POLONIA: Uno sciopero per chiedere la libertà d’informazione

I media indipendenti polacchi protestano contro una nuova tassa sugli introiti della pubblicità, considerando questo disegno di legge un tentativo del governo conservatore di minare la loro esistenza. L’esecutivo sostiene invece che la tassa di solidarietà sia necessaria per i fondi statali e per il pluralismo dell’informazione. Ma, secondo molti media e non solo, questa decisione farebbe parte di un piano governativo più ampio, iniziato anni fa: ridurre l’indipendenza editoriale delle società di informazione non statali.

Le ragioni dello sciopero

La protesta è andata in scena lo scorso 10 febbraio, quando molti giornali sono usciti in edicola con una prima pagina completamente nera. Stessa cosa è successa sulle homepage di molti siti per 24 ore, con il messaggio “Media Bez Wyboru” (media senza scelta) e accompagnate da un comunicato: “Il tuo sito web preferito dovrebbe essere qui. Oggi, tuttavia, non leggerai alcun contenuto qui. Scopri come sarà il mondo senza media indipendenti”. Le testate e i media privati spiegano di non ricevere la stessa quantità di pubblicità da parte delle aziende statali, spesso filo-governative.

Gazeta Wyborcza, il principale quotidiano liberale del paese, ha definito la tassa sulla pubblicitàun potente colpo alla libertà dei media“. Il giornale ha avvertito i lettori che, qualora la tassa fosse approvata, avrebbero lentamente perso l’accesso a notizie indipendenti. Anche TVN, di proprietà della compagnia americana Discovery, si è unita alle proteste lanciando un messaggio altrettanto chiaro: “La tua programmazione preferita doveva essere qui”.

I giornali polacchi, come quelli di tanti altri paesi, hanno infatti già affrontato enormi pressioni finanziarie a causa della rivoluzione digitale. Un’ulteriore battuta d’arresto è stata imposta dalla pandemia e dalle altre tasse da pagare. Un nuovo prelievo, con aliquote comprese tra il 2 e il 15%, sarebbe troppo oneroso e potrebbe spingere molte testate a chiudere per sempre.

“Questa è semplicemente un’estorsione. Ci opponiamo fermamente all’uso della pandemia come scusa per introdurre un altro pesante fardello sui media”. Così affermano in un comunicato congiunto 45 editori, tra giornali, riviste, radio e case discografiche. “È un tributo che colpirà lo spettatore, l’ascoltatore, il lettore e l’utente di internet. Così come le produzioni, la cultura, l’intrattenimento, lo sport e i media polacchi”. Ma il governo, per il momento, non sembra intenzionato a cambiare idea.

L’imposta come ‘tassa di solidarietà’

Il primo ministro Mateusz Morawiecki dichiara che il provvedimento serve a sostenere il sistema sanitario nazionale, la cultura e i media liberi. Inoltre, l’obiettivo sarebbe quello di livellare il campo di gioco con le grandi aziende straniere. Secondo il governo, Google, Apple, Facebook e Amazon sarebbero così obbligate a concedere il loro contributo economico. “Abbiamo a che fare con un enorme squilibrio. Le multinazionali dei media dominano perché possiedono enormi capitali“, ha spiegato il premier polacco, aggiungendo che il disegno di legge del governo è simile alle imposte già introdotte in Francia, Italia e Spagna.

La tassa sulla pubblicità è ancora in fase di elaborazione in parlamento ed è parte di un disegno di legge chiamato Fondo sanitario nazionale. Il partito conservatore al governo ha la maggioranza necessaria per approvarla e potrebbe entrare il vigore già in estate. Se così fosse, sarà applicata a editori, emittenti televisive, proprietari di cinema e società che rendono disponibili pubblicità su media esterni.

Entrando nel dettaglio, si scopre che la tassa interesserà giornali a diffusione nazionale e regionale con introiti pubblicitari superiori ai 15 milioni di zloty (circa 3,5 milioni di euro). La stessa imposta sulla pubblicità verrà applicata se i ricavi di un sito web o portale ammontano ad almeno 750 milioni di euro totali, e se i ricavi pubblicitari in Polonia superano i 5 milioni di zloty. Qualora entrambe le condizioni saranno soddisfatte, l’imposta ammonterà al 5% della base di questi redditi.

Foto: Maciej Luczniewski/NurPhoto

Chi è Tommaso Di Felice

Nato a Roma nel 1987, si è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Appassionato di storia e politica, dopo un Erasmus a Varsavia è rimasto in Polonia per diversi anni. Ora è tornato a Roma, ma lo sguardo rimane sempre rivolto a Est.

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