GRECIA: Il campo profughi di Moria è andato a fuoco

Martedì sera è divampato un vasto incendio nel centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, provocando danni permanenti all’80% della struttura nonché la fuga di circa 13.ooo richiedenti asilo. Al momento, mentre i vigili del fuoco si apprestano a terminarne l’estinzione, non si riscontrano vittime. Stando alle prime ricostruzioni, l’incendio è stato appiccato durante gli scontri avvenuti in serata nel campo da un gruppo richiedenti asilo: all’origine delle proteste sarebbero le reazioni di rabbia contro le misure di quarantena imposte ai 35 individui risultati positivi al COVID-19.

Il campo di Moria è da sempre considerato da organizzazioni internazionali, entità non-governative e altri attori della società civile una bomba pronta a esplodere, sia da un punto di vista sanitario che, più in generale, della sicurezza dei suoi abitanti. Costruito per ospitare 3000 persone, sin dal 2015 l’hotspot ha superato il livello di saturazione arrivando assumere i connotati di una vera e propria cittadella. Vani sono stati gli appelli da più parti per la sua chiusura e recentemente il governo greco ha avviato la costruzione di recinzioni e tornelli per trasformare il campo in struttura chiusa grazie ai fondi europei.

La dinamica e i precedenti

Mentre l’origine dell’incendio è quasi certamente dolosa, la diffusione incontrollata delle fiamme è frutto di circostanze fortuite. Due incendi concomitanti nell’area settentrionale dell’isola, che impegnavano tutti i mezzi dei vigili del fuoco, hanno ritardato fatalmente l’intervento nel campo di Moria. Nel corso della notte migliaia di richiedenti asilo si sono riversati sulle strade che conducono alla città di Mitilini, distante 6 km dall’hotspot – non è mai stato predisposto un piano di evacuazione del campo. Secondo fonti locali, gruppi di residenti armati hanno attaccato i veicoli dei volontari che si apprestavano a portare soccorso ai richiedenti asilo.

Non è la prima volta che a Moria si verificano casi simili, per quanto la portata dei danni sia stata in passato sempre contenuta. Negli scorsi anni diversi incendi sono divampati all’interno del campo, sia di natura dolosa che fortuita, causando talvolta vittime – una bambina di sei anni lo scorso marzo – e mettendo in evidenza come mancassero completamente i requisiti per garantire la sicurezza dei richiedenti asilo. Con l’incendio colposo della struttura dell’ONG One Happy Family si è raggiunto l’apice delle tensioni che già da febbraio minavano la tenuta sociale della comunità di Lesbo: gli attacchi ripetuti da parte di gruppi organizzati di estrema destra contro operatori umanitari e giornalisti hanno spinto molti di questi ultimi ad abbandonare l’isola.

La gestione dell’ennesima “emergenza”

Di fronte all’ennesima emergenza umanitaria, le autorità greche trattano la vicenda come una questione, in primo luogo, di ordine pubblico. Sull’isola sono state immediatamente schierate le squadre di polizia antisommossa MAT – oltre a quelle già di stanza a Lesbo, tre ulteriori unità sono arrivate da Eleusi, nell’Attica. Le forze dell’ordine hanno stabilito due posti di blocco per impedire ai residenti di Moria di raggiungere il porto di Mitilini, contenendoli al ciglio della strada statale che collega il campo alla municipalità. Il governo si è riunito questa mattina ad Atene e ha dichiarato Lesbo in stato d’emergenza per i prossimi quattro mesi. In serata il primo ministro annuncerà in conferenza stampa da Lesbo quali ulteriori decisioni sono state adottate – se chiudere o ricostruire il campo.

L’approccio improntato all’eccezionalità tradisce la grande inadeguatezza del governo di Kyriakos Mitsotakis nella gestione dell’accoglienza e della pandemia. A fronte della situazione fuori controllo nelle isole dell’Egeo, nelle ultime settimane il governo ha riaffermato la volontà di istituire “hotstpot chiusi” a Lesbo e sulle altre isole dell’Egeo nord-orientale.  I media greci, a loro volta, mettono in secondo piano la portata della crisi umanitaria e fanno da cassa di risonanza delle politiche ultra-securitarie dell’esecutivo. Tra tutti, Kathimerini, la principale testata apre l’edizione online con il titolo “Blocco di polizia a Moria – migliaia di migranti per la strada“.

Covid-19: casi di contagio e confinamento

L’hotspot di Moria si trova in stato di lockdown sin dallo scorso 23 marzo: durante l’arco degli ultimi sei mesi ai suoi ospiti è stato impedito di lasciare la struttura per evitare interazioni con il mondo esterno e scongiurare contagi. Contestualmente, sempre in nome delle misure anti-coronavirus, il governo ha fortemente limitato l’accesso delle ONG al campo, privando i richiedenti asilo di servizi essenziali (legali, sanitari, psicologici). Queste le uniche disposizioni adottate per prevenire la diffusione del virus all’interno del campo, ignorando l’allarme lanciato, tra gli altri, da Medici Senza Frontiere già a marzo: l’organizzazione denunciava l’impossibilità di attuare misure di distanziamento e prevenzione in condizioni di sovraffollamento e auspicava un ricollocamento immediato dall’isola alla terraferma dei richiedenti asilo.

Così, mentre la Grecia riapriva i propri confini ai turisti per la stagione estiva, il ministero per l’immigrazione e l’asilo, nella persona di Notis Mitarakis, legittimava l’ennesimo abuso di diritti umani, introducendo un’incomprensibile disparità di trattamento tra cittadini europei e richiedenti asilo, e ignorava i rischi sanitari, che si sono infine verificati nella realtà. Ora che sono stati rilevati 35 casi di coronavirus all’interno del campo, si teme davvero la catastrofe. A nulla sono valsi gli scioperi della fame da parte degli ospiti di Moria e le manifestazioni di dissenso in diverse città europee – l’ultima a Berlino, davanti al Bundestag, sabato scorso.

Aggiornamento (15:30, 9 settembre 2020)

La reazione di Bruxelles

Durante la mattinata i commissari Johansson e Schinas hanno espresso l’impegno dell’Unione europea a supportare il governo greco nella gestione dell’emergenza, sottolineando che la priorità è offrire rifugio a chi ha perso alloggio – secondo quanto riportato dalla giornalista Stevis-Gridneff alcuni di essi saranno ospitati temporaneamente su una nave finanziata dall’Ue. Il commissario Johansson si è anche fatto portavoce dell’iniziativa di trasferire sulla Grecia continentale in giornata oltre 400 minori non accompagnati, che saranno poi ricollocati in altri paesi membri – non sono ancora noti ulteriori dettagli. Nel primo pomeriggio sono seguite la dichiarazioni di solidarietà da parte dei tre leader delle istituzioni europee – Charles Michel, Ursula von der Leyen e David Sassoli. La Commissione ha confermato inoltre che la Grecia non ha attivato il meccanismo europeo di protezione civile, che permetterebbe di mobilitare risorse comunitarie: in un’interlocuzione con il commissario Johansson, il ministro greco dell’immigrazione ha affermato che la situazione è “sotto controllo”.

Foto: Giorgos Christides

Chi è Giulio Gipsy Crespi

Diplomato in relazioni internazionali al Collegio d'Europa di Bruges, esperto in affari europei, commercio internazionale e politiche migratorie. Per East Journal si occupa di Grecia e Balcani occidentali.

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