KOSOVO: Nuova crisi, i serbi escono dalle istituzioni locali

Nuovo colpo di scena sul fonte dei rapporti tra Kosovo e Serbia. Sabato 5 novembre, i leader della Lista Serba, la principale forza politica dei serbi del Kosovo, strettamente collegata al governo di Belgrado, hanno annunciato le dimissioni dei serbi dalle istituzioni politiche, giudiziarie e di polizia del Kosovo. Il giorno successivo, i sindaci dei quattro comuni del nord del Kosovo, a maggioranza serba, si sono dimessi, mentre molti membri di etnia serba della polizia e delle autorità giudiziare kosovare hanno abbandonato divisa e incarichi. Una prova di forza dettata dal presidente serbo Aleksandar Vučić, ultimo atto della cosiddetta “guerra delle targhe” scoppiata nei mesi scorsi tra i due paesi.

Gli ultimi sviluppi

La scelta dei serbi di lasciare le istituzioni kosovare è stata annunciata dal leader della Lista Serba, nonchè ministro nel governo kosovaro, Goran Rakić, a seguito di un incontro dei leader serbo-kosovari svoltosi sabato 5 novembre nel nord del Kosovo. La decisione sarebbe stata presa in risposta alle politiche del governo kosovaro, guidato dal primo ministro Albin Kurti, in materia di targhe delle auto, già al centro di una disputa tra i due paesi negli ultimi mesi. A questo si aggiunge la richiesta al governo di Pristina di costituire l’Associazione dei comuni a maggioranza serba del Kosovo, un organo previsto dagli accordi di Bruxelles firmati da Belgrado e Pristina nel 2013, ma mai messo in pratica dal governo kosovaro. Domenica 6 novembre, inoltre, i rappresentanti della Lista Serba hanno organizzato una manifestazione nel lato nord di Mitrovica, chiamando a raccolta i serbi del Kosovo, mentre il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal Sveçla, visitava i valichi di frontiera nel nord, quelli maggiormenti interessati dal traffico di veicoli con targa serba.

La decisione dei serbi ha innescato una serie di reazioni. Il primo ministro Kurti, in un messaggio scritto sia in albanese che in serbo, ha invitato i serbi del Kosovo alla calma, sottolineando come il governo di Pristina non sia contro di loro. Kurti ha inoltre accusato il governo di Belgrado di imporre la decisione ai serbi del Kosovo, mettendo in atto un tentativo di destabilizzazione del Kosovo in accordo con la Russia di Vladimir Putin, paese amico della Serbia. L’Unione europea, attraverso il suo Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha invitato entrambe le parti ad evitare una nuova escalation e a rispettare gli accordi presi a Bruxelles. La stessa posizione è stata espressa dagli Stati Uniti, che tramite la propria ambasciata a Pristina hanno chiesto ai serbi di rientrare nelle istituzioni kosovare, e al governo Kurti di posticipare le misure sulle targhe e iniziare la costituzione dell’Associazione. La missione della NATO in Kosovo, intanto, ha fatto sapere di monitorare la situazione e di essere in contatto con entrambe le parti.

Le mosse precedenti

L’ultima crisi ha le sue radici nella cosiddetta “guerra delle targhe” tra Serbia e Kosovo, in particolare nella decisione del governo di Pristina di iniziare la ri-registrazione dei vecoli muniti di targhe rilasciate dalle autorità serbe e recanti le sigle delle municipalità kosovare, sostituendo quest’ultime, senza costi amministrativi, con targhe kosovare recanti la sigla “RKS” (Repubblica del Kosovo). Occorre sottolineare che la misura non riguarda le targhe serbe di città della Serbia, che, sulla base di un accordo tra le due parti, entrano in Kosovo con il sistema degli stickers, adesivi volti a coprire i simboli nazionali nelle targhe di entrambi i paesi, ma solamente quelle recanti i nomi delle città del Kosovo (PR per Pristina, KM per Mitrovica e altre), oggi utilizzate da un gruppo ristretto di serbi che vivono nel nord del Kosovo.

Dopo un primo rinvio concesso dal governo kosovaro sotto pressione dei partner occidentali, il primo novembre sarebbe dovuto scattare l’obbligo per i serbi-kosovari di esporre sulla propria vettura la nuova targa RKS. Tale scadenza è però stata rinviata una seconda volta da Kurti, che ha annunciato che la re-immatricolazione verrà portata avanti per gradi e l’obbligo definitivo di cambio targa arriverà solo il 21 aprile del prossimo anno. Inizialmente e fino al 21 novembre i conducenti di auto con le targhe interessate dalla misura verranno solo notificati con una lettera rilasciata dalla polizia, mentre in una seconda fase fino al 21 gennaio saranno multati, fino all’obbligo definitivo entro il 21 aprile.

Nonostante il rinvio, il rilascio delle prime notifiche ha scatenato le reazioni dal lato serbo. Mentre diversi veicoli con targa RKS sono stati dati alle fiamme nel nord del Kosovo, con chiaro intento intimidatorio verso i serbi pronti ad accettare la nuova legge kosovara, il direttore regionale della polizia del Kosovo che copre i comuni del nord, Nenad Đurić, ha annunciato la decisione di non attuare la legge del governo. Una dichiarazione che, inevitabilmente, ha portato alla sua sospensione dall’incarico, con conseguenti proteste della Lista Serba, fino alla decisione del 5 novembre.

Il contesto internazionale

Questi sviluppi sono avvenuti in concomitanza con il Summit 2022 sui Balcani organizzato a Berlino il 3 novembre, dove erano presenti i leader politici della regione, Kosovo e Serbia inclusi. Soprattutto, la crisi coincide con le voci sempre più insistenti di un accordo ormai vicino tra Kosovo e Serbia, sulla base di una bozza presentata da Francia e Germania. La bozza non è ancora pubblica, ma l’esistenza del piano di accordo è stata confermata sia da Pristina che da Belgrado, mentre i viaggi dei rappresentanti di Unione europea e Stati Uniti nelle due capitali si sono fatti sempre più frequenti.

Proprio l’avvicinarsi dell’accordo potrebbe spiegare l’ultima prova di forza di Belgrado. Lo stesso ministro degli Esteri, Ivica Dačić, a ridosso della decisione della Lista Serba, ha dichiarato che il piano presentato da Francia e Germania non è accettabile per la Serbia, lasciando intendere che la strada per un accordo sia ancora lunga. Una strada sicuramente tortuosa, come dimostrano gli ultimi sviluppi.

Foto: EurActiv

Chi è Andrea Mercurio

Ho 26 anni, sono laureato in Scienze Politiche, amo scrivere in ogni modo e in ogni forma. Sono appassionato di Storia e Attualità, da qualche anno mi sono interessato in particolare ai Balcani.

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