TURCHIA: Il “triangolo amoroso” della Turchia

Come in amore, il triangolo funziona difficilmente anche in politica. La Turchia alle prese con NATO, Russia e Ucraina.

Appesa a un filo

Impegnata in un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico, il gioco della Turchia nell’attuale conflitto russo-ucraino è quello della mediazione, come dimostrano le diverse offerte di proporsi come mediatore fra le parti e di ospitare a Istanbul i colloqui fra Ucraina e Russia. Finora, tuttavia, la proposta non avrebbe trovato riscontro, soprattutto dal lato russo.

Recep Tayyip Erdoğan è impegnato a cercare una conciliazione fra Kyiv e Mosca da ben prima lo scoppio vero e proprio del conflitto il 24 febbraio. A inizio febbraio aveva, infatti, proposto di riunire a Istanbul il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky per avviare un “concreto dialogo con la Russia” e affrontare le questioni di sicurezza espresse sempre più veementemente dal Cremlino. L’incontro era previsto per i giorni successivi alla fine delle Olimpiadi invernali di Pechino, ma la piega presa dagli eventi è ormai tristemente nota.

Un dettaglio forse passato inosservato è la telefonata tra Erdoğan e Putin la notte fra il 23 e il 24 febbraio, poche ore prima che avesse inizio l’invasione russa, durante la quale Putin aveva rassicurato il presidente turco della continua disponibilità della Russia a trovare una soluzione diplomatica, senza minimamente accennare a piani di azione militari. Per Erdoğan pare sia stato uno smacco difficilmente digeribile scoprire che, poche ore dopo il loro colloquio notturno, la Russia aveva ordinato l’attacco, una dimostrazione della sfiducia di fondo che permea la relazione fra i due.

In realtà, la decisione di Putin di tacere non deve stupire e si richiama ad una semplice quanto cinica logica da realpolitik, data l’ambivalente situazione turca. Come membro NATO, se Erdoğan avesse ricevuto indiscrezioni circa i piani di attaccare l’Ucraina, verosimilmente sarebbe stato tentato di avvisare preventivamente Washington e, forse, anche la stessa Kyiv. Putin insomma non si fida abbastanza del suo omologo turco per essere certo che lo avrebbe appoggiato incondizionatamente, in quello che altrimenti avrebbe probabilmente rappresentato uno sfregio totale alla NATO da parte di Ankara. Meglio non rischiare.

Nonostante i fallimenti, Erdoğan prosegue la sua intensa attività diplomatica anche in questi giorni. Come abbiamo visto, la Turchia ha infatti molto da perdere dal conflitto fra Kyiv e Mosca, fra interessi strategici, la sicurezza del suo vicinato settentrionale e l’equilibrio di forze nel Mar Nero.

Le ragioni di Montreux

Come abbiamo già spiegato, la decisione di applicare la convenzione di Montreux ha imposto una presa di posizione alla Turchia; una mossa politicamente di disturbo per Mosca, ma priva di grandi effetti pratici nell’immediato. Per il momento la mobilizzazione militare russa nel Mar Nero è ampio e sufficiente da poter proseguire la guerra per mesi.

Montreux è stata una decisone più simbolica che tattica, un’azione quasi obbligata in osservanza del diritto internazionale, che altrimenti avrebbe danneggiato gravemente non solo la validità del trattato, ma anche la stessa credibilità e postura internazionale della Turchia. Avrebbe infatti significato agire solamente in compiacenza del Cremlino, e il ruolo di Ankara come equanime e imparziale garante degli Stretti avrebbe subito una pericolosa incrinatura.

Per la Turchia è invece di fondamentale importanza mantenere il controllo sugli Stretti, aldilà del danno d’immagine, anche dal punto di vista economico, per continuare a beneficiare dei consistenti ricavi derivanti dalla tassazione sul passaggio navale. Ribadire l’applicazione di Montreux ha avuto un duplice significato anche per gli Alleati, per dimostrare che Ankara non è eccessivamente asservita alla Russia – messaggio che sarebbe stato nefasto per la sua appartenenza alla NATO.

Se al momento dal punto di vista bellico cambia relativamente poco per Mosca, in una fase in cui la marina russa nel Mar Nero è al grosso delle proprie forze, lo stesso non si può dire sul lungo termine: innanzitutto perché nell’eventualità di un ristagno e paralisi degli scontri in Ucraina, il Cremlino inizierebbe a sentire esponenzialmente la pressione di non poter garantire le forniture militari. Ma anche perché questo provocherebbe alla Russia problemi con il mantenimento della sua potenza navale nel Mar Nero. I porti di Crimea controllati dalla Russia sono infatti gli unici in “acque calde” di Mosca e, come tali, molto strategici come base da cui proiettare potenza verso sud. L’accesso certo e senza restrizioni al Mar Nero attraverso gli Stretti è dunque di fondamentale importanza per la strategia russa di lungo periodo.

Un finale distopico?

Volendo giocare con la fantasia, se Vladimir Putin ottenesse una vittoria militare importante e indiscussa in Ucraina e fosse in grado di resistere alle conseguenze diplomatiche e economiche imposte dall’Occidente, questo accelererebbe il processo di estraniamento della Turchia dall’Alleanza Atlantica, sancendo di fatto un’evoluzione post-NATO turca. Confermerebbe le convinzioni turche riguardanti l’inefficacia e impotenza odierna del Patto nel frenare le ambizioni espansionistiche russe in questo caso, e in ultimo di giocare un qualunque ruolo di rilievo nello scacchiere geopolitico mondiale.

Tornando a più probabili scenari, forse non tutte le difficoltà vengono per nuocere. Sul lungo termine, un ricompattamento NATO in una rinnovata ottica da Guerra Fredda e una rivalutazione del ruolo geostrategico della Turchia potrebbero avviare un riavvicinamento fra Ankara e i suoi alleati, sia negli Stati Uniti che in Europa. Nel conflitto russo-ucraino, la NATO e la Turchia condividono lo stesso interesse a evitare un’escalation di violenza e i suoi contraccolpi sul vicinato europeo. In più, la Turchia è indispensabile per garantire l’architettura di sicurezza regionale, il suo esercito e forze militari sono fra le più estese di tutta l’Alleanza e come tale è di primaria importanza per la tenuta e protezione del fianco sudorientale della NATO.

Per approfondire: InsideOver, Sicurezza Internazionale, The Indian Express, CCN, Atlantic Council e Carnegie Europe.

Chi è Rebecca Grossi

Appassionata di politica e di tutto ciò che sta al di là della ex Cortina di ferro, ha frequentato Studi Internazionali a Trento e Studi sull'Est Europa presso l'Università di Bologna. Dopo soggiorni più o meno lunghi di studio e lavoro in Austria, Grecia, Germania, Romania e Slovenia, abita ora a Lipsia, nell'ex DDR, dove è impegnata in un dottorato di ricerca in Global and Area Studies. Per East Journal si occupa principalmente di Romania e Turchia.

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