Severodonetsk

UCRAINA: La battaglia di Severodonetsk e i destini della guerra

Mentre infuria la battaglia a Severodonetsk, diventano cruciali per i destini del conflitto gli aiuti militari ma l’Occidente è diviso

L’offensiva in Donbass

A Severodonetsk, i combattimenti infuriano strada per strada. Le forze ucraine sono battute incessantemente dall’artiglieria russa, e possono rispondere solo con parsimonia, dovendo far fronte a un’accresciuta scarsità di munizioni. Il problema è stato fatto presente ai governi amici, ed ora sarà necessario un delicato passaggio ad armamenti occidentali, visto l’esaurimento delle munizioni di tipo sovietico. La difficoltà maggiore sarà l’apprendimento tecnico dell’uso dei  nuovi armamenti, necessario per usufruire al meglio di armi sofisticate e non conosciute.

Gli ucraini sono attestati a Lysychansk, al di là del fiume Seversky Donets, in posizione rialzata rispetto a Severodonetsk, da cui è separata dal fiume e da un ponte stradale strategico, abbattuto dai russi per impedire ogni via d’uscita alle truppe ucraine confluite per arrestarne l’avanzata. La città non era ritenuta strategicamente preziosa, ma la scelta ucraina è quella di difendere ogni centimetro di territorio, cercando insieme di non combattere su terreni troppo aperti, dove lo squilibrio di forze a favore degli aggressori è quasi schiacciante.

In questa offensiva i russi stanno distruggendo sistematicamente i villaggi e le cittadine su cui avanzano, cancellando la vita e l’economia della regione che dovrebbero “salvare”, oltre che i suoi abitanti. Molti osservatori ritengono che il 12 giugno, festa nazionale russa, l’aggressore intenda festeggiare il quasi completo controllo del Donbass, soprattutto dell’oblast di Lugansk, come a rivendicare il sostanziale raggiungimento degli scopi dell'”Operazione speciale”. Nella realtà sarebbe un ben misero successo, ma molti si aspettano di ascoltare quella “proclamazione di vittoria” che non era stata possibile il 9 maggio. Staremo a vedere.

Mariupol e il sud

Il luogo cruciale per i destini del conflitto è in realtà il sud, dove gli ucraini hanno iniziato una controffensiva verso Cherson, con discreti guadagni territoriali, come il recupero del controllo sul villaggio di Tavriiske e l’avanzata verso Kisiliovka, Soldatske e Aleksandrivka. Gli occupanti, oltre a rinchiudere e torturare centinaia di cittadini che hanno manifestato contro di loro,  stanno tentando di russificare le scuole della città, nonostante il rifiuto degli insegnanti, ipotizzano la consegna  diffusa di passaporti russi, e l’utilizzo esclusivo del rublo.

Nel frattempo, a Mariupol, la città martire, è stato deciso l’abbattimento con le ruspe degli edifici più danneggiati, e i legittimi amministratori ucraini segnalano che le salme delle vittime intrappolate nelle case vengono rimosse insieme alle macerie senza dar loro identificazione o sepoltura. La bestialità usata nell’annientare la città prosegue nel cancellare le tracce della strage. Appare trasparente l’intento degli aggressori: consolidare la presa sui territori occupati per rendere più difficile un loro recupero ucraino, e insieme farne testa di ponte per il vero ulteriore obiettivo: avanzare su Odessa e impadronirsi di tutta la costa del Mar Nero, per giungere sino alla Transnistria, sottraendo all’Ucraina ogni sbocco al mare. È lecito pensare che la guerra d’invasione russa non sarà arrestata, salvo forza maggiore, sino alla conquista di quei territori costieri, considerati vitali sia dall’Ucraina che dall’aggressore.

L’ipocrisia tedesca

I tentativi negoziali di Francia e Germania, con la ridicola scusa di non “umiliare” il paese che distrugge e assassina senza ritegno in Ucraina, rivelano solo la speranza di poter tornare presto a far affari con l’aggressore, senza perdere i vantaggi acquisiti nel passato. Risultano altresì patetiche e offensive del buon senso le continue dilazioni tedesche nella consegna di armi pesanti all’Ucraina, con defatiganti e irrisorie scuse tecniche. La realtà è che l’apparato industriale tedesco è profondamente collegato con quello russo, e gli interessi economici in gioco sono molto alti: la Germania inoltre non ha abbandonato l’idea di riavere presto il gas e il petrolio russi in grandi quantità e a bassi costi. Tutta la politica tedesca ha per anni deciso di chiudere gli occhi sui rischi geopolitici di tale atteggiamento,  ha fatto coincidere i propri profitti con quelli del proprio fornitore, e gli interessi economici silenziosamente in gioco sono molto alti, tutti impegnati a favore di una futura riappacificazione con l’aggressore.

I pudori americani

In questo panorama di ipocrisie, gli Stati Uniti, meno condizionati da calcoli di questo tipo, hanno tutto l’interesse a sostenere l’Ucraina, e sarebbe ora che perdessero i pudori sin qui mostrati: quattro batterie HIMARS contro la preponderanza numerica dell’artiglieria russa sono una goccia nel mare, quando ne servirebbero sessanta. Come diceva un esponente ucraino: se un secchio d’acqua tutto insieme può spegnere un fuoco, la stessa quantità d’acqua versata a turno con un bicchiere non spegne nulla. Fermare l’aggressore è sempre più imperativo, posto che i suoi disegni minimi sarebbero mortali per l’Ucraina e la geopolitica del Mar Nero, e quelli massimi sarebbero la completa sottomissione di Kiev. Di fronte alla strenua intenzione distruttiva dell’aggressore, concedergli qualsiasi tipo di vantaggio sarebbe un errore demenziale.

Chi è Giovanni Catelli

Giovanni Catelli, cremonese, è scrittore e poeta, esperto di cultura e geopolitica dell’Europa orientale. Suoi racconti sono apparsi in numerose testate e riviste, tra cui il Corriere della Sera, la Nouvelle Revue Française, Nazione Indiana, L’Indice dei Libri. Ha pubblicato In fondo alla notte, Partenze, Geografie, Lontananze, Treni, Diorama dell'Est, Camus deve morire, Il vizio del vuoto, Parigi e un padre (candidato al Premio Strega 2021). Geografie e Camus deve morire (con prefazione di Paul Auster) sono stati tradotti in varie lingue. Collabora con Panorama e dirige Café Golem, la pagina di cultura di East Journal. Da più di vent'anni segue gli eventi letterari, storici e politici dell'Europa orientale, e viaggia come corrispondente nei paesi dell'antico blocco sovietico.

Leggi anche

russi protestano guerra

Perché i russi all’estero non protestano contro la guerra?

Un attivista culturale trasferitosi da Mosca in Armenia riflette sul perché i russi non scendano in piazza contro la guerra...

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Privacy Preference Center