RECENSIONI: La vita dopo Auschwitz di Tadeusz Borowski

Tadeusz Borowski
Paesaggio dopo la battaglia
Traduzione dal polacco e cura di Roberto M. Polce
Lindau, Torino 2020
pp. 316, euro 24.00

La prima edizione italiana di questa raccolta di racconti di Tadeusz Borowski risale al 1988. Il curatore di allora, Roberto M. Polce, che è lo stesso ad aver oggi riproposto alle stampe un autore ancora poco noto in Italia, aveva scelto un titolo evocativo quanto appropriato. Paesaggio dopo la battaglia è un film di Andrzej Wajda del 1970, ispirato agli scritti di Borowski, in particolare alla novella La battaglia di Grunwald, che narra della liberazione di un campo di concentramento. La scelta rappresentava ieri come oggi un omaggio ambizioso quanto dovuto a un autore profondo e controverso, fra i più lucidi testimoni dell’occupazione e della deportazione nei lager nazisti.

Arrestato a Varsavia nel febbraio 1943 per la sua attività culturale clandestina e i contatti con gruppi di insurrezionisti, dopo due mesi nel carcere di Pawiak, il 29 aprile è trasferito ad Auschwitz come deportato politico non ebreo. Nei primi tempi è utilizzato come schiavo da sfruttare fino allo stremo e in autunno è ricoverato nell’ospedale per le sue critiche condizioni fisiche. Qui incontra, inaspettatamente, la sua salvezza: il capoblocco lo prende sotto la propria ala di protezione e lo nomina guardiano notturno. Nel marzo 1944, dopo una formazione approssimativa, diventa Pfleger, infermiere; ha cibo a sufficienza, riceve lettere e pacchi da casa, può muoversi abbastanza liberamente, riuscirà persino a incontrare la sua fidanzata Maria internata nel campo femminile. È allora che scopre la sua vocazione letteraria, scrive diverse poesie che girano fra i deportati e che purtroppo andranno quasi tutte perdute. Nella tarda primavera del 1944 è testimone dell’arrivo dei 400.000 ebrei ungheresi, destinati all’ultima massiccia operazione di sterminio, e il 12 agosto è coinvolto nell’evacuazione di Auschwitz, decisa a causa dell’avanzata dell’Armata rossa. Sarà trasportato in vari campi in Germania, fino alla liberazione di Dachau da parte degli americani il 29 aprile, che lo troveranno esausto, con solo 35 chili di peso addosso.

Da questo momento in poi la vita di Borowski subisce una sorta di frenetica accelerazione, che lo conduce, in un primo momento, da un campo per displaced persons alla vita libera a Monaco di Baviera. Qui riallaccia i contatti con Maria, fortunosamente sopravvissuta e ricoverata in Svezia, e avvia una feconda attività letteraria. Nel 1946 pubblica, insieme a Janusz Nel Siedlecki e Krystyn Olszewski, una raccolta di testimonianze della vita nel lager, dal titolo Eravamo ad Auschwitz. La bella scrittura di Borowski, accanto a uno sguardo lucido e per nulla indulgente sulle relazioni di potere che si svilupparono nell’universo concentrazionario, emergono immediatamente agli occhi di critici e lettori. A metà del 1946 prende l’improvvisa decisione di tornare in Polonia, a novembre si ricongiunge con la fidanzata, che sposa quasi subito, e nel 1947 pubblica in patria la raccolta Addio a Maria, che annovera due nuovi racconti oltre a quelli già stampati a Monaco l’anno precedente.

Borowski si scopre anche vivace polemista, trasferisce la sua vivida analisi del mondo dei lager nella critica letteraria di opere analoghe alla sua. Nel gennaio 1947 stronca senza mezzi termini il libro di Zofia Kossak-Szczucka, Dall’abisso, accusandola di aver dato della sua esperienza del campo una visione fredda e impersonale, in cui ha delineato una visione dicotomica in cui il male è tutto dalla parte dei nazisti e il bene risiede uniformemente nelle vittime e nei martiri di una tragedia che pare quasi una catastrofe naturale. Borowski, attanagliato dal senso di colpa di essere sopravvissuto, sentimento peraltro condiviso dalla maggior parte di quanti si salvarono, afferma invece che il lager è stato una realtà più complessa, che ha corroso gli animi di tutti e che la salvezza è arrivata solo a seguito di compromessi più o meno pesanti con le SS e i kapò. La stampa cattolica, dopo la sua recensione, si scatena contro di lui: lo accusa di cinismo e ipocrisia, se Borowski ha osato affermare che nei lager ci si salvava solo trafficando illecitamente con gli aguzzini, di chissà quali nefandezze si sarà egli stesso macchiato.

La memoria ossessiva di Auschwitz, la consapevolezza che violenza e disumanità hanno intaccato, anche se con i debiti distinguo, carnefici e vittime, che l’antisemitismo non è stato solo appannaggio dei tedeschi oltre all’ostilità dei suoi contemporanei trascinano Borowski in un gorgo di sofferenza sempre più cupa. Nel 1948 pubblica la sua ultima raccolta di novelle sul lager nel volume Il mondo di pietra e, su sua richiesta, è ammesso nel Partito operaio polacco, in procinto di compiere la svolta stalinista. Borowski, che sembra aver trovato nella politica attiva una nuova dimora, subisce durante il Congresso della Lega dei letterati del 1949 l’ennesimo attacco. Sebbene il suo nome non sia mai fatto, i riferimenti a lui sono chiari così come le accuse pretestuose di «cinismo morale», «disfattismo etico» e «influssi occidentali». Il 19 febbraio 1950 arriva la sua replica sul giornale «Odrodzenie» che, a sorpresa, lungi dal configurarsi come difesa si mostra quale radicale autocritica, in cui rinnega tutta la sua precedente produzione letteraria. Figura tragica e paradossale, Borowski sposa senza reticenze il nuovo corso del realismo socialista, con ogni probabilità, spinto dalle esigenze contrapposte e inconciliabili di farsi accettare dal mondo e di accettare il proprio io ferito a morte ad Auschwitz. La sua acritica adesione ideologica, sebbene non esente da ombre, funge a tutti gli effetti da anestetico o, almeno, da ansiolitico contro i fantasmi diurni e notturni del lager. Non sarà, però, sufficiente. Pochi giorni dopo la nascita della figlia, avuta dall’amata moglie Maria, Tadeusz Borowski si suicida a soli 29 anni.

«Da Auschwitz non ci si può sentire assolti!», sembra essere il suo ultimo grido di dolore, ma anche il monito ai suoi lettori, presenti e futuri. Ecco perché la ripubblicazione dei suoi racconti è oggi più che mai attuale, non solo per chi non ha timore di affrontare gli anfratti oscuri del crimine più atroce del Novecento, ma anche per quanti già sono stati o intendono recarsi sui luoghi della deportazione e dello sterminio nazisti.

Chi è Donatella Sasso

Laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono: "La guerra in Bosnia in P. Barberis" (a cura di), "Il filo di Arianna" (Mercurio 2009); "Milena, la terribile ragazza di Praga" (Effatà 2014); "A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia" (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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