RUSSIA: Da Pietro il Grande a Putin, una questione di profondità strategica

A cavallo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, Pietro il Grande è il primo zar a fare del concetto di profondità strategica il principio di base della politica di difesa della Russia, che già allora aveva più o meno gli stessi confini di ora e, allora come oggi, era già sterminata, vastissima. Sicuramente tutti abbiamo avuto modo di soffermarci davanti a una mappa del globo, ebbene sono sicuro che tutti abbiamo notato con stupore e forse timore l’immensità della Russia, che si estende su 17 milioni di chilometri quadrati e copre 11 fusi orari: è una dimensione enorme, radicata nella nostra coscienza collettiva e individuale.

Ovunque ci troviamo, in un qualsiasi punto del globo, c’è sempre una Russia non lontana da noi, a est o a ovest, a sud o nord. Se la Russia nella parte asiatica, è abbastanza sicura, anche perché quasi completamente ghiacciata e inospitale, a Ovest è praticamente indifendibile, perché non ha barriere naturali a protezione dei suoi centri nevralgici ed è quasi interamente pianeggiante e solcata da grandi fiumi.

L’invasione da Occidente non era già allora un pericolo ipotetico: meno di un secolo prima, dopo la morte di Ivan il Terribile e il “periodo dei torbidi”, i polacchi erano entrati a Mosca e vi avevano regnato un paio d’anni. L’intuizione dello zar Pietro fu di mettere quanto più terra possibile tra il Cremlino e i suoi vicini. L’impero iniziò ad allargarsi verso il Baltico (e infatti fondò San Pietroburgo che ne sarà capitale per un lungo periodo), verso il Mar Nero il Caucaso e l’Asia centrale.

Fu Pietro il Grande a portare la frontiera fino al Mare d’Azov e al fiume Dnipro, nomi che ci sono ora familiari perché si trovano in Ucraina, che preesisteva alla stessa Russia, e dove vivevano popolazioni ucraine autonome di etnia e lingua diverse seppur affini, a quelle russe, nonché i cosacchi, stirpe di contadini-guerrieri da sempre in lotta con gli ottomani a sud e anche con i polacchi, gli ucraini e i russi stessi per la libertà dei loro villaggi sostanzialmente anarcoidi ma riuniti in una sorta di federazione denominata etmanato.

Pietro il Grande e più tardi Caterina di Russia inglobarono nell’Impero sia i cosacchi (con le buone maniere rendendoli le truppe scelte del proprio esercito) sia (con buone e talvolta cattive maniere) le comunità ucraine, alcune delle quali erano state prima sottomesse al regno di Polonia.

La profondità strategica, con l’aiuto del generale inverno, consentì alla Russia di salvarsi dall’offensiva di Napoleone nel 1812 e da quella di Hitler nel 1941. Restò quindi come concetto centrale della politica di sicurezza anche per l’Unione sovietica, che non a caso due anni prima dell’attacco del Terzo Reich, scese a patti con la Germania nazista per spartirsi il territorio della Polonia; e che non a caso, durante la Guerra fredda, inviò i carri armati a Budapest e a Praga per assicurare la tenuta del Patto di Varsavia.

Il problema per Mosca è che, quando incorpori nuovi territori, inglobi anche nuove nazionalità (solo nel territorio dell’attuale Federazione Russa, vi sono oltre duecento gruppi etnici). I sovietici, fin dai primi anni, tentarono di sedare le spinte centrifughe con rudi esperimenti di ingegneria demografica e frontaliera, che ancora oggi alimentano conflitti nell’area post-sovietica.

Ma per tenere insieme l’impero sovietico, glorioso talvolta ma spesso simile a un baraccone, servivano tre elementi: una salda ortodossia ideologica, che Stalin impose con il terrore e milioni di morti; una forza militare schiacciante e tecnologicamente avanzata, infine la prospettiva di un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. L’URSS collassò nel 1991 per il venir meno di questi elementi, dopo il disastro nucleare di Cernobyl’, quello militare in Afghanistan e le fallite riforme economiche della perestrojka gorbacioviana.

D’un colpo non c’era più l’URSS ma una costellazione di Stati indipendenti che abbracciarono in gran parte il modello politico ed economico occidentale, che l’URSS per decenni aveva demonizzato e combattuto: quando Putin definisce il crollo dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo” non lo fa perché è un nostalgico del socialismo reale ma perché è consapevole che nel 1991 Mosca ha perso la profondità strategica e questa per lui è divenuta un’ossessione.

L’aggressione all’Ucraina risponde quindi a questa necessità storica, quella di mettere chilometri e chilometri a separare ed allontanare la Russia dai suoi veri e presunti nemici, al fine di garantirne la sicurezza con il rischio – e questa guerra lo dimostra – di riuscire nell’effetto opposto.

Chi è MIchael L. Giffoni

Michael L. Giffoni (New York, 1965), da diplomatico di carriera dal 1992 al 2014 ha ricoperto numerosi e delicati incarichi nazionali ed europei. Dopo aver trascorso gli anni ’90 in Bosnia e nel resto dell’ex-Jugoslavia in guerra, è stato Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Javier Solana, poi per 5 anni primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo (2008-2013) ed infine (2013-14) Capo Ufficio per il Nord Africa e la Transizione araba al Ministero degli Affari esteri.

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