POLONIA: La statua del Papa che divide il paese

di Alessandro Ajres, docente di lingua polacca dell’università di Torino e presidente del circolo culturale Polski kot

A fine settembre a Varsavia, nel bel mezzo del cortile del Museo Nazionale, è stata installata una statua raffigurante Giovanni Paolo II che regge tra le due braccia alzate un enorme masso in procinto di essere lanciato. È un modo per commemorare il Papa di un tempo in occasione del centenario della sua nascita (18 maggio 1920). L’autore della scultura è Jerzy Kalina, già autore del memoriale alle vittime di Smolensk. L’installazione si chiama “La fonte avvelenata” e in essa la rappresentazione di Giovanni Paolo II è immersa in una vasca dal fondale color rosso.

Le discussioni intorno all’opera di Kalina sono incominciate ancora prima dell’inaugurazione e proseguono tuttora. “Prima d’ora non si era mai visto un’opera di un artista polacco in grado di generare dei meme su così vasta scala”, scrive Tygodnik Powszechny a proposito del fermento creatosi in rete.

L’opera ha colpito l’immaginario collettivo lungo un duplice binario: da un lato fa scalpore il messaggio politico e schierato della Fonte avvelenata; dall’altro ne viene attaccato il valore artistico (anche) nel rapporto con altre rappresentazioni contemporanee. Kalina stesso ha dichiarato in merito al suo lavoro e all’interpretazione del medesimo: “Finora non ci siamo liberati dei depositi rossi presenti sulle strade polacche. È tornato in pista un gruppo di radicali, i cui mentori, dalle altezze delle tribune del primo maggio, distribuivano alla popolazione in marcia le migliori novità possibili sul socialismo. Ci accorgiamo adesso di come la combriccola sia passata dalla bandiera rossa a quella arcobaleno”.

Nell’approccio di Kalina, Giovanni Paolo II è un titano con una forza sovrumana. L’artista percepisce il Papa come un uomo che ha svolto un ruolo decisivo nella storia recente della Polonia e dell’Europa, iniziandone il processo di cambiamenti storici, sociali e spirituali e legandolo strettamente alla tradizione nazionale. “A livello dei contenuti, un ruolo importante è giocato anche dalla questione del tempo, della durata e della caducità, da un lato inscritta nel simbolismo della pietra, dall’altro legata alla natura effimera dell’installazione, presentata per un breve periodo”, si legge sul sito del Museo Nazionale, che invita poi ad analizzare l’opera nel contesto dello spazio circostante e dell’architettura museale: “Le ali dell’edificio creano una cornice visiva e un contesto storico e simbolico con cui entra in dialogo”.

Ebbene, secondo Tygodnik Powszechny, settimanale cattolico, tale dialogo con lo spazio circostante non è affatto riuscito, “come se Giovanni Paolo II si trovasse lì per caso”; mentre l’installazione, da interpretarsi come simbolo di lotta contro il movimento LGBT in quanto prosecutore del comunismo, si rivela infine “uno spettacolare auto-compromesso dell’artista, motivo di imbarazzo per il Museo e, soprattutto, una mancanza di rispetto nei confronti del ricordo di Giovanni Paolo II”.

La fonte avvelenata è anche una risposta all’installazione realizzata nel 1999 da Maurizio Cattelan, La nona ora, in cui Giovanni Paolo II veniva rappresentato sdraiato al suolo colpito da una meteorite. Nel 2001 la statua di Cattelan venne presa d’assalto a Zachęta, il Museo d’Arte Contemporanea di Varsavia, dal raid dell’ex-deputato della disciolta Lega delle Famiglie, Witold Tomczak, insieme alla collega Halina Nowina-Konopka. I due volevano “salvaguardare la dignità del Santissimo Padre”, hanno sempre dichiarato. Tomczak ha usufruito dell’immunità parlamentare fino al 2008, poi, costretto a pagare 10.000 euro di multa per il proprio gesto, è stato graziato dal presidente Duda. Dal canto suo, l’installazione di Cattelan raffigurava Giovanni Paolo II ridotto al suolo, pur conservando rigore e dignità, al cospetto della storia e delle tragedie imprevedibili che essa porta con sé. Un’opera che, come dichiarava il curatore della mostra all’epoca, Harald Szeemann, “è la più polacca che abbia mai visto”.

Anche senza spingersi fino all’elogio dell’installazione di Cattelan, persino l’ex-deputato Tomczak, intervistato da East Journal, riconosce i limiti del lavoro di Kalina: “Probabilmente Kalina aveva buone intenzioni, ma l’effetto si è rivelato scarso. La fonte avvelenata è un’installazione illeggibile e falsa, ed esteticamente kitsch. Mi dispiace che il mondo della cultura e dell’arte polacca non sia riuscito a preparare una proposta artistica di alta qualità per commemorare il 100esimo anniversario della nascita del Papa polacco”.

Insomma, dopo vent’anni si scopre che per buona parte della società polacca l’immagine del Papa colpito da una meteorite era più adeguata rispetto a quella attuale che campeggia di fronte al Museo Nazionale di Varsavia, gravata troppo pesantemente dall’aspetto ideologico: “La nona ora di Cattelan ha scatenato delle controversie, ma ha anche provocato interpretazioni profonde e molto variegate. Ha mostrato la scomodità del Papa rispetto al mondo, nonché la sua corporeità. Kalina, polemizzando con l’artista italiano, desiderava invece che nel Papa si scorgesse anzitutto il supereroe”, scrive Tygodnik Powszechny.

Certo il fatto che una società si interroghi e si misuri sul significato di due installazioni artistiche, seppure a distanza di vent’anni l’una dall’altra, è segnale di coscienza civile. Tuttavia, va segnalato come anche questa volta la Polonia sia corsa a schierarsi a seconda delle idee politiche delle parti in campo, polarizzando ulteriormente le distanze. Nel caso specifico, poi, pare essere intervenuto il principio valido tanto per la psicologia quanto per la fisica: tanto più forte l’azione (leggi: provocazione), tanto più forte la reazione. Una reazione che investe il paese ancor più di quanto accade in seguito alla situazione politica o alla pandemia in corso.

 

Immagine: Wyborcza Gazeta

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