della propria gente e dei propri soldati.

Alla decisione statunitense sono seguite numerosissime reazioni, da parte della comunità internazionale e degli alleati. Amnesty International ha affermato che le munizioni a grappolo pongono una grave minaccia alla vita dei civili, e non solo nell’immediato, ma anche molto tempo dopo che una guerra si conclude. Tuttavia, un portavoce del Pentagono, il generale Patrick Ryder, ha risposto a tali preoccupazioni, rassicurando che gli Stati Uniti “selezioneranno attentamente” le munizioni a grappolo per l’Ucraina in modo che abbiano un tasso di errore del 2,35% o inferiore, riferendosi alla percentuale di sotto-munizioni trasportate da ogni proiettile che possono restare inesplose.

Al contrario, si stima che le bombe russe rimangano inesplose nel 40% dei casi, ma esperti ricordano che questa differenza di efficacia tra armi russe e statunitensi resta tutta da dimostrare “nel mondo reale”. Inoltre, per riprendere le dichiarazioni del ministro della Difesa ucraino, il suo paese userebbe le bombe a grappolo nei campi di battaglia, non in aree popolate e non di certo in territorio russo, e quindi, almeno nel breve-medio periodo, un rischio per i civili non sarebbe presente.

Al coro di proteste si è unito anche il primo ministro britannico Rishi Sunak, il quale non ha di certo sposato con favore la scelta del presidente Biden, e la ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, che ha ricordato l’impegno del proprio paese affinché certe armi non siano spedite in Ucraina. Anche il Canada si é fortemente opposto.

La Germania, invece, altro paese firmatario – come, del resto, Spagna, Regno Unito e Canada – si è mostrata accondiscendente relativamente alla mossa statunitense ma la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha ribadito che il suo paese non spedirà bombe a grappolo in Ucraina, rimanendo fedele ai propri obblighi internazionali. Nel complesso, le reazioni alleate si sono mostrate tiepide; un rischio di “rottura” nel fronte occidentale a causa della scelta dell’alleato statunitense appare inverosimile.

Alcuni potrebbero mettere in risalto l’ipocrisia degli Stati Uniti, che se da un lato descrivono la resistenza ucraina come una lotta esistenziale tra democrazia e autocrazia, dall’altro si disinteressano di un’importante convenzione firmata da gran parte dei paesi del mondo. Ma si sa, in una guerra regna la necessità e il fattore che fa la differenza non é la giustizia, bensì la forza; ciò non giustifica l’utilizzo di un’arma come la bomba a grappolo, ma può aiutare a capire le motivazioni che sottendono a questa decisione.

Chi è Lorenzo Fraccaro

Classe 1998, ha una laurea in scienze politiche presso l’università di Padova. Successivamente ha conseguito il suo titolo magistrale in relazioni internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sui totalitarismi del Novecento. Grande appassionato di storia e politica internazionale, negli anni ha approfondito eventi e dinamiche riguardanti l’Europa Orientale. Per East Journal è il responsabile dell’area che si occupa di Russia, Ucraina, Bielorussia, Caucaso e Asia Centrale.

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