POLONIA: Cento giorni dopo, la popolarità di Tusk in discussione


“Dall’aspetto piacevole, pero non è un granché”: così l’
Economist, in un commento sarcastico, valutava l’attività del primo governo di Tusk (concorrente liberale di Jarosław Kaczyński – leader di PiS) nel 2008. Tre anni dopo, con una lunga serie di obiettivi ambiziosi, Donald Tusk (al vertice della Piattaforma Civica) il 18 novembre 2011, durante la conferenza stampa contava replicare alla critica pungente.

Il discorso ha riguardato la diminuzione del debito pubblico fino al 52% nel 2012 (e 47% nel 2015), il miglioramento della stabilità e disciplina finanziaria dello stato, la sua posizione sullo scenario internazionale e l’innalzamento dell’età pensionabile. L’obiettivo principale: un’economia sostenibile, massima sicurezza e benessere del “average Jack” polacco.

Tre mesi dopo l’illuminante presentazione del futuro del paese la Polonia può sempre vantare un’economia fiorente, ma la gente non sembra apprezzare sufficientemente l’operato del primo ministro, considerandolo un riformatore che governa in un modo saggio ma forse troppo “rischioso”(imponendo un’austerità eccessiva).

Tusk, dai primi giorni del secondo mandato ha lanciato una manovra che sicuramente non gli porterà voti (già il 60% dei cittadini sta criticando i suoi passi). Delle sue riforme ricorderemo l’innalzamento dell’ età pensionabile a 67 anni sia per gli uomini che per le donne – una decisione dolorosa, sia per i futuri pensionati sia per il suo indice di gradimento. Tusk ha inoltre commesso alcuni errori, come affidare i ministeri a politici precedentemente sconosciuti, che non hanno giovato alla sua immagine pubblica.

Anna Mucha – ministro dello Sport – naturalmente, dovrebbe essere responsabile per i preparativi del campionato di calcio europeo più a est della storia. Pensate che lo sia? Il governo non ne è sicuro e Mucha rimane tra i ministri più criticati, accusata di aver accettato la cartella di un ministero che molti considerano essere terra incognita per una donna. Mentre i preparativi fervono, scoppia uno scandalo riguardante il pagamento di somme eccessive all’amministrazione dello stadio nazionale per aver compiuto i lavori con 6 mesi (!) di ritardo.

Potremmo certo accusare Tusk di essere un leader vulnerabile, che si piega alle pressioni dei cittadini (da ricordare il “perdonatemi!” di Tusk in risposta alle manifestazioni contro il trattato ACTA). Ma tra le tante delusioni che ci ha apportato, non possiamo scordare i suoi successi. Grazie alla cautela di Jacek Rostowski – il ministro delle Finanze –Tusk può pianificare la diminuzione del rapporto deficit/PIL sotto il 3%, una delle condizioni di eleggibilità per l’adozione della moneta unica nel 2015, senza essere considerato un “sognatore”.

La Polonia ai tempi di Tusk, volente o nolente, è diventata un cantiere sponsorizzato dall’Unione Europea, con 67 mld di euro di fondi strutturali nel 2007-2013. Il suo ministro per lo sviluppo regionale – Elżbieta Bieńkowska- è considerata dal giornale “Rzeczpospolita” il miglior ministro dei primi tre mesi del secondo mandato.

Non è giusto sostenere che sia facile governare una Polonia coinvolta in una notevole trasformazione dal punto di vista sociologico. Una Polonia dove la disoccupazione tra i giovani è diventata una vera piaga specialmente fra quelli in possesso di un diploma universitario (nel novembre del 2011 il livello era a 27,8%): dove la gente non è più così cattolica come si credeva (solo il 42,7% dei polacchi ha dichiarato di aver assistito ai rituali religiosi in modo regolare nel 2011); un paese in attesa del ritorno un’ondata di ex-emigranti – bersaglio delle campagne razziste dell’estrema destra olandese di Geert Wilders; e, per finire, il paese di una rivoluzione culturale che ha permesso a un’omosessuale dichiarato (Robert Biedroń) e a una persona transessuale (Anna Grodzka), tutti e due appartenenti al Movimento Palikot, di entrare nel Parlamento. Tusk è il timoniere sicuro di una Polonia che sta cambiando più velocemente di quanto pensasse?

*Agata Jaskot è redattrice della versione polacca di CaféBabel. Agata ha una laurea in Relazioni Internazionali al Colegium Civitas di Varsavia e un master in European Studies al College of Europe di Bruges/Natolin. Ha vissuto in Polonia, Stati Uniti ed Italia.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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