Contro il determinismo dei geopolitici

La geopolitica è predizione, asserisce una nota rivista. Ma un approccio rigidamente causale, deterministico persino, proiettato su mappe geografiche dai colori ingannevoli, è un errore perché non tiene conto delle persone, del caso, dei diritti

di Federico Pani

Grandi potenze, sfere d’influenza, disegno strategico, paesi satelliti, vocazione imperiale: la geopolitica ci ha abituato alle sue parole d’ordine, meglio, a concetti capaci di applicarsi un po’ a tutto, a patto di farsi accompagnare da una carta geografica. Sulle cartine è tutto più semplice. Il rosa dell’impero vittoriano poco importa che sia lo stesso per indicare la perla indiana, l’Irlanda, il Canada e, va da sé, la Gran Bretagna.

E adesso prendiamo l’attuale cartina dell’Europa: perché mai un Paese vorrebbe dirsi indipendente e rovinare la festa alla massa euroasiatica russa, impedendogli gli sbocchi sui mari caldi, le risorse minerarie e i vasti campi di mais e granturco ucraini? Sulle cartine, diventa quasi una questione di estetica vedere la Russia ampliare ancora e ancora i propri domini, così da poter colorare sempre più aree allo spesso modo, la Crimea, il Caucaso, il Donbass, e chissà cosa ancora.

La tentazione di dimenticarsi che dietro quei discorsi e quelle mappe ci siano persone è forte. La smania di vedere travolti dalla storia una massa di umani per ottemperare a un disegno imperiale può persino galvanizzare, se si tratta di pronunciare una frase così a parole. Fare la guerra, imporsi militarmente: il suono è del tutto innocuo. Ma nella realtà, si tratta di lutti irreparabili, con cui convivere tutta la vita, ferite profonde, arti mutilati, vite da ricostruire senza la speranza di poter recuperare la serenità.

L’obiezione è questa: ma non può essere questo il prezzo del potere, dell’impero? Ed ecco il punto: sì, se si pensa che la ragione massima per cui gli esseri umani pensano, vivono, lavorano, amano sia proprio il potere. Pensare il mondo come un consesso di nazioni animate da sogni di potere, però, rischia di essere una terribile stilizzazione, una personificazione fuorviante.

E così, anziché ricostruire pazientemente le catene di comando, la concatenazione dei fatti e il ruolo della casualità viene in soccorso una geopolitica sbrigativa, razionalizzante: non poteva andare che così, è sempre andata così, andrà sempre così. Ma questo vuole dire solo una cosa: sillogizzare il determinismo storico, peggio, il darwinismo geopolitico. La controprova? I diritti vengono visti come semplici foglie di fico, coperture ideologiche della volontà di potenza.

Il problema di una certa geopolitica è di fare un errore classico del pensiero filosofico, la reductio ad unum, la riconduzione di più fenomeni diversi a uno stesso principio: il potere per il potere. Un gioco che può anche piacere se ci si trova dalla parte giusta e magari lo si conduce. Ma a chi tocca stare dalla parte sbagliata potrebbe capitare di vederla diversamente.

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East Journal nasce il 15 marzo 2010, dal 2011 è testata registrata. La redazione è composta da giovani ricercatori e giornalisti, coadiuvati da reporter d'esperienza, storici e accademici. Gli articoli a firma di "redazione" sono pubblicati e curati dalla redazione, scritti a più mani o da collaboratori esterni (in tal caso il nome dell'autore è indicato nel corpo del testo), oppure da autori che hanno scelto l'anonimato.

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