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TURCHIA: Donne e autorità religiosa, tra inclusione e controllo

Il rapporto tra donne e autorità religiosa in Turchia è evoluto, nei secoli, verso una maggiore inclusione delle donne nell’ambito religioso, dimostrando un’apertura da parte del Diyanet, il Direttorato per gli Affari Religiosi della Repubblica Turca, riguardo a questioni di parità di genere. Tuttavia, l’educazione religiosa rimane non solo diversa per uomini e donne, ma soprattutto subordinata al controllo statale. Rimane dunque da chiedersi: le donne sono realmente invitate a prendere parte al dibattito religioso, o vengono semplicemente educate al fine di perpetrare l’ideologia esistente?  

Imam Hatip: l’iniziazione all’istruzione religiosa 

Sabiha Cimen (che ha raccontato la sua storia per National Geographic) è una delle tante, tantissime donne che in Turchia, come in altri Paesi del Medio Oriente, ha frequentato una scuola religiosa femminile. Le studentesse, la cui età varia tra gli otto e i diciannove anni, frequentano lezioni concentrate sullo studio dei testi sacri, con l’obiettivo finale di memorizzare le 604 pagine di cui è composto il Corano e diventare hafiz (coloro che ricordano).   

Imam Hatip è il nome di queste scuole, la maggior parte delle quali offrono un’educazione completa, che spazia oltre a quella puramente religiosa. Chiuse negli anni tra il 1931 e il 1950 nel tentativo di laicizzare lo stato turco secondo l’ideologia kemalista, vennero riaperte nel 1951 e, dal 1963, alcune studentesse cominciarono ad esservi ammesse, seppur in maniera ufficiosa. Lo scopo dell’inclusione femminile era, a questo punto, quello di formare in loro una coscienza pro-islamica e, di conseguenza, attrarre consensi verso i partiti islamisti di centro-destra. Nonostante ciò, la popolarità di queste scuole religiose crebbe esponenzialmente tra la popolazione femminile, principalmente a causa di una generale islamizzazione della società turca, e portò, a partire dal 1974, all’ammissione ufficiale di ragazze e bambine, seppur in classi (o strutture) completamente separate dai coetanei di sesso maschile.   

Il ruolo delle donne all’interno del Diyanet  

Dopo il diploma, molte donne scelgono di continuare il proprio percorso scolastico frequentando la facoltà di teologia, che costituisce un trampolino di lancio verso la carriera religiosa. Per diventare predicatrici, le laureande di teologia vengono infatti reclutate dal Diyanet, il Direttorato per gli Affari Religiosi. Il Diyanet, responsabile dell’amministrazione delle istituzioni religiose e di ogni aspetto della vita religiosa musulmana, impiega migliaia di funzionari su tutto il territorio turco. Le prime donne hanno cominciato a venire integrate all’interno dell’apparato istituzionale negli anni ‘90 come din hizmeti uzmani (specialiste sulle questioni religiose). Dal 2005, il Diyanet ha cominciato a formare centinaia di donne come predicatrici, dando loro l’autorità di promulgare fatwa (dispense religiose nel contesto del diritto islamico) e di condurre sermoni. Da allora, il numero di donne all’interno del direttorio è cresciuto esponenzialmente, e attualmente le donne costituiscono un terzo dei dipendenti del Diyanet.  

L’apertura del Diyanet alle donne: emancipazione o tentativo di controllo? 

L’integrazione delle donne all’interno dell’apparato del Diyanet è stato dovuta in parte da una spinta sociale verso l’inclusione del numero sempre crescente di laureande di teologia all’interno dell’apparato religioso. Da questo punto di vista, la loro introduzione nella vita della moschea ha modificato le dinamiche religiose, fino ad allora prettamente maschili.

D’altra parte, tuttavia, integrare la vita religiosa femminile all’interno dell’apparato statale costituisce un tentativo da parte del Diyanet di espandere la propria influenza, di penetrare, e successivamente modificare, forme di religiosità privata e personale che storicamente caratterizzano la sfera femminile della popolazione. Le donne infatti, in mancanza di rappresentanza ufficiale, tendono a sviluppare una serie di cerimonie, rituali ufficiosi e comunità all’interno delle quali esprimono la propria religiosità in modi che lo Stato non può controllare. Prendendosi carico dell’istruzione e della divulgazione del discorso religioso anche al femminile, il Diyanet mantiene quindi il controllo sull’evoluzione del pensiero religioso del Paese

Nonostante la presenza di un elevato numero di predicatrici rappresenti una vittoria dal punto di vista della parità di genere, il rapporto tra donne e autorità religiosa rimane condizionato da logiche di controllo, più che da una genuina volontà di apertura e cambiamento.

Chi è Camilla Giussani

Classe 2002, è una studentessa al secondo anno di Lingue e Culture Europee e Medio-Orientali al Trinity College di Dublino. Per East Journal si occupa principalmente di Turchia.

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