RECENSIONE: Frontiera Ucraina di Francesco Strazzari, un’angolazione nuova da cui guardare la guerra

Strazzari frontiera ucraina

 

Titolo: Frontiera Ucraina

Autore: Francesco Strazzari

Editore: Il Mulino

Pagine: 222

Prezzo: euro 16

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L’aggressione russa all’Ucraina non è soltanto una tragedia, ma uno spartiacque tra due diverse fasi della storia europea. Il recente volume di Franceso Strazzari, professore di Relazioni internazionali alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dal titolo Frontiera Ucraina (Il Mulino, 2022) esprime l’idea di un conflitto che segna il confine di uno scontro geopolitico, ideologico, militare, destinato a mutare l’assetto internazionale.

Un testo scritto nel vivo della guerra che offre una lettura critica del conflitto russo-ucraino, affrontato da diverse angolazioni, aprendosi alla riflessione teorica, alla disamina del pensiero geopolitico e alla critica delle idee con cui, nelle relazioni internazionali, si è affrontata la questione o, meglio, le distinte e intrecciate questioni, della Russia e dell’Ucraina. Emerge, dall’analisi di Strazzari, la centralità dell’ideologia sia nell’elaborazione del nazionalismo ucraino, sia nella visione imperiale russa, ma anche nelle retoriche con cui l’Occidente sta giustificando il proprio intervento nel conflitto. Strazzari svela anzitutto un grande abbaglio che tutti ci ha preso. Credere che il Cremlino agisse in modo puramente geopolitico, mosso da semplice realismo e privo di connotati ideologici. Il realismo di Putin è spesso stato contrapposto all’ipocrisia dell’Occidente riassunta nell’esportazione della democrazia e nella difesa dei diritti umani, usati come maschera per guerre imperialiste. La guerra in Ucraina sembra, almeno in parte ribaltare, questo quadro.

Strazzari ricostruisce il rapporto tra Mosca e l’Occidente che, dopo un periodo di genuina collaborazione, ha visto il Cremlino denunciare la tendenza occidentale a creare un mondo unipolare. Negli anni di Putin, il potere russo elabora un revisionismo che, da un lato, recupera (selezionandoli) simboli e personalità dell’età sovietica, mentre dall’altro si indirizza verso un eurasiatismo mutuato da Lev Nikolaevič Gumilëv che vede nella Russia un’eccezione e un’alternativa rispetto all’Europa e ai suoi modelli, proponendo – con Vladislav Surkov – una democrazia sovrana che, madre di ogni sovranismo, non pensa in termini di diritti dei cittadini ma piuttosto di bisogni del popolo, del narod, termine che richiama al popolo e alla nazione. La reazione rispetto ai valori cosmopoliti – spiega Strazzari – si traduce in un codice culturale in cui si afferma l’idea di Russia come civiltà unica, fondata sulla tradizione e sulla religione. L’autore ci presenta un Vladimir Putin fortemente ideologico, fin dagli inizi, benché la sua ideologia non sia un quadro coerente ma un patchwork di miti e simboli che ora salgono, ora scendono, a seconda del periodo e di ciò che, attraverso di essi, si intende affermare. Ne deriva un’ideologia reazionaria che matura parallelamente al progressivo deteriorarsi dei rapporti con l’Occidente e produce una deriva militarista che vede nella modernizzazione dell’apparato bellico l’inevitabile corollario di una lotta a tutto campo contro l’Occidente.

Il Cremlino si avvicina così ai gruppi neocon americani e sostiene i partiti di estrema destra in Europa avanzando una minaccia che l’Occidente ha sottovalutato. E qui Strazzari avvia una profonda disamina degli approcci teorici che hanno governato le relazioni internazionali e di come questi abbiano fallito nel comprendere la portata della sfida: “Se un trauma arriva inatteso a destabilizzare la nostra capacità di comprendere, disorientandoci, è solo perché ci siamo dotati di un apparato teorico pieno di angoli ciechi”, dice l’autore. L’Occidente si è cullato nell’idea che la Russia di Putin potesse agire in modo dirompente solo a breve termine, restando incapace di costruire essa stessa un ordine mondiale alternativo.

Il modo in cui il Cremlino ha lanciato la sua sfida è, tuttavia, globale e passa sia dall’influenza mediatica e politica in Europa, sia attraverso i rapporti con i neocon americani, sia nella relazioni con i paesi emergenti e con quelli africani che, infatti, si sono guardati bene dal prendere parte nel conflitto in corso. Allo stesso tempo, è ideologico e culturale il modo in cui il presidente americano Biden ha presentato la guerra come una lotta tra democrazia e autoritarismo: un appello che è stato accolto con freddezza da India, Brasile, Sud Africa e che malcela quella che è, per Washington, una sfida tra imperi: l’uno, continentale, che si muove lungo le tradizionali rotte della conquista territoriale; l’altro, quello liberale, riflesso degli imperi commerciali sul mare, che punta all’integrità territoriale come cardine della stabilità globale. E il vertice simbolico di questa tensione è la Crimea – atlantica o continentale? – che è centrale nella definizione delle architetture di sicurezza europee.

L’ideologia – ricorda Strazzari – è infine centrale nell’elaborazione del nazionalismo ucraino di cui l’autore sottolinea le pericolose frange estreme, protette dalle istituzioni e che con la guerra hanno acquisito influenza politica e mediatica. Un nazionalismo che è diventato il cardine politico attorno cui ruota lo sforzo di autodifesa e che sopperisce ai vuoti una democrazia incompiuta, in perenne transizione. Un aspetto su cui, chi scrive, si trova in parziale disaccordo non per voler minimizzare o mostrare colpevoli indulgenze verso neonazismi armati, ma perché si riscontra una normalizzazione del fenomeno che, pur pericoloso, è assai meno rilevante – numericamente e politicamente – di quanto la sovraesposizione mediatica del problema abbia lasciato intendere.

Emerge, dal testo di Strazzari, la centralità della cultura e di come questa abbia influenzato il discorso politico, l’elaborazione ideologica e infine l’identità stessa degli ucraini, da un lato, e del potere russo, dall’altro. Un testo complesso, densissimo,  che richiede di dominare molte categorie concettuali e possedere conoscenze pregresse, ma che apre una finestra sul conflitto offrendo un punto di osservazione diverso. Da quello speciale punto di vista, ecco che emerge il senso profondo della frontiera ucraina: nel senso che essa è il centro della tensione con cui il mondo liberale, per difendersi dalla minaccia illiberale, procedendo di emergenza in emergenza, rischia infine di scivolare esso stesso nell’illiberalismo. L’individuazione del nemico assoluto, ideologicamente definito, può infatti consentire eccezionali misure, che riducono lo spazio democratico interno ai paesi occidentali, restringendo il campo della critica, criminalizzando gli estremi, censurando e reprimendo. Strazzari pone così il problema ultimo e più grande, il vero cuore della sfida, la vera frontiera di guerra: “il problema del grado in cui la democrazia liberale, per restare egemone, sia destinata a una china autoritaria”. In tal senso, gli esiti di questo conflitto saranno determinanti per il futuro democratico dell’intera Europa.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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