Armenian soldiers of the self-proclaimed republic of Nagorno-Karabagh walk in trenches at the frontline on the border with Azerbaijan, on October 25, 2012. Armenia-backed separatists seized Karabakh from Azerbaijan in a war in the 1990s that left some 30,000 dead, and no final peace deal has been signed since the1994 ceasefire. AFP PHOTO / KAREN MINASYAN

NAGORNO-KARABAKH: Nuovi venti di guerra

Da TBILISI – Lo spettro di un conflitto tra Armenia e Azerbaigian è tornato a manifestarsi nel Caucaso lo scorso 4 luglio, dopo che due civili azeri, inclusa una bambina di due anni, sono rimasti uccisi nel villaggio di Alkhanli, situato nel distretto di Fizuli, nel Karabakh meridionale, in un attacco dell’artiglieria armena.

Come di consueto, le due parti si sono accusate a vicenda per questa ennesima escalation di violenza; il portavoce del Ministero degli Esteri di Baku, Hikmat Hajiyev, ha definito l’attacco contro obiettivi civili come “premeditato”, e i media azeri non hanno esitato a pubblicare le immagini del cadavere della bambina uccisa, definendo “barbare” le azione dell’esercito armeno.

In risposta, il Ministero degli Esteri della Repubblica de facto del Nagorno-Karabakh ha definito l’Azerbaigian come il vero responsabile della stuazione, in quanto avrebbe attaccato per primo le postazioni armene nella sera del 4 luglio. L’attacco armeno sarebbe stato, quindi, una risposta all’artiglieria azera, la quale si trovava proprio nelle vicinanze del villaggio di Alkhanli, dove sono morti i due civili.

La contesa per il controllo del Nagorno-Karabakh avvelena le relazioni tra Baku e Erevan fin da prima della loro indipendenza dall’Unione Sovietica (1991). Infatti la regione, essendo stata inclusa negli anni Venti nel territorio della RSS Azera, nonostante una popolazione a maggioranza  armena, con l’indipendendenza dell’Azerbaigian venne internazionalmente riconosciuta come parte del suo territorio, e come tale viene ovviamente considerata da Baku.

La zona, però, è passata sotto il controllo armeno nel corso di un conflitto conclusosi con un cessate il fuoco nel 1994. Per ragioni di opportunità, il Karabakh non venne, tuttavia, formalmente annesso all’Armenia, ma divenne uno stato de facto indipendente, senza però essere riconosciuto nemmeno da Erevan.

Nel corso dei vent’anni che hanno seguito la fine del conflitto, i negoziati guidati fin dal 1992 da una sezione speciale dell’OSCE definita come “Gruppo di Minsk” non hanno mai trovato un accordo definitivo per una piena risoluzione del conflitto.

Al confine tra Karabakh e Azerbaigian, trasformato in una vera e propria linea di fronte, gli spari e le perdite di giovani soldati da entrambe le parti sono quasi all’ordine del giorno. La situazione col passare degli anni è peggiorata, anche a causa della propaganda, che ha reso come un qualcosa di inaccettabile agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche ogni possibile accordo, e del riarmo dei due eserciti, che fa capire come essi contino più sull’opzione militare rispetto a quella diplomatica.

Nell’aprile del 2016, la tensione è sfociata in un conflitto aperto, ribattezzato, per la sua durata, “guerra dei quattro giorni”, che ha dimostrato quanto velocemente una schermaglia come quella della scorsa settimana, possa degenerare in scontro generale, lasciando sul campo centinaia di vittime.

Immagine: MassisPost

Chi è Aleksej Tilman

È nato nel 1991 a Milano dove ha studiato relazioni internazionali all'Università statale. Ha vissuto due anni a Tbilisi, lavorando e specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell'area caucasica all'Università Ivane Javakhishvili. Parla inglese, russo e conosce basi di georgiano e francese.

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