ROMANIA: Nel variopinto caleidoscopio antivax rumeno

Molti sono i motivi dietro al diffuso scetticismo antivax in Romania, un fenomeno preoccupante che interessa l’intera regione balcanica.

13 dicembre 2021: Una giornalista italiana RAI e la sua troupe sono stati sequestrati e aggrediti fisicamente durante un’intervista ad una nota senatrice rumena di estrema destra novax, Diana Șoșoacă, mentre lavoravano ad un servizio sulla galassia antivax della Romania. Trattenuti dalla polizia locale e perquisiti, sono stati liberati solo nove ore dopo grazie all’intervento diplomatico.

21 dicembre 2021: decine di manifestanti riescono a fare irruzione nel cortile antecedente il Parlamento rumeno, l’imponente Casa Poporului, durante una protesta contro l’iniziativa di legge promossa dal governo per estendere l’uso del certificato COVID anche ai posti di lavoro. Prima di essere ricacciati fuori, hanno danneggiato diverse auto posteggiate all’interno.

Due episodi gravi e preoccupanti della stessa matrice, avvenuti ad una settimana di distanza uno dall’altro, entrambi a Bucarest, che bene evidenziano il clima di tensione e polarizzazione legato alla pandemia di COVID-19 che si vive in Romania di questi tempi.

“Una grande bugia”

Nel marzo 2020, l’allora appena insediato governo Ciţu aveva implementato misure di contenimento del COVID-19 molto rigide, provocando una reazione fortemente contraria nella popolazione e dando il via ad atteggiamenti collettivi di trasgressione delle indicazioni ufficiali.

Il disagio, l’ostilità e insofferenza della popolazione nei confronti delle misure anti-COVID è cresciuto esponenzialmente da allora. Da fine ottobre 2021, il governo è stato costretto a reintrodurre alcune misure d’urgenza per frenare l’incipiente quarta ondata – fra queste, l’introduzione del certificato COVID per accedere agli esercizi pubblici, commerciali e non. Agli inizi di novembre 2021, il COVID in Romania stava uccidendo una persona ogni tre minuti: nessun paese al mondo ha una mortalità pro capite così alta. Ma il governo si è trovato di fronte una popolazione molto ostile e ultrascettica.

Lo scetticismo dilaga infatti in Romania, come dimostra la diffusione di fenomeni come la “sink vaccination”, in cui il contenuto della siringa viene gettato nel lavandino invece che essere iniettato. È successo nel distretto di Dâmbovița, 80 chilometri a nordovest della capitale. Ma non è un caso isolato: casi di frode e falsificazione di documenti e certificati vaccinali sono all’ordine del giorno.

Il complottismo, la deriva malpensante e l’ostilità verso la politica è tale che più della metà della popolazione pensa addirittura che il governo stia sviluppando segretamente virus in laboratorio per poter continuare a comprimere la libertà dei cittadini e molti considerano il COVID e le immagini provenienti da terapie intensive affollate e stremate delle montature, una grande bugia e una “isteria esagerata”.

Non solo a Bucarest

Ma non è un problema solo rumeno: la diffidenza nei confronti dei vaccini in generale è nel Sudest europeo di lunga data e risale al passato autoritario della regione, che ha determinato una diffusa sfiducia e sospetto nei confronti dell’autorità politica.

Tale atteggiamento è “radicato nella storia e rinforzato dall’esperienza”, eredità recente del comunismo in cui le autorità erano percepite come dure e ostili, le decisioni erano arbitrarie e la corruzione diffusa. Ci si fidava poco e malvolentieri dello stato, che controllava, dirigeva e organizzava tutti gli ambiti della vita collettiva – da quello politico, culturale, religioso, economico, fino a quello medico-sanitario. Ancora oggi il ricordo dei tempi comunisti è profondamente radicato e la sfiducia interiorizzata. I dubbi e le incertezze nei confronti della leadership politica possono poi facilmente trasferirsi su altri ambiti, riducendo in questo modo le possibilità che determinate iniziative sanitarie acquistino ampia accettazione, specialmente quando percepite come imposte dall’alto e stato-guidate.

Come osserva Florian Bieber, direttore del Centro di Studi Sudesteuropei dell’Università di Graz, in Austria, tuttora “la gente non ha fiducia [nel fatto] che lo stato agisce nell’interesse del bene comune”. “Non si fida dei messaggi provenienti dalla politica o dagli esperti, per molti le loro parole sono solo guidate da interessi egoistici”, di parte.

In questo contesto, le teorie del complotto hanno trovato terreno fertile e si sono propagate facilmente, di fronte soprattutto ad una risposta pubblica spesso caotica e poco autorevole. Questo è quello che succede quando la politica e lo stato perdono credibilità: quando la gente non si fida più delle fonti di informazione ufficiali, cerca narrazioni alternative.

Andando ulteriormente indietro nella storia regionale, molti paesi balcanici che hanno vissuto momenti di “sovranità compromessa”, il più doloroso dei quali sotto il dominio ottomano. Anche il periodo turco ha lasciato tracce visibili nella percezione dello stato e ha giocato una parte rilevante nel favorire una profonda sfiducia.

Allo scetticismo vaccinale legato alla mancanza di autorità della figura pubblica si accompagna spesso anche un senso di rigetto e rifiuto per la medicina “occidentale”, conseguenza squisitamente politica della perdita di fiducia nei confronti dell’Unione Europea e un declino del suo prestigio, una reazione contro le promesse mancate di (maggiore) integrazione europea, che ha provocato un senso di delusione e amarezza verso Bruxelles. In tale contesto i vaccini provenienti dalla Federazione Russa o dalla Cina sono generalmente meglio tollerati e apprezzati e coincidono con una chiara presa di posizione politica di critica contro l’ ”Occidente”.

Spesso questo atteggiamento coincide con dimostrazioni di nazionalismo, a confermare l’allontanamento dall’UE. La gente si rivolge dunque a rimedi popolari appartenenti alla tradizione, o alla medicina alternativa e seguire (o no) le direttive ufficiali diventa a tutti gli effetti un marcatore di identità. “Le persone che sono ostili al governo, per ragioni buone o cattive, rigettano il vaccino o ne sono scettiche perché lo vedono come implicito supporto per il governo”, che cerca di “imporre” i vaccini di Bruxelles.

In tutta la regione, gli effetti di queste dinamiche sull’andamento della pandemia sono disastrosi: in Romania, i soggetti completamente vaccinati non superano il 32 percento della popolazione; peggio di Bucarest la Bulgaria, con il 21-22 percento di vaccinati, e la Bosnia Erzegovina, in cui addirittura solo il 15 percento si è fatto immunizzare.

Il perché del disastro rumeno 

Dopo una partenza grintosa, apatia, sfiducia e una disinformazione dilaganti hanno fatto deragliare il programma vaccinale della Romania, inducendo addirittura il governo a vendere le dosi inutilizzate di vaccino ad altri paesi per evitarne lo spreco.

Un tale sviluppo degli eventi in realtà non era una sorpresa e segnali di allarme in direzione di una battuta d’arresto era presenti già da tempo: nel 2016 la Romania era stata colpita da un importante focolaio di morbillo che aveva già allora evidenziato problemi e carenze strutturali nel sistema sanitario nazionale e nella gestione delle vaccinazioni, fra i quali un ineguale accesso alle strutture vaccinali e ospedaliere e l’insufficiente capacità delle autorità di collezionare informazioni sufficienti per identificare eventuali “buchi” vaccinali sul territorio.

Queste difficoltà hanno contribuito alla persistenza di numerose, ampie e indeterminate “lacune” immunitarie, variegatamente sparse in tutto il paese, secondo l’Ufficio Nazionale dell’Organizzazione della Sanità (OMS) presso la Romania. Basti pensare che quasi la metà della popolazione si dichiara scettica nei confronti dei vaccini: “A prescindere dal COVID, la riluttanza nei confronti dei vaccini è molto alta qui”.

A causa della subottimale immunità della popolazione e della scadente qualità della sorveglianza sanitaria, “la Romania rimane endemica per malattie come il morbillo, la rosolia e ad alto rischio poliomielite da importazione”.

Sicuramente lo stallo delle vaccinazioni contro il COVID-19 è da imputare anche alla mancanza di un fattore paura sufficientemente forte. Come dimostra un sondaggio effettuato nel giugno 2021 dal gruppo internazionale di ricerca e analisi dati YouGov, in Romania quasi la metà della popolazione crede che il rischio legato al COVID sia esagerato. Dal punto di vista psicologico, Bucarest era riuscita a superare relativamente indenne la prima ondata pandemica nella primavera del 2020, in confronto ad altri paesi molto più duramente colpite, come l’Italia. Essendo stato il primo impatto con il COVID molto meno scioccante e traumatico, questo ha in qualche modo contribuito alla tiepida reazione verso la vaccinazione. Il COVID semplicemente non è stato percepito come una questione letale.

Inoltre, nel caso della Romania, è piuttosto diffusa l’errata percezione per cui l’infezione da COVID provocherebbe nella maggior parte dei casi una malattia dai sintomi lievi, se non del tutto asintomatica. L’opinione è rafforzata dal gran numero di casi non rilevati e quindi non ufficialmente conteggiati dalle autorità. Questo spiegherebbe perché molti cittadini abbiano sviluppato un’idea distorta circa la reale situazione epidemiologica nel paese. Non solo, ma consapevoli della mancanza di un effettivo e accurato tracciamento dei casi da parte delle autorità pubbliche, molti si sono convinti di avere in realtà già incontrato il COVID senza essersene accorti, contribuendo ad una ulteriore falsamento del quadro epidemiologico.

Certamente non giova neanche il clima di profonda incertezza politica che il paese sta vivendo da una decina di anni a questa parte. Instabilità politica e di governo cronica avevano già prima dello scoppio della pandemia minato gravemente la fiducia della popolazione per le autorità. Solo da inizio della pandemia (marzo 2020), si sono susseguiti in Romania tre governi (Orban II, Ciţu e Ciucă, quest’ultimo insediatosi a fine novembre 2021) con relativo ricambio di ministri. Il flusso dei sei diversi ministri della salute che si sono succeduti ha comportato una forte discontinuità nella gestione pandemica, con numerose battute di arresto, cambi di marcia e disomogeneità e ha reso difficile coordinare, organizzare e implementare efficacemente non solo la campagna vaccinale, ma anche una stessa risposta rapida incisiva e politiche sanitarie utili a gestire adeguatamente la pandemia.

Alla forte precarietà politica si accompagna una cultura delle proteste di piazza che si è iniziata a stabilire a partire dei primi anni duemiladieci e ha fomentato una tendenza alla contestazione aperta e pubblica contro la politica. La scarsa partecipazione vaccinale fa evidentemente parte dello stesso clima sociopolitico di dissenso, malcontento e polarizzazione. Le tensioni sociali e la decrescente legittimità del governo nel paese ha inevitabilmente influenzato la negativa ricezione della campagna vaccinale. E così il basso tasso vaccinale nel paese è diventato la misura più rappresentativa della scarsa fiducia verso lo stato, che molti considerano corrotto e indifferente alla nazione.

La sfiducia nei confronti dell’autorità (anche medica) è tale a volte che molti si decidono ad andare in ospedale quando ormai è già troppo tardi: numerosi i racconti di medici e operatori sanitari che a seguito di una chiamata di emergenza, si sono recati sul posto e non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.

C’è stata inoltre un’iperpoliticizzazione delle misure anti-COVID e della pandemia in generale, nel contesto di due turni di elezioni generali e locali, che hanno propagato narrazioni falsate e distorte sull’andamento della pandemia. Alcuni partiti sono ricorsi a toni spesso trionfalistici, inducendo un falso senso di sicurezza e incolumità nei confronti del virus nella popolazione. Altri, in primis il partito di ultradestra Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), hanno impiegato un registro apertamente negazionista e ostile. Entrambe le retoriche hanno contribuito ognuna a proprio modo a generare confusione e a polarizzare la questione.

La polarizzazione crescente ha inoltre creato sempre più profonde divisioni all’interno della società fra coloro che supportano e osservano le indicazioni anti-COVID, etichettati come sostenitori del governo, e chi vi si oppone.

Anche Internet suo malgrado sta giocando un ruolo fondamentale nell’acuire costantemente lo scetticismo. La diffusione di fake news, (discutibili) opinioni novax e una rinnovata popolarità delle pseudoscienze sui social media rappresentano una crescente sfida per la salute pubblica.

Punta di diamante della galassia antivax e complottista rumena è Diana Șoșoacă, senatrice e avvocato di estrema destra (fino a febbraio 2021 era membro di AUR), tristemente nota in Italia per l’attacco alla troupe RAI. È fra i personaggi più famosi e influenti nel diffondere disinformazione sul COVID, molto attiva sui social media, con una copertura ampiamente maggiore di molti altri politici e figure pubbliche – nell’ultimo anno sono stati registrati su Facebook 24 mila post e 18 milioni di reazioni contenenti il suo nome. I suoi messaggi antivaccinisti sono spesso accompagnati da una retorica anti-UE: “Se non c’è democrazia in Unione Europea, non abbiamo niente da guadagnare dall’UE”, ha dichiarato in un video girato a luglio 2021 in cui denunciava la presunta falsificazione del numero di vaccinati in Romania per “fare bella figura” agli occhi dell’Unione – senza mostrare alcuna prova, dato o fatto.

Ma lo scetticismo non è alimentato solo da politici ultranazionalistici e di estrema destra, ma anche dalla molto influente Chiesa Ortodossa: preti e vescovi si trovano spesso in prima linea sul fronte antivax. E non sono neanche solo i social media a essere veicolo della disinformazione COVID: anche alcune fra le più seguite emittenti televisive e radio contribuiscono alla cacofonica retorica antivaccinista, per esempio Antena 3 e România TV.

Dallo scoppio pandemico, in nome di una fantomatica par condicio, molti organi d’informazione hanno lasciato molto spazio a figure e discorsi negazionisti e complottistici. Insieme a questo “zelo”, ci sono stati anche un certo lassismo e inerzia da parte di politica, amministrazione e polizia a condannare, sanzionare e, se necessario, perseguire la disinformazione e i suoi più accaniti portavoce. Soprattutto coloro in possesso di credenziali accademiche e/o mediche hanno contribuito a tutti gli effetti ad aggravare la sfiducia già ampiamente radicata nella percezione pubblica, seminando dubbi e perplessità, discreditando e indebolendo la validità ed efficacia delle misure anti-COVID.

Il governo ha fatto sforzi minimi per controbattere alla dilagante diffidenza e ostilità, autorizzando facilmente qualunque protesta novax e permettendo una indiscriminata circolazione di fake news. Soprattutto nei confronti della Chiesa, ci sono stati molta prudenza e tentennamenti a prendere iniziative contrarie, anche per via del suo allettante potenziale di bacino elettorale e rendimento politico. Specialmente nelle aree di campagna, è spesso l’autorità più riconosciuta e seguita, se non l’unica a volte addirittura, e la sua parola è tenuta in estrema considerazione.

E ancora: il sistema sanitario nazionale era già in sofferenza da tempo e di conseguenza gravemente impreparato per affrontare la pandemia. La Romania ha una delle spese più basse sul PIL all’anno per il mantenimento del sistema sanitario di tutta Europa. Molti ospedali devono essere ampiamente ristrutturati e rimodernati, c’è grave carenza di personale medico e di ogni genere e le stesse strutture ospedaliere sono spesso talmente malandate da rappresentare esse stesse rischi concreti per la salute.

Neanche questo è un problema nuovo: già nell’ottobre 2015 a seguito dell’incendio della discoteca Club Colectiv a Bucarest era saltato agli occhi la grave inadeguatezza degli ospedali rumeni nel fronteggiare le centinaia di feriti. Diversi in seguito sono morti per setticemia, a causa di disinfettanti diluiti al punto da essere totalmente inefficaci.

Erosione della fiducia pubblica, una popolazione insufficientemente vaccinata, insufficiente rilevamento e tracciamento dei casi, che risulta in una sottodiagnosi ed erronea valutazione epidemiologica, una società fortemente divisa al suo interno, carenze croniche relative agli ambiti medico-sanitari e sociopolitici… Questa sommaria esposizione dà un’idea delle dinamiche e dei fenomeni che hanno caratterizzato, caratterizzano e continueranno a rappresentare la complessità e difficoltà gestionale della pandemia in Romania. Come tutta Europa, anche il paese sta per essere investito dalla quinta ondata, attesa per la fine di gennaio con picchi previsti di 50 000 casi COVID quotidiani. Ma a queste condizioni, sarà molto più difficile per Bucarest affrontare Omicron.

 

Fonte: Octav Ganea/REUTERS via Deutsche Welle

Chi è Rebecca Grossi

Appassionata di politica e di tutto ciò che sta al di là della ex Cortina di ferro, ha frequentato Studi Internazionali a Trento e Studi sull'Est Europa presso l'Università di Bologna. Dopo soggiorni più o meno lunghi di studio e lavoro in Austria, Grecia, Germania, Romania e Slovenia, abita ora a Lipsia, nell'ex DDR, dove è impegnata in un dottorato di ricerca in Global and Area Studies. Per East Journal si occupa principalmente di Romania e Turchia.

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