ARMENIA: Pashinyan pronto alle dimissioni

Dopo la sconfitta nella seconda guerra in Nagorno-Karabakh, l’Armenia è entrata in una fase di grave instabilità interna. Il primo ministro, Nikol Pashinyan, è il capro espiatorio di una crisi i cui germi fermentavano ormai da tempo, le pressioni dell’opposizione, le tensioni con l’esercito e le drammatiche condizioni economico-sociali del paese rendono la sua capitolazione sempre più probabile, al punto che lui stesso, il primo marzo scorso, ha ventilato la possibilità di indire elezioni anticipate.

Il cessate il fuoco – un paese sotto shock

Con il cessate il fuoco del 9 novembre, Erevan ha perso il controllo di molti territori, che, dopo quasi trent’anni di occupazione, sono ritornati sotto l’effettivo controllo azero. La repubblica non riconosciuta del Nagorno-Karabakh si trova adesso in una situazione di grande vulnerabilità e isolamento e l’unica possibilità per i suoi abitanti di raggiungere l’Armenia è il corridoio di Lachin, al momento controllato dalle forze di peacekeeping russe. Tale esito, tanto in patria quanto tra la diaspora, è stato percepito come un’inaccettabile tragedia. Il sempre più stretto sodalizio tra Istanbul e Baku, l’assenza di qualsiasi tipo di relazioni tra Armenia e Turchia – il cui confine è chiuso dagli anni ‘90 – e la retorica di guerra non aiutano il popolo armeno a superare il senso di persecuzione che si porta dietro dai tempi del genocidio. Al tempo stesso, l’amputazione territoriale non può che esacerbare un sentimento revanchista in un paese che non ha mai smesso di sognare il mito di una  “Grande Armenia”.

Queste emozioni, che certamente richiedono particolare attenzione da parte di Erevan, devono convivere con l’emergenza sociale portata dalla guerra in un paese già provato da un problema cronico di povertà diffusa e dalle conseguenze della pandemia. A una situazione dunque già complessa, si aggiungono ora la necessità di assistere i cittadini che hanno abbandonato i territori occupati e una ripresa economica che non lascia spazio ad aspettative ottimistiche. Per dare un’idea della gravità della situazione, a gennaio ha avuto particolare risonanza la triste storia di un’anziana signora di 70 anni che, non potendosi permettere il riscaldamento, è morta nel sonno, assiderata.

La polemica sui missili Iskander e la reazione dell’esercito

Ad accendere la miccia delle tensioni interne è stata un’affermazione dell’ex presidente Serzh Sargsyan, che, criticando la gestione della guerra da parte di Pashinyan, ha accusato il primo ministro di non aver saputo fare buon uso dei missili russi Iskander, acquistati nel 2016. Pashinyan, dal canto suo, ha raccolto la provocazione, dichiarando pubblicamente che tali missili sarebbero stati usati nel recente conflitto, ma si sarebbero rivelati inutili. Secondo il premier, infatti, non solo tali dispositivi spesso non esplodevano in seguito all’impatto, ma, quando succedeva, producevano solo il 10% degli effetti sperati.

La risposta, prevedibile, dei vertici dell’esercito non si è fatta attendere; il generale Tigran Khachatrian ha rilasciato un’intervista in cui definisce “prive di senso” le affermazioni del primo ministro. In tutta risposta, Pashinyan ha chiesto al presidente, Armen Sarkissian, di rimuovere il generale dal suo incarico. A questo punto, lo scontro tra potere politico e forze armate era inevitabile. Il 25 febbraio 40 alti ufficiali dell’esercito hanno diffuso una nota in cui chiedevano le dimissioni  del primo ministro, che dal canto suo ha rifiutato di rassegnarle e ha disposto il licenziamento del capo di stato maggiore dell’esercito, denunciando un tentato golpe.

Gli scontri tra esercito e potere politico non sono mai un buon sintomo, specie in un paese sconfitto e prostrato dalla guerra: appare evidente che, se Pashinyan vorrà restare al potere, dovrà accettare di ricucire i rapporti con l’apparato militare.

La reazione della Russia 

Nella polemica sui missili Iskander, il Cremlino è stato automaticamente chiamato in causa dalle accuse di Panishyan. Il ministro della Difesa russo ha dichiarato che nessuno di quei missili è stato utilizzato nella guerra in Nagorno-Karabakh e il primo ministro si è scusato, ammettendo di essere stato “male informato”.  Le scuse sono state accettate e, con le parole di Dimitri Peskov, la “verità ristabilita”.

Tuttavia, nel pomeriggio del 25 febbraio, si è verificato un evento piuttosto strano, che potrebbe far sospettare un coinvolgimento russo più attivo nelle vicende degli ultimi giorni: mentre la folla gremiva le piazze della città e Panishyan denunciava il golpe, un jet militare ha per più volte sorvolato la città a bassa quota. Secondo la Piattaforma di Investigazione dei Fatti, un’organizzazione indipendente dedita al fact checking, si trattava di un MiG-29, velivolo che l’Armenia non possiede, ma di cui sono appostati alcuni esemplari nella base militare russa di Gyumri. Il ministro della Difesa armeno ha subito spiegato che si era trattato di una mera coincidenza e che Mosca stava semplicemente svolgendo un’esercitazione militare.

Elezioni anticipate

Dopo aver dichiarato pochi giorni prima di non avere alcuna intenzione di rassegnare le dimissioni, Pashinyan il primo marzo ha aperto la prospettiva di elezioni anticipate, chiedendo all’opposizione di accettare il compromesso. Tornare alle urne potrebbe in realtà essere una scelta ragionevole per il primo ministro. Infatti, nonostante la sconfitta militare abbia gravemente scalfito i suoi consensi, la coalizione di governo è in testa ai sondaggi con il 33% dei consensi.

Purtroppo, però, le proteste – pur vedendo anche la partecipazione di partiti che hanno seggi in parlamento – sono organizzate dall’opposizione extraparlamentare, che al tema elettorale non è molto sensibile e continua a chiedere le dimissioni di Pashinyan cui dovrebbe seguire un governo ad interim che porti a nuove elezioni entro un anno. Il 9 marzo, Vazgen Manukian – già primo ministro nel 1990 e attualmente leader del partito di opposizione Salvezza dell’Armenia – ha incitato la folla a bloccare gli ingressi del parlamento.

“Che ne sarà di Pashinyan?” Questa è una delle domande che in questi giorni aleggia tra le vie di Erevan. Essa tuttavia ne sottintende un’altra, molto più importante: la rivoluzione di velluto finirà per essere travolta dalla storia? Qualora Pashinyan dovesse uscire sconfitto da questa impasse, potrebbe concludersi l’esperienza politica che nel 2018 ha portato alla destituzione di Sargsyan. Insomma, il cessate il fuoco è stato raggiunto, ma la vita politica armena nel breve termine non sembra destinata a trovare pace.

Immagine: East Journal/Aleksej Tilman

Chi è Eugenia Fabbri

Nata e cresciuta a Bologna, si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna e frequenta ora il primo anno del corso di laurea magistrale MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe), presso la stessa università. Ha vissuto per sei mesi in Georgia, dove ha frequentato alcuni corsi dell'Università Statale di Tbilisi, appassionandosi alle dinamiche politiche del Caucaso Meridionale.

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