guerra in ucraina

INTERVISTA: Leopoli col fiato sospeso, una testimonianza dall’ovest dell’Ucraina

Abbiamo intervistato Markiyan Yurynets, imprenditore di Leopoli, facendoci raccontare la guerra in Ucraina dal suo punto di vista.

Un bambino che lascia Leopoli con il suo violoncello in spalla: è l’immagine di questi giorni drammatici impressa negli occhi di Markiyan Yurynets, imprenditore di Leopoli, che vive con il timore che presto le bombe potrebbero cominciare a cadere anche sulla sua casa. Gli abbiamo chiesto di raccontarci com’è la situazione nell’ovest dell’Ucraina, per il momento ancora fuori dagli attacchi di Mosca, come vive questi giorni di paura, perché ha deciso di rimanere nel suo paese e, più in generale, che cosa pensa di questa guerra a cui nessuno al mondo avrebbe mai voluto assistere.

Com’è la situazione a Leopoli in questi giorni?

«È tutto abbastanza tranquillo, non si spara e non succede nulla di strano, anche se i militari stanno cominciando ad addestrare i civili all’uso delle armi in vista di una potenziale offensiva nell’ovest dell’Ucraina. I russi qui non si vedono dal 1945 e dubito che ne vedremo, ma in giro si trovano comunque dei posti di blocco, più che altro per monitorare quelli che si recano al confine con la Polonia. L’unica cosa diversa dal solito è che è stato istituito il coprifuoco, dalle 22:00 alle 6:00, ed è stata vietata la vendita di alcolici per prevenire situazioni di criminalità che la polizia oggi non potrebbe controllare. Ad ogni modo, anche se sono lontano fisicamente dalla guerra, ci sono comunque dentro. Oltre ai missili è un continuo sparare post su Instagram, su Telegram e TikTok, è tutto molto dinamico. L’informazione è in tempo reale ed è impossibile non pensare a quello che sta accadendo a qualche chilometro».

Come state tu e la tua famiglia?

«Noi stiamo bene. Mia mamma è in Italia, mio papà non c’è più e i miei nonni si trovano in un posto sicuro. Mia moglie è medico e ogni giorno l’accompagno al lavoro perché non mi sento molto sicuro a farle prendere i mezzi pubblici, anche se funzionano regolarmente. In questi giorni stiamo ospitando una famiglia di Mariupol a casa nostra, cerchiamo di aiutare come possiamo, anche facendo rete tra di noi per far sì che tutti abbiano ciò che serve».

Fate fatica a trovare generi di prima necessità?

«I supermercati funzionano e così anche i bancomat, le farmacie e tutti i servizi essenziali. Le persone stanno facendo scorte perché non si sa cosa potrebbe succedere domani, ma si trova quasi tutto. Tra di noi cerchiamo di dire di non comprare troppe cose, proprio per evitare di non trovare quello che serve se ci dovessero essere delle ristrettezze. Le scuole sono chiuse perché in caso di bombardamento sarebbe difficile prevenire una tragedia. Anche bar e ristoranti sono chiusi, ma non so se è stata una decisione da parte del Comune, oppure un’iniziativa autonoma per il clima teso che stiamo vivendo. Sappiamo perfettamente che al fronte stanno andando i nostri ragazzi, rischiando di morire, e io stesso evito di andare fuori perché non c’è nulla da festeggiare in questo momento. Gli ucraini hanno molto rispetto nei confronti del prossimo».

Tu hai amici russi?

«Sì, ho persone che conosco che stanno in Russia. Mi dicono che già sanno che saranno i loro figli a pagare per tutto questo, per tutti i danni che la Russia sta facendo all’Ucraina. Loro hanno già capito che a pagare sarà il popolo e non certo gli oligarchi o Putin».

Che cosa ne pensano loro di tutta questa situazione?

«In realtà non gli ho mai fatto direttamente questa domanda. Credo che nessuno dei miei conoscenti in Russia sia d’accordo con questa invasione, ma sono quasi sicuro che nessuno di loro sappia realmente cosa sta succedendo. Se anche mi dovessero dire chiaramente che sono contro questa guerra gli chiederei dove sono stati negli ultimi vent’anni, perché sono loro ad aver votato Putin come presidente e non certo noi».

Tu hai amici che stanno combattendo per l’Ucraina?

«Sì, ho degli amici che stanno combattendo. Se ci fosse la necessità, e se non esistesse una soluzione diversa, probabilmente andrei anche io».

Non hai mai pensato di scappare?

«Come ho già detto, mia moglie è un medico e lei ha delle precise responsabilità, non può lasciare il paese in questo momento e io, come marito, ho il dovere di starle accanto. Inoltre, fra dieci anni, quando mio figlio mi dirà che sui libri di scuola ha letto che nel 2022 c’è stata la guerra, voglio poter dire che sono rimasto qui e che ho fatto il possibile per aiutare e difendere il mio paese. Che cosa questo significhi non lo so ancora, perché io sono un civile e non so nemmeno come si tiene un kalashnikov in mano. Non so nemmeno se riuscirei a sparare, ma se ci sarà bisogno lo farò. Voglio essere coerente con mio figlio, voglio guardarlo negli occhi e dire con orgoglio che sono rimasto qui a ricostruire l’Ucraina».

Pensi che quello che stanno facendo l’UE e la NATO per l’Ucraina sia abbastanza?

«Dal punto di vista degli aiuti umanitari non posso dire niente, sto notando una generosità infinita nei confronti del nostro popolo, ma a livello politico penso che si potrebbe fare di più. Io capisco e accetto che nessuno combatterà per l’Ucraina, ma vorremmo capire quanti civili dovranno morire ancora prima di avere una no fly zone sopra i nostri cieli».

Che l’Ucraina fosse nel mirino di Putin non è certo una novità. Tu ti aspettavi attaccasse davvero?

«In realtà non lo avrei mai immaginato. Io sono una persona che ragiona molto e immaginavo che i soldi, e il desiderio di “bella vita” di coloro che in Russia stanno bene economicamente, avrebbero prevalso sulla voglia di invadere una nazione. A quanto pare mi sbagliavo e la follia ha vinto».

Cosa pensi dell’operato di Zelens’kyj?

«Sono onesto, io non l’ho votato, ma devo riconoscere che in questo momento si sta dimostrando un grandissimo presidente, con posizioni molto ferme e lucide. Lui è ancora a Kyiv, non è scappato, ci rassicura e ha sempre parole di conforto per tutti noi. Putin, invece, sta nel suo bunker nascosto chissà dove. Questa differenza secondo me è molto importante».

Pensi che questa guerra potrebbe allargarsi anche ad altri paesi?

«Molto dipenderà da quanto si andrà per le lunghe e da quello che diranno gli oligarchi, perché ora la Russia sta cominciando ad avere grandissimi problemi con tutte le aziende che stanno smettendo di offrire beni e servizi lì, per non parlare delle confische negli altri Stati, tra cui l’Italia. Solo non capiamo come questa guerra potrebbe risolversi, perché anche ammesso che la Russia ritiri le sue truppe oggi stesso, è facile che tra non molto ritornino per riprendersi quello che credono sia loro».

Qual è l’immagine simbolo del conflitto che ti ha fatto più male?

«Qualche giorno fa ero alla stazione e ho visto un bambino che scappava portando con sé il suo violoncello. Questo fatto mi è rimasto impresso perché esprime il bisogno di cose belle, di vita e di stare bene anche quando fuori le cose stanno andando a rotoli. Evidentemente, per quel bimbo, il violoncello era un modo di dimenticare ciò che stiamo vivendo».

Cosa ti raccontano i tuoi genitori o i tuoi nonni su com’era l’Unione Sovietica?

«Qualche giorno fa proprio mio nonno mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa: “la Russia mente sempre”. In Siria, ma anche nelle guerre cecene, la Russia ha sempre mentito sulle azioni commesse, sul numero di morti e su tutto quello che succedeva. Tornando alla tua domanda, sull’Unione Sovietica mi dicono sempre che loro guadagnavano abbastanza, ma di fatto quei soldi non potevano spenderli perché non si poteva comprare nulla. Troppe cose ai tempi non avevano senso».

Si dice che Zelens’kyj voglia cedere sulla Crimea e sul Donbass. Tu pensi che il popolo si arrenderà a questo?

«Qualsiasi dichiarazione del presidente va benissimo se aiuta ad ottenere una tregua e un cessate il fuoco. L’Ucraina è unita sul fatto che Crimea e Donbass siano suoi territori. Tuttavia, se il presidente davvero cederà sarà solo per avere degli estremi dai quali partire per le trattative e ottenere ciò che vogliamo, ovvero entrare a far parte ufficialmente dell’Unione Europea e della NATO».

 

Foto di copertina: Pexels

Chi è Valentina Chiara Baldon

Classe 1986, da sempre innamorata della comunicazione in tutte le sue forme. Le parole possono cambiare il mondo, ecco perché ha scelto di utilizzarle come strumento principale nel suo lavoro. SEO copywriter e Social media manager per professione, aspirante giornalista per passione. East Journal è la prima testata con cui collabora.

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