Addio Djordje Balasevic, ultimo grande cantautore jugoslavo

Se n’è andato Djordje Balasevic, il più grande cantautore jugoslavo, morto venerdì a 67 anni in seguito a una polmonite. Chi scrive l’ha sempre voluto definire come “il De André jugoslavo”, perché era amato in tutta la Jugoslavia, e in tutti i paesi che sono sorti sulle sue ceneri. E Djole, di quel paese, e di chi lo ricordava, è sempre stato uno dei migliori ambasciatori. Lo dimostrano i tantissimi messaggi di cordoglio che arrivano da Belgrado a Zagabria, fino a Sarajevo, passando per la sua Novi Sad.

Le prime dei quotidiani della regione riportano a tutta pagina sue fotografie; le emittenti hanno dedicato la notte a vecchi concerti e documentari. HRT, la tv nazionale croata, ha cambiato in corso il palinsesto della prima serata per tramettere il documentario su Balasevic.

I suoi versi l’hanno legato per sempre a questi paesi.

In tutte le piazze delle principali città della ex Jugoslavia centinaia di persone si sono spontaneamente raggruppate per accendere una candela per Djole. Davanti alla cattedrale di Novi Sad, ne è nato un concerto collettivo improvvisato. A Zagabria, sulla Ilica, la principale via del centro, alcuni zagabresi hanno trasformato in realtà un suo verso, scrivendo la parola “bećarac” in cirillico: Da mi je još jedared proči Ilicom. Pa da bećarac našvrljam cirilicom (“Che io possa passare ancora una volta per la Ilica, e che scarabocchi bećarac in cirillico”).

Anche dopo quella maledetta guerra che uccise il suo paese è sempre riuscito a fare il pienone negli stadi e nelle arene che ospitavano i suoi concerti, “dal Vardar al Triglav”, come si diceva in Jugoslavia. In pochi possono vantare di essersene andati avendo fatto lo stesso.

Nato nel capoluogo voivogiano da un matrimonio misto, è stato un autentico interprete della fratellanza jugoslava, e non perché fu un cantore del regime, ma perché componeva e cantava di sentimenti ed emozioni universali, che solo un idiota limiterebbe in confini statali o peggio ancora etnici. Djole è stato la voce di quella generazione di jugoslavi nati dopo la guerra, così distanti da essa, che quando questa è effettivamente tornata li ha trovati spiazzati, persi nei conflitti identitari da cui il poeta è però sempre rimasto estraneo. La canzone Triput sam video Tita (“Ho visto Tito tre volte”) è probabilmente la migliore di quelle dedicate al presidente jugoslavo dopo la sua morte. Negli anni Ottanta, quando le elite criminali si preparavano a banchettare sul cadavere della federazione di Tito si oppose al nazionalismo crescente e alla retorica che avrebbe portato il paese alla guerra. La sua popolarità ne fece un avversario del regime di Slobodan Milosevic, durante il quale venne bandito dalla radiotelevisione nazionale. Nel 2000 pubblica l’album Devedesete (“Anni Novanta”), una raccolta di ballate piene di riferimenti allegorici e metaforici al dittatore serbo e al disastro delle guerre di quel decennio, tra le quali: Legenda o Gedi Gluperdi (“La leggenda di Geda lo scemo”); Stih na asfaltu (“Un verso sull’asfalto”); Živeti slobodno (“Vivere liberi”). Quest’ultima diventerà l’inno di festa dopo la caduta di Milosevic.

Djole vanta un ampio repertorio di canzoni contro la guerra. La più bella è forse Samo da rata ne bude (“Che solo non ci sia la guerra”). Uscita nel 1987, quattro anni prima dell’inizio della fine, risuona oggi come una profezia. “Questa canzone la cantavamo negli anni Novanta, durante la guerra stessa: ci aiutò a sopravvivere”, mi spiega Marija. Čovek sa mesecom u očima (“L’uomo con la luna negli occhi”), del 1993, è invece dedicata a Vukovar, e alla sua devastazione.

Nel 1998, meno di tre anni dopo la fine dell’assedio e della guerra, viene invitato a Sarajevo per un concerto di riconciliazione. In molti, in Serbia, gli sconsigliano di andare: troppo pericoloso. Alcuni parlano di “attentati” che si preparano contro di lui. Ma i suoi fan arrivano da tutto il paese e Djole terrà nella capitale bosniaca una delle sue migliori performance di sempre. Durante il concerto, fa una pausa e racconta al pubblico delle ammonizioni che aveva ricevuto: “Mi hanno chiesto se non avessi paura di venire a Sarajevo e se qualcosa mi spaventasse…beh, se io avessi paura di qualcosa sarebbe proprio qui a Sarajevo che mi nasconderei – e dopo il boato della folla, precisa – …posso anch’io stare nel mirino per due giorni, così come tutti i sarajevesi sono stati nel mirino per cinque anni”.

Nonostante la sua nostalgia, come detto, Djole non è stato un artista di regime. L’attuale governo autoritario di Vucic gli ha ispirato la canzone Dno dna (“Il fondo del fondo“), che è stata puntualmente censurata sulle radio nazionali. Ha mantenuto la sua indipendenza artistica fino alla fine e la propagandistica macchina del fango del presidente serbo l’ha più volte volgarmente attaccato sulle prime pagine dei tabloid. Basta questo per capire che Djole stava dalla parte giusta.

Insieme all’artista se ne va quindi un combattente. Uno dei pochi ad esser riuscito ad accompagnare i momenti più belli della sua generazione, e a consolare quelle venute dopo, in una terra – la ex Jugoslavia – dove in pochi riescono ancora a trasportare con le parole un genuino e sincero sentimento d’amore trasversale.

In tutte le canzoni citate si può trovare un link, ma vorrei separarmi dal “mio omonimo” citando alcuni versi di una di quelle che più l’hanno reso celebre: Računajte na nas (“Contate su di noi”). Un inno generazionale, dedicato alle promesse dello jugoslavismo. Dopo la guerra non l’ha più cantata pubblicamente, se ne vergognava, o semplicemente si vergognò di coloro che tradirono quelle promesse.

Grazie di tutto, Djole, vidimo se u nekom boljem svetu…


Alcuni temono che ci trasporti una corrente sbagliata

Perché ascoltiamo i dischi e suoniamo il rock

Ma da qualche parte in noi c’è la fiamma delle battaglie

E vi dico, quel che so bene:

Contate su di noi

 

 

Foto: Dragan Kadic

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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