LETTERATURA: ‘Stalingrado’ di Grossman, ovvero “riattaccare la carne all’osso”

Stalingrado di Grossman, come lo leggiamo oggi, è un romanzo frutto del lavoro degli studiosi che lo hanno ‘sottratto’ ai tagli della censura

Quando nel 1964 morì a Mosca, Vasilij Semënovič Grossman non aveva idea di cosa sarebbe stato ripubblicato delle sue opere né tantomeno come. Emblematico è il caso di Stalingrado, il romanzo edito da Adelphi che da marzo i lettori italiani possono leggere in una versione che, di fatto, l’autore non aveva neanche abbozzato. La ricomposizione postuma dell’opera è uno dei temi toccati dalla traduttrice Claudia Zonghetti nel corso di “Tradurre Stalingrado”, un incontro al Laboratorio Formentini di Milano condotto da Valentina Parisi, slavista dell’Università di Pavia.

L’abete e il telegrafo

L’edizione di Adelphi, come ribadisce Zonghetti, è infatti essenzialmente figlia del lavoro certosino dello studioso inglese Robert Chandler, che l’ha ricomposta sfruttando le tre edizioni ufficiali pubblicate in Unione sovietica tra il 1952 e il 1956, e soprattutto dodici tra manoscritti e dattiloscritti conservati nell’Archivio della letteratura e delle arti di Mosca.

Per rendere l’idea del la mano della censura, Parisi introduce l’incontro con una battuta in voga tra gli scrittori sovietici: “Cos’è un palo telegrafico? Un abete sottoposto a un buon editing”. Infatti nelle edizioni ufficiali di Stalingrado, uscito per la prima volta col titolo Per una giusta causa, mancano i rami sfrondati e quelli potati. Ma troviamo anche aggiunte richieste dalle necessità ‘educative’ del regime. Sono versioni figlie degli umori politici dell’Urss dell’epoca, che a seconda del momento impongono a Grossman di parlare “più o meno di Stalin, più o meno dei commissari politici o più o meno del partito”.

La resa dello scrittore sfiancato

Chandler ricompone invece il testo oggi tradotto in italiano sfruttandone altri conservati a Mosca come dattiloscritti, manoscritti o microfilm, che Zonghetti ha avuto a disposizione e sui quali ha “saltibeccato” per restituire al lettore italiano quella che, al pari del successivo Vita e destino (ma pubblicato nel 2008), è una delle grandi opere del Novecento europeo. La base che utilizza Chandler è essenzialmente la variante del ’56, che sembra la meno censurata. Su questa innesta quei passi che, nella migliore delle ipotesi, facevano storcere il naso ai censori sovietici, autori di un ‘taglia e cuci’ che trasforma il romanzo.

Quel confronto serrato, che piega lo scrittore, è sintetizzato nella parole, citate dalla traduttrice, che Vasilij Grossman scrive ai censori ‘approvando’ la loro opera: “Le vostre proposte hanno finito per trasformare un romanzo articolato, dedicato al nostro esercito e alla nostra società, in un romanzo lineare, consistente in singole scene di battaglia”. Di fronte a tante pressioni alla fine Grossman si arrende e, sfiancato, accetta obtorto collo la pubblicazione del romanzo mutilato e integrato a uso e consumo della propaganda.

“Riattaccare la carne all’osso”

“Il lavoro pregevole, per quanto filologicamente non ineccepibile”, spiega Zonghetti, “crea un testo che in realtà non esiste perché è una creazione di studiosi, ma che ha aiutato a rimettere la carne vicino all’osso per dirla in maniera molto semplice, e a restituirci l’interesse principale di Grossman, cioè l’uomo e il singolo individuo e non la massa, e la sua reazione alla tragedia in corso”.

Dopo il lavoro di Chandler, anche quello di Zonghetti è una sorta di caccia al tesoro tra le scansioni dei testi arrivate da Mosca, edizioni sovietiche, singole pagine, la traduzione dello stesso Chandler e i suoi appunti su dove e cosa pescava. Una fatica che ha permesso di recuperare intere pagine, ma anche singoli frasi o un semplice aggettivo, “che può essere anche solo uno ‘schifoso’ riferito al cibo dei soldati dell’Armata rossa”, ma tagliato da una censura che voleva vedere glorificata l’organizzazione dell’intera macchina bellica.

Štrum pomo della discordia

Il personaggio che impegna maggiormente Grossman nel confronto con la censura è probabilmente il fisico Viktor Štrum. “Uomo perennemente indeciso, che non va in guerra, pensa solo al suo laboratorio, ebreo”: per la propaganda è una figura assolutamente superflua. Mantenerlo come figura centrale è una delle battaglie più grosse dello scrittore, al quale “si rimprovera l’eccessiva attenzione ai legami familiari e ai singoli individui che reagiscono alla tragedia”.

“Ma questo è il fulcro del modo di scrivere di Grossman, lontano dall’ortodossia e da una concezione monolitica della società sovietica”, sottolinea Zonghetti, “in continua ricerca e attento ai singoli che insieme, ma ognuno agendo per conto proprio con propri scelte, spesso illogiche, cambiano la storia. A Stalingrado vincono i singoli soldati che fanno gesti non inquadrati nell’ideologia ma nell’idea, e fanno sì che l’uomo resti uomo all’interno delle tragedie, perché a Grossman interessa la reazione del singolo essere umano che resta umano”.

Grossman non è il Tolstoj del Novecento

Grossman è il Tolstoj del ventesimo secolo? La traduttrice risponde con un no secco: “Per tipo di scrittura i due sono molto lontani, l’architettura e le frasi opulente di Tolstoj non sono il pane di Grossman”, che oltre ad essere per forza di cose più moderno viene anche da una palestra diversa, che è quella giornalistica. La scrittura di Grossman è infatti forgiata dal giornalismo e dall’urgenza dello scrivere: “Non preme quasi mai l’acceleratore sulla retorica e sul pathos, in scene più monumentali come Stalingrado che brucia o gli attacchi aerei sa sempre fermarsi nel momento in cui sta a chi legge caricare del pathos le frasi di fronte a sé”. Grossman, secondo la traduttrice, può essere affiancato a Tolstoj nella visione storica, ma non nello stile.

Guerra di ieri e guerra di oggi

Inevitabile, a chiosare l’incontro di Milano, un parere sulle similitudini tra il conflitto narrato da Vasilij Grossman e quello che sta flagellando l’Ucraina: “Sembra irrispettoso per Grossman fare paragoni col massacro che sta succedendo ora. Per chi fa questo lavoro e per chi si occupa di una certa Russia da trent’anni, è un disastro emotivo di impotenza, di rabbia infinita”, dice Zonghetti ricordando di aver tradotto Anna Politkovskaja che “agitava gran campanelli attaccati alle orecchie, cercando di farci capire costa stesse succedendo”.

“Ritornano scena tragiche, ma coi paragoni mi fermo qui”, conclude la traduttrice, “non so dare risposte, non so vedere la fine, sono molto angosciata, e per questo non mi va di fare paragoni con la guerra di qualche decennio fa. Posso solo dire che rivedo l’umano dell’uomo di Grossman nei russi che da soli scendono in piazza fingendo di reggere un cartello che non c’è e tentano di opporsi alla follia in questo modo”.

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Immagine: La foto, attribuita a Georgij Zel’ma, di un soldato sovietico che sventola la bandiera rossa su Stalingrado utilizzata per la copertina dell’edizione Adelphi

Chi è Andrea Rapino

Nato nel 1973 a Lanciano, in Abruzzo, dove vive e lavora come giornalista professionista, si è laureato in Storia a Bologna con una tesi sulla letteratura serba medievale, e ha frequentato la scuola di giornalismo dell'Università di Roma - Tor Vergata. Si occupa di cronaca, sport e cultura per diverse testate locali. Ha iniziato a scrivere per East Journal dal dicembre 2021.

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