BIELORUSSIA: Una rivoluzione auspicabile?

Riassuntino dei fatti

Continuano le manifestazioni di protesta in Bielorussia all’indomani delle contestate elezioni presidenziali che hanno portato alla riconferma di Alexander Lukashenko, al potere dal 1994. La vastità delle proteste è senza precedenti. Già in passato si è assistito a manifestazioni di dissenso che, tuttavia, si concentravano nella sola Minsk e riguardavano minoranze di oppositori. Questa volta l’opposizione, guidata da Svetlana Tikhanovskaya, ha saputo incarnare il crescente malcontento della popolazione, uscendo dalle ristrette cerchie dei circoli democratici della capitale. Circa 60mila persone – secondo i dati del governo, non dell’opposizione – hanno preso parte a un grande comizio tenutosi prima delle elezioni. Ma ad aver stupito osservatori e regime è stata la partecipazione agli eventi organizzati nei centri più piccoli e rurali, dove spesso si sono radunate migliaia di persone.

Il risultato elettorale, più che mai influenzato da brogli e violenze, è stato fin da subito contestato dall’opposizione. Ne sono seguite proteste che hanno coinvolto tutto il paese, da Minsk a Brest, da Vitebsk a Gomel, brutalmente represse dalla polizia, con circa seimila arresti e due morti in appena tre giorni, e un contestuale oscuramento della rete internet.

L’età del baratto

Non è certo una novità che Lukashenko venga rieletto con percentuali spropositate (circa l’80% in questa tornata) in quello che di fatto è un regime autoritario. La novità è che questa volta l’opposizione sembra godere di un vasto consenso, segno di una popolazione logorata dalla crisi economica. Si può tollerare, magari obtorto collo, un potere autoritario quando questo garantisce lavoro, sicurezza e un relativo benessere. Un patto sociale distorto dalla violenza del potere, ma pur sempre un patto. Tuttavia, se il potere non riesce più a garantire condizioni di vita accettabili, la violenza del potere viene sfidata. Finisce l’età del baratto. Comincia quella della rivoluzione.

Una rivoluzione auspicabile?

Rimuovere Lukashenko, promuovere elezioni democratiche, questo il programma dell’opposizione. Bello, senza dubbio. Ma non siamo nel mondo delle favole. Perché nel mondo delle favole non c’è la geopolitica, non ci sono gli interessi economici e strategici degli attori internazionali, non ci sono potentati locali, oligarchi, eserciti. In Bielorussia tutto questo c’è. La Bielorussia è un paese cerniera, vicino al mondo baltico e polacco, ma anche profondamente russo. Un paese dall’identità complessa che rischia di cadere nell’usata contesa tra Europa e Russia, come già è accaduto agli ucraini. E come accaduto agli ucraini c’è il rischio di scivolare nel conflitto militare. La rivoluzione ucraina è un monito per tutti. A cosa è servita? Ha portato al passaggio di potere da un’oligarchia filorussa a un’oligarchia filo-occidentale, all’occupazione militare della Crimea e al conflitto in Donbass. La popolazione non sta meglio. E il paese non è comunque libero.

Europa Europa!

In un precedente e ottimo articolo pubblicato su questo giornale si invoca l’intervento dell’Unione Europea. Il precedente ucraino porterebbe a sperare nel contrario. Aprire un nuovo fronte con la Russia brandendo le usate armi – i diritti umani, la democrazia – per estendere la propria influenza economica su Minsk appare assai poco umanitario. Né proporsi come arbitri sarebbe credibile alla luce del fatto che i paesi europei, come tutti d’altronde, perseguono i propri interessi. Ma possiamo contare sul cinismo. A differenza del goloso boccone ucraino, la Bielorussia ha poco da offrire. Il gioco non vale la candela. E la candela è il Cremlino.

Contractors dal Cremlino

Da sempre la Russia cerca di controllare e influenzare la Bielorussia. Da sempre Lukashenko ha fatto buon viso a cattivo gioco, evitando l’abbraccio più stretto senza sottrarsi ai convenevoli.

L’arresto a Minsk di trentatré dipendenti della Wagner Group, compagnia di contractors con sede a Mosca e impegnata in vari scenari, dal Donbass al Sudan, fondata da Yevgeny Prigozhin,  già cuoco di Putin,  apre una serie di interrogativi sul presente e sul futuro della Bielorussia.

Cosa ci facevano a Minsk quei trentatré mercenari russi? Avevano perso la coincidenza per il Sudan, dove la compagnia è impegnata. D’altronde avevano soldi sudanesi nel portafoglio e biglietti aerei, quindi erano di passaggio. Questa almeno è la versione della Wagner, poi confermata dal ministero degli Esteri russo. Ma secondo il comitato per la sicurezza nazionale bielorusso quegli uomini erano a Minsk per destabilizzare il paese e fomentare le proteste. A quale versione credere? Di sicuro c’è solo che Mosca non si farà cogliere impreparata.

La libertà è sopravvalutata

Cosa muove queste proteste, che sempre più assumono i caratteri della rivolta? Non si pecchi di ingenuità. Più che la libertà, è il benessere. Anzi, è la confusione tra libertà e benessere. Abbattere il dittatore e costruire una democrazia liberale, il che vuole dire maggiori possibilità di consumo. Almeno si spera. Questo è lo scopo. Così si realizza una convergenza tra classi borghesi, istruite, capaci di guidare il dissenso, pronte a prendere il potere, e una popolazione stanca e impoverita. Una convergenza temporanea. La libertà non c’entra molto. La libertà è decisamente sopravvalutata, alle persone non interessa la libertà. Piuttosto interessano il lavoro, la sicurezza, il benessere e le possibilità di consumo. In cambio di queste cose sarebbero pronte a cedere, in parte o del tutto, la propria libertà. Che farsene d’altronde?

Un dittatore vecchio stampo

Alexander Lukashenko questo l’ha capito, ma la crisi economica ha rotto il giocattolo. E per questo è destinato a cadere. Anche perché è un dittatore vecchio stampo, tutto manganello e censura. La gran parte dei moderni regimi autoritari ha invece imparato a offrire libertà contingenti, delimitate, ma apparentemente ampie.

Non serve vietare i social network, non serve censurare le notizie, non serve incarcerare il dissenso, non serve indottrinare gli studenti, non serve controllare gli spostamenti, questo porterebbe dritti alla rivoluzione. Basta riempire i social-network di sciocchezze e falsità, basta controllare i media ed emarginare il dissenso, basta svuotare la scuola di risorse e significato, basta che si possa andare dove si vuole e nessuno andrà da nessuna parte.

La ricetta è abbastanza semplice. Anche nei regimi democratici sta diventando di moda, basta una scusa qualunque, un’emergenza eternata, dei poteri speciali, un referendum per svuotare il parlamento, ed è fatta. Alla gente andrà bene. Restano pochi satrapi a non capirlo. Uno sta in Bielorussia. E dopo di lui, il diluvio.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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