STORIA: Cinquant’anni fa la “Primavera croata”

Cinquant’anni fa nasceva la Primavera croata (Hrvatsko proljeće), in un anno intenso – il 1971 – che segnò l’emersione del nazionalismo in Croazia nonché delle spinte indipendentiste e antiserbe degli emigrati ustaša, che attorno alla figura di Branko Jelić auspicavano che la Croazia si staccasse dalla Jugoslavia. Ma fu anche un anno che segnò il divenire della Jugoslavia stessa e ne anticipò, per alcuni versi, alcune tendenze che carsicamente riemersero deflagrando sul finire degli anni Ottanta.

Il sentimento nazional-nazionalista croato, unitosi in quello che venne definito il Maspok (Movimento nazionale di massa), fu possibile da un lato per il senso di insoddisfazione di alcune parti della popolazione croata e, dall’altro, per i desideri di una maggior liberalizzazione che gli anni Sessanta avevano sollevato, e non solo in Croazia. Quest’ultima era ormai più sviluppata del 30% rispetto alla media della Federazione (importanti il ruolo del turismo, del settore portuale, delle esportazioni e delle rimesse degli emigrati) e ciò creava resistenze crescenti sulle risorse da destinare alle aree meno sviluppate (la tesi era quella di una “Croazia sfruttata”), mentre si formava una classe media sempre più incline ai valori liberali del mercato.

Eppure, nel giugno del 1971, alcune modifiche costituzionali andarono in un senso confederale: fu riconosciuta la sovranità delle repubbliche, l’emissione della moneta fu condivisa da repubbliche e province, venne introdotta la rappresentanza paritaria di repubbliche e province nella Camera dei popoli, nel governo federale e nella nuova presidenza collegiale. In pratica i poteri della Federazione venivano decisamente tagliati e sottoposti al preventivo consenso (unanime) di repubbliche e province (come si dirà ironicamente, la Jugoslavia diventava una “vetocrazia”).

Questo però fu il momento in cui in Croazia si arrivò agli scontri più duri e anche all’interno della Lega dei comunisti di Croazia si formarono due fazioni. La prima, guidata da Vladimir Bakarić, riteneva giusto accontentarsi di quanto ottenuto e voleva dare un colpo di freno alla cosiddetta “euforia nazionale” di questa Primavera croata, impedendo il formarsi di coaguli politici estranei alla Lega e ideologicamente ostili. L’altra posizione era invece guidata da Savka Dabĉević-Kuĉar e Miko Tripalo, i quali sostenevano l’opportunità di continuare a puntare sul Movimento nazionale e creare più ampi spazi di libertà e democrazia.

A Zagabria, in maggio, vi fu un raduno in piazza della Repubblica dove i leader del partito guidati dalla professoressa Dabĉević-Kuĉar organizzarono un’affollata manifestazione per celebrare il trentesimo anniversario della rivoluzione e il ventiseiesimo della vittoria; all’esclamazione della folla “Viva lo stato indipendente croato”, Savka Dabĉević-Kuĉar rispose: “Si, lo stato indipendente croato, ma solo nella Jugoslavia socialista, democratica, dagli uguali diritti e federativa”. L’entusiasmo della massa sfuggì di mano alla classe dirigente sempre meno capace di intervenire attivamente nel sedare gli impulsi nazionalisti del Maspok, desideroso di ricercare una propria legittimazione. Con quest’ottica si comprendono i motivi che legavano i dirigenti della Lega croata – bisognosi dell’appoggio popolare per poter imporre nella Costituzione repubblicana i “diritti statuali” della Croazia – al Maspok, che da questo appoggio desiderava appunto trovare una sua collocazione in ambito anche politico.

Notevole fu il rafforzamento mediatico (pubblicava ben 16 riviste) della Matica Hrvatska, appoggiata dalla Chiesa cattolica e da una parte degli intellettuali croati, che usò toni sempre più aggressivi fino a dichiarare che la Jugoslavia era il “carcere della Croazia”, ergendosi in difesa dei connazionali dell’Erzegovina e attaccando la minoranza serba, sempre più allarmata. I più estremisti si scagliavano con forza contro l’unitarismo in favore della decentralizzazione e di una maggiore autonomia nazionale in ambito jugoslavo, ma allo stesso tempo sostenevano l’idea di una Croazia unitarista e centralista, dando pochissimo peso alle minoranze etniche interne, in particolare a quella serba che contava circa mezzo milione di persone.

Intanto il Maspok alzava il tiro e in ottobre chiese una Banca nazionale e una moneta propria, garanzie relative al diritto di secessione della repubblica e perfino una rappresentanza croata alle Nazioni Unite; parlava inoltre di pluralismo, di esercito proprio e, i membri più radicali, anche della necessità di rompere del tutto i ponti con la Federazione. Gli ultimi mesi del 1971 furono estremamente convulsi tanto è vero che Tito in dicembre in un discorso alla radio accusò i dirigenti croati di “controrivoluzione”; alla fine prevalsero le tesi di Bakarić e il Maresciallo condannò l’incapacità dei politici più liberali croati di tenere la situazione sotto controllo, convocando il 30 novembre il plenum della presidenza nel castello di Karađorđevo, in Vojvodina. Qui di fatto si concluse la Primavera croata: i dirigenti di Zagabria dovettero lasciare gli incarichi; Tito, che temeva l’infiltrazione di elementi sovversivi provenienti dall’emigrazione ustaša, impose alla testa della Lega croata la fedele Milka Planinc e tra purghe e condanne le tensioni e le rivendicazioni rientrarono.

Ritroveremo Dabĉević-Kuĉar e Tripalo nel 1990 a fondare il partito popolare croato, di ispirazione centrista, mentre Planinc diventerà primo ministro (la prima donna in un paese socialista) dal 1982 al 1986, l’anno in cui emersero leader nuovi come Ivica Račan, Milan Kučan e Slobodan Milošević. La Croazia entrò invece in una sorta di lunga apatia politica (il cosiddetto “silenzio croato”) prodotta dalla repressione e dalla delusione, ma mitigata da un benessere economico inedito. E mentre il partito in Croazia manteneva fino all’ultimo rigidità e chiusure, la frattura valoriale tra il conformismo dell’ideologia ufficiale e il pluralismo dell’opinione pubblica si andava allargando, come mostra il crollo verticale degli iscritti alla Lega croata negli anni Ottanta. In un certo senso la Primavera croata, dopo un gelo di quasi vent’anni, sbocciò con forza a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: chi saprà raccogliere il consenso post-comunista (e soprattutto anticomunista) sarà proprio un dissidente di quel lontano 1971, Franjo Tuđman.

Immagine: Wikipedia

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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