“La congiura” di Jaan Kross, storie baltiche di guerra e di scelta

di Alessandro Balzaretti

È interessante che la casa editrice Iperborea abbia deciso di intitolare la raccolta di racconti dello scrittore estone Jaan Kross (1920-2017) con il titolo del terzo racconto, La congiura (traduzione di Giorgio Pieretto, 2015; ed. or. 1988). Eppure è un titolo che si presta bene a rappresentare il vero tema che si cela dietro queste tre storie di guerra, ambientate nell’Estonia della fine anni ‘30 e ‘40, quando il paese baltico venne invaso a più riprese dai sovietici e dai nazisti. La congiura è quella del caso, di leggi del destino che non hanno un autore ma che trascinano i loro personaggi in dubbi determinanti. E dalla contraddizione della scelta, del sì e del no, sembra che si possa uscire soltanto attraverso un errore, una svista. Tre storie che si concludono con uno strappo che lacera la trama e risolve il nodo della contraddizione.

La prima storia è ambientata pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando Hitler richiama in Germania i tedeschi del Baltico: una classe sociale ormai radicata in Estonia, una borghesia molto ricca e un’aristocrazia che poteva vantare di discendere dai crociati dell’Ordine teutonico. Molte famiglie si trovano divise ed è così che il giovane narratore, uno studente di legge, dà l’ultimo saluto alla ragazza che aveva amato anni prima. Questo congedo è l’occasione per fare i conti con una relazione vissuta senza troppa serietà e con molto distacco, un distacco teatrale e orgoglioso. Il giovane narratore vede scorrere davanti a sé una storia personale (e nazionale) su cui non ha mai potuto avere il controllo, una storia decisa da altri: la relazione con Flora si fa metafora di quella che il poeta W. H. Auden ha chiamato age of anxiety, l’epoca di ansiosa incertezza che caratterizzava l’Europa degli anni Trenta.

Flora non vuole partire quando vede le navi della Marina tedesca nel porto di Tallinn, le stesse navi che l’indomani avrebbero portato in Germania molte migliaia di persone e che a Flora sembrano soltanto delle grandi bare. L’immagine delle bare è profetica: la stessa notte, quando lei e il giovane narratore si esibiscono in un ultimo tentativo di danza, la ragazza cade nel prato e il suo bel vestito da ballo si strappa: una ferita si apre su una gamba.

Sarà quella ferita procuratasi per caso, e “caso” vale qui nel senso letterale di caduta, a decidere – o recidere – le sorti della storia. Perché in questi racconti non c’è scelta. Il fatto che le leggi del destino siano tanto intricate ha alcune conseguenze: la prima è che il nodo di Gordio, come insegna l’episodio di Alessandro Magno, non può essere sciolto, lo si può soltanto tagliare con la spada. A far finire le tre storie sono infatti una ferita, un cappio e uno sparo di fucile. La secondo conseguenza è una domanda etica: di fronte all’incertezza della storia, di fronte al movimento di leggi infinitamente più grandi di noi, è possibile scegliere?

I tre narratori, rispettivamente tre momenti della voce dell’autore, non scelgono, anche quando potrebbero, anche quando farlo potrebbe essere un atto coraggioso. E non scelgono perché è il caso a decidere per loro. Capita infatti che la violenza e l’imprevedibilità della storia generino caratteri particolarmente cinici, incuranti di ciò che succede di fronte a loro; nature che esibiscono un’orgogliosa indifferenza al mondo.

Non è certo il caso dell’autore Jaan Kross, lo scrittore estone più noto a livello internazionale (e nominato più volte per il Nobel negli anni Novanta): la scelta coraggiosa di opporsi a ogni regime e di lottare per l’indipendenza dell’Estonia lo condusse a suo tempo al confino in un gulag, da dove tornò nel 1954.

Ma, tornando a La congiura, ha senso notare come la storia che ci racconta Kross richiami da vicino quella contenuta in un romanzo precedente, Colpo di grazia (1939) della scrittrice francese Marguerite Yourcenar (1903-1987), una vicenda che l’autrice assicurò essersi verificata realmente negli anni della Prima Guerra Mondiale nella regione baltica. Il romanzo si conclude anche in questo caso con il lungo abito di Sophie, novella Flora, che viene lacerato nella fuga. Così ci si congeda dal mondo di fuori: con uno strappo.

Una vita più tollerabile dopotutto ha il suo prezzo: il personaggio di Jan Kross lo paga con il rimorso, quello di Yourcenar sclerotizzandosi in una parodia di se stesso, racchiuso ormai in un tic: “pietrificato in una specie di dura giovinezza […] per un tic che faceva ogni volta trasalire i suoi due compagni, egli colpiva il tavolo, non con il pugno ma con la palma della mano destra appesantita da un massiccio anello con stemma”.

Immagine: wuz

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