KAZAKHSTAN: Un bacio lungo quattromila anni

Karaganda è un non-luogo dove abita mezzo milione di persone. Ci troviamo nel Kazakhstan centro orientale: la capitale Nur-Sultan dista duecento chilometri appena, il confine con la Cina è a mezza giornata di macchina, ghiaccio permettendo.

Karaganda è Қарағанды secondo quel cirillico reso obbligatorio da Stalin nel 1940 in un paese che non aveva un proprio alfabeto – il kazako veniva perlopiù scritto con caratteri arabi – e in cui persino la poesia veniva tramandata oralmente da narratori di mestiere, i bardi. Un cirillico di 42 caratteri, nove in più di quello russo, necessari per riprodurre i suoni di una lingua che appartiene alla famiglia delle lingue turche e che non ha nulla a che fare con lo slavo: inclusi gli accenti che ci sono ma non si vedono, e che fanno suonare Karaganda come Karagandà.

Ma Karaganda è un non-luogo non solo perché è apparentemente nata dal nulla – una “non storia”, a onor del vero, che la accomuna ad altre città kazake, come Aktau, per esempio, sorta dietro le miniere di uranio –, ma soprattutto perché si trova in uno dei luoghi più isolati e inospitali del mondo, nel cuore della steppa kazaka, con il gelo che la fa da padrone per gran parte dell’anno. Al punto che la parola “karaganda” viene utilizzata nelle battute di alcune barzellette russe come sinonimo di “nel mezzo del nulla”, sfruttando il fatto che la sillaba finale ricorda per assonanza la parola russa “dove” (где).

Fu Stalin negli anni Venti a creare qui un gulag per dissidenti – tra loro molti scienziati e artisti, un fattore destinato a lasciare il segno nel futuro della città, contribuendo a renderla un centro culturale e scientifico per l’intero Kazakhstan – e, successivamente, a deportarvici i tedeschi del Volga come ritorsione all’invasione nazista (negli anni quaranta il 70% della popolazione della città era di etnia tedesca). Ne parla anche Aleksandr Solženicyn nel suo celeberrimo Arcipelago Gulag. Qui si sfruttavano i giacimenti di carbone: carbone che, insieme all’acciaio, è ancora oggi l’elemento economico trainante dell’intera città, a far pendant con il grigio, colore di gran lunga dominante tra i palazzi e le vie cittadine.

Ma ecco che, d’improvviso, affiora ciò che non t’aspetti e il termine “affiorare” è quello giusto, nel caso dato. Perché questo riaffiorare ha a che fare con l’archeologia e con gli scavi, con la pala e il piccone, con la spatola e il pennello. In una città in cui i centri di ricerca sfornano tecnici di grande livello, sono stati proprio i ricercatori della locale Università statale di Archeologia a riportare alla luce, recentemente, uno dei ritrovamenti archeologici più interessanti dell’intero paese. Un antico sepolcro: vi sono sepolti due giovani, un ragazzo e una ragazza, viso a viso, circondati da cavalli in un sito composto, complessivamente, da ben cinque tumoli.

Si scopre, dunque, che la zona ha un suo passato, ha radici profonde, antichissime, risalenti addirittura all’età del bronzo secondo Igor Kukuškin, direttore dei lavori. C’era vita quattromila anni fa, e quattromila anni fa, da queste parti, si produceva bellezza: la ragazza indossava anelli d’oro e al polso aveva due braccialetti in bronzo intrecciati a spirale. Tutto intorno è stato ritrovato vasellame di pregio, ceramiche, accessori di vario tipo. Altro forse verrà fuori, chissà. Così, in un attimo, il non-luogo si trasforma in un posto che suscita un interesse che è proporzionale allo stupore che ingenera vedere tutta quella bellezza proprio lì, esattamente lì; e che anche chi ha sempre considerato quelle zone desolate, deserte, persino abbandonate, prende consapevolezza che c’è sempre stata vita, addirittura una cultura, quella denominata Begazy-Dandybaev, considerata la più influente del Kazakhstan centrale.

Lo dice questo ritrovamento eccezionale e, ancor prima, molti altri che lo hanno preceduto, e che i più ignoravano: fintanto che due ragazzi sono stati scoperti in un abbraccio vecchio migliaia di anni e che un po’ spiace aver disturbato. Non sappiamo nulla di loro, del perché siano stati sepolti insieme, di quale fosse la relazione che li unisse, del perché siano morti: ma questo, tutto sommato, è un dettaglio senza importanza, perlomeno per noi che questa vicenda la sfioriamo appena. E’ probabile, invece, che lei si chiamasse con un nome che iniziava con la A, così comuni in tutto il Kazakhstan: Aigul, Ainur, Assem, Aidana, Ardak. O magari Alima, con l’accento sull’ultima “a”, così leggero che quasi non si sente, un soffio: Alimà.

Perché in fondo è lei che mi ha fatto venir voglia di raccontare questa piccola storia, Alima/Alimà.

Foto: Karaganda Regional Government

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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