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SLOVENIA: Le stanze segrete dell’hotel Jama di Postumia

L’hotel Jama di Postumia (Postojna) fu costruito con gran dispendio di moderni materiali e design all’avanguardia nel 1971. Ufficialmente per accogliere turisti e ospiti illustri in una delle località più frequentate della Jugoslavia dell’epoca, da cittadini dell’est come dell’ovest, ma vi erano anche altre ragioni. Tito era all’apice del suo riconoscimento internazionale e anche se la tenuta interna della Federazione scricchiolava sempre più rumorosamente, l’immagine pubblica che il leader jugoslavo vendeva in patria e all’estero era ancora sfavillante.

Nel giro di breve tempo ricevette nell’hotel personalità della politica come lo scià Reza Pahlavi e la moglie Farah Diba, ma anche attori, sportivi, membri dell’establishment, debitamente mescolati ai numerosi turisti. Dopo la sua morte, nel 1980, il lustro della località non svanì, anzi il numero dei visitatori crebbe considerevolmente, come né prima né dopo sarebbe più stato. Che Postumia non fosse una località qualunque e potesse nascondere qualche segreto era però chiaro fin da allora. Situata su un confine strategico tra est e ovest, ma allo stesso tempo parte di un paese terzo, in relazione dialettica con Mosca, formalmente amico dell’Occidente e leader dei paesi non allineati, poteva prestarsi a differenti funzioni e accogliere, senza troppo distinguo, flussi di persone comuni, spie, denaro, informazioni.

Era tutto assolutamente verosimile, ma non verificato, né tanto meno comprovato. Ci pensò la storia a fermare d’un tratto questo mondo di passaggi, bottiglie di champagne e panini consumati in coda all’ingresso delle grotte. Nel 1991 la guerra lampo che consegnò la Slovenia all’indipendenza segnò anche la chiusura dell’hotel Jama e un drastico calo di visite; vennero ancora gli americani e alcuni asiatici, non certo gli europei ben consci del massacro che si stava consumando pochi chilometri più a sud.

La struttura rimase abbandonata fino al 2016 quando fu rilevata e ristrutturata. Durante i lavori, nei seminterrati fu scoperta una porta chiusa con un grosso lucchetto, che fu molto semplice aprire. Più difficile fu mettere immediatamente a fuoco quel che celava. Quattro stanze comunicanti, debitamente attrezzate per la realizzazione di intercettazioni telefoniche e ambientali, contenevano  anche comode poltrone e micro-soppalchi con brandine. Mancavano finestre così come la cucina e un bagno, ma evidentemente a questo sopperivano adeguatamente i servizi offerti dalla struttura alberghiera. Come in una sceneggiatura anni settanta, le spie operavano camuffati da ospiti dell’hotel e, nel caso in cui fossero stati scoperti nelle stanze segrete, come scattanti James Bond avrebbero potuto imboccare una via di fuga che immetteva direttamente nelle grotte. Qui, mescolati alla folla di rumorosi turisti, avrebbero guadagnato la salvezza e l’anonimato.

Le migliaia di ospiti che frequentarono per circa vent’anni l’hotel Jama furono dunque spiati, registrati, controllati, certo non tutti con la medesima acribia, ma nessuno ne fu potenzialmente immune. I servizi segreti jugoslavi operavano né più né meno dei loro omologhi nei paesi satelliti di Mosca. Sebbene Tito avesse rotto con l’Unione sovietica, peraltro per riavvicinarsi ai tempi del disgelo, non ne aveva certo rigettato i metodi di controllo e repressione. Gli oppositori politici nel 1948 finirono nel campo di internamento di Goli Otok, negli anni settanta l’oppressione fu meno violenta, ma lo spionaggio fu incrementato e le tecniche raffinate.

Oggi le stanze, conservate esattamente come furono ritrovate, sono visitabili attraverso un percorso interattivo che si dipana all’interno dell’hotel. Un’audioguida accompagna in un labirinto di stanze, voci registrate originali (solo una fu presa nell’hotel, le altre provengono dall’Archivio della Slovenia), passaggi segreti e oggetti impolverati. Voci in tutte le lingue (una ancora oggi non è stata identificata e si invita i visitatori ad avvisare qualora la riconoscano) si sovrappongono in un caos gracchiante: un uomo con un marcato accento dell’est chiede in italiano di un tale Marco, gli vuole parlare di qualcosa che non può dire al telefono; un cittadino jugoslavo si pronuncia sulle tensioni fra le repubbliche della federazione a invita a trattamenti più omogenei, se si vogliono evitare rivolte popolari; un interrogatorio degenera fra urla e rumori secchi; una persona rientra in casa e le microspie catturano i suoni dei passi, del traffico fuori dalla finestra, di quei gesti spontanei che ognuno compie quando crede di essere protetto nella propria intimità.

In poco più di un’ora si è rapiti in una dimensione parallela, in cui tutto pare possibile, ma anche inverosimile. A tratti sembra persino un gioco, un divertimento come nei film di spie anni settanta, se non fosse che quell’epoca fu tutto tranne che un gioco, la Guerra Fredda partorì le sue vittime, le esistenze furono spesso sconvolte e nessuno poté dirsi pienamente innocente.

foto concessa dall’autrice

Chi è Donatella Sasso

Laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono: "La guerra in Bosnia in P. Barberis" (a cura di), "Il filo di Arianna" (Mercurio 2009); "Milena, la terribile ragazza di Praga" (Effatà 2014); "A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia" (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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