L’uncinetto russo alle sfilate di moda: intervista a Elena Vakhnik, regista di “Vereja”

Il Calvert Journal inaugura la seconda edizione del suo festival online dedicato al grande cinema dell’Europa orientale, dei Balcani e dell’Asia Centrale. La rivista londinese documenta da diversi anni le ultime novità della cultura e della creatività del cosiddetta macro-regione del “Nuovo Est”, con articoli di approfondimento, interviste, servizi fotografici e video-reportage. Dal 18 al 31 ottobre, l’evento proporrà 35 titoli, suddivisi in sette categorie: documentari, film d’animazione, lungometraggi di fiction, film degli studenti delle scuole di cinema, film sperimentali, cortometraggi e proiezioni speciali. I titoli saranno tutti disponibili per 48 ore sulla piattaforma Eventive.

East Journal ha intervistato cinque registi di cinque film che parteciperanno al festival. “Vereja”, cortometraggio di Elena Vakhnik, sarà disponibile a questo link il 24 e 25 ottobre.

“Vereja” è il nome di una piccola cittadina nella regione di Mosca e di un marchio di moda che sta portando la tradizione dell’uncinetto russo nelle sfilate di moda internazionali. Nel suo cortometraggio, Elena Vakhnik racconta la storia della persona che collega queste due realtà così diverse, Igor Andreev. Dal suo villaggio di provincia, dove gli era stato impedito di partecipare alle lezioni di uncinetto perché “è una cosa da donne”, Andreev ha fondato un marchio di alta moda, dando nuova vita a vecchi capi con l’uncinetto e creando pezzi unici e coloratissimi. Vakhnik racconta la storia e le origini di Andreev e “Vereja” seguendolo in un intimo viaggio dal suo atelier di Mosca al suo villaggio natale.

Elena, come sei venuta a sapere di “Vereja” e cosa ti ha ispirato a raccontare la storia di Igor Andreev?

Inizialmente ho trovato “Vereja” su Instagram e sono rimasta veramente affascinata dall’abbigliamento, così pieno di colori e di creatività, e ho subito pensato che “Vereja” fosse un marchio eccezionale. Poi un giorno ho visto su Instagram che Igor stava raccogliendo da amici e follower tende, tovaglie e vestiti usati per la sua nuova collezione. Per me questo è stato un segno che dovevo filmare e raccontare la sua storia, anche perché sono sempre stato interessata ai problemi ambientali e soprattutto ai problemi causati dalla fast fashion – come sappiamo, centinaia di milioni di capi finiscono in discarica ogni anno. Credo che la moda possa essere sostenibile, e l’idea di creare nuovi capi da quelli vecchi, usando l’uncinetto e facendone qualcosa di nuovo mi ha affascinato, mi è sembrato che fosse questa la vera moda. Ed è così che è iniziato il progetto per questo film.

Nel film mostri il tuo viaggio insieme a Igor nel suo villaggio natale, dalla sua famiglia. Sono scene molto intime, come è stata per te l’esperienza di viaggiare con lui?

Sì, è stata davvero un’esperienza affascinante viaggiare nel suo villaggio natale, che è vicino al paese che dà il nome a “Vereja”. In realtà, non è lontano da Mosca, a circa centocinquanta chilometri di distanza. In un paio d’ore si può fuggire dalla vita della grande città e ritrovarsi in un vero e autentico villaggio russo, con le case di legno e un paesaggio meraviglioso di foreste e campi di grano. E lì vive la famiglia di Igor. Hanno la loro fattoria, con polli, capre e mucche, coltivano il loro cibo, patate, cipolle, cavoli… E vorrei davvero ringraziare il direttore della fotografia che ha viaggiato con noi ed è riuscito a catturare tutta questa bellezza, penso che le sue riprese siano un capolavoro. Ed è stato davvero interessante vedere la differenza con lo stile di vita del villaggio. È incredibile pensare che Igor sia cresciuto lì e che ora sia diventato un famoso designer e un influencer su Instagram, e vedere come lui mantenga l’equilibrio tra questi due lati della sua personalità, e riesca a creare qualcosa di veramente unico grazie a questo. Ora sta diventando famoso, ma quando abbiamo iniziato a girare questo film, “Vereja” era solo un piccolo marchio locale. Questa storia è davvero una fonte d’ispirazione per me. Dopo il villaggio, abbiamo girato a Mosca, nell’atelier di “Vereja”, un luogo simile a tanti altri in Occidente e che, forse, non è così autentico. Ma gli abiti che vengono creati in atelier riescono a mantenere lo spirito del villaggio.

Altri due temi presenti nel film sono il contrasto tra la città e il villaggio, la provincia, che è un tema ricorrente nella cultura russa, e la prevalenza dei ruoli di genere tradizionali in Russia. A Igor infatti da bambino inizialmente non viene permesso di andare a lezione di uncinetto.

Certo, riguardo al primo punto, c’è sicuramente una grande differenza tra lo stile di vita del villaggio e quello della grande città. E penso che sia una situazione diffusa, che i giovani lascino i loro villaggi per cogliere le opportunità che la grande città può dare, come avere una buona istruzione o trovare un buon lavoro. E naturalmente, in una grande città è più facile trovare una comunità di supporto, qualunque cosa tu faccia e qualunque cosa ti interessi. E questo è il caso del mio protagonista, Igor Andreev, che si è trasferito a Mosca per studio. Riguardo al fatto che non gli sia stato permesso di entrare nel club di uncinetto quando era bambino, penso che sia una situazione comune in Russia anche al giorno d’oggi. A scuola ragazze e ragazzi vengono separati, e le ragazze devono frequentare, ad esempio, i corsi di cucina mentre i ragazzi lezioni di tecnologie robotiche. Ma cosa succede se un ragazzo vuole cucinare o se una ragazza vuole costruire robot? Quindi penso che questo tipo di sessismo sia ancora forte nella società russa, e questo mi dispiace. Ma sono davvero felice che le persone possano ancora raggiungere il loro obiettivo se vogliono, come Igor, che ha raggiunto ciò che voleva.

Penso che la storia raccontata nel film possa essere vista in una luce positiva perché, nonostante le resistenze iniziali, alla fine Igor riesce a frequentare i corsi di uncinetto e a diventare uno stilista di successo.

Sì, è vero. La situazione non è perfetta, ma il successo è comunque possibile. Ma mi ha sorpreso come questo sessismo funzioni anche nelle strade. Nel film, si vede come un giorno abbiamo preso la telecamera e siamo andati sull’Arbat, a Mosca, e Igor si è seduto su una panchina a fare l’uncinetto. E un passante si è fermato e per dirgli che l’uncinetto è una cosa da donne e che un uomo dovrebbe lavorare.

La scena in cui Igor fa l’uncinetto sull’Arbat è molto interessante. Come vi è venuto in mente di girarla?

Abbiamo deciso di fare una passeggiata. In realtà, quel giorno era la giornata internazionale dell’uncinetto. Io ovviamente non sapevo neanche che esistesse, ma Igor mi ha scritto che voleva uscire e mi ha chiesto se volevo filmarlo. E io ho subito detto: sì, è un’ottima idea. Ho preso la telecamera e siamo andati. Mi piace molto quando le persone fanno quello che vogliono, fregandosene di cosa pensano gli altri. E penso che sia davvero importante fare ciò che ti piace, anche quando a volte il mondo è contro di te, perché ogni persona dovrebbe almeno provare a fare ciò che la rende felice.

Chi è Martina Bergamaschi

Laureata in Interdiscilplinary Research and Studies on Eastern Europe all'Università di Bologna, lavora nel campo della cooperazione internazionale, al momento nell'est dell'Ucraina. Per East Journal scrive soprattutto di Russia, dove ha vissuto per due anni tra Mosca, San Pietroburgo e Kirov.

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