AZERBAIGIAN: La guerra del petrolio mette in crisi l’economia

Il prezzo dell’oro nero è crollato vertiginosamente a partire dal 6 marzo, giorno dell’ultima riunione dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC). La domanda, che aveva cominciato a diminuire a inizio febbraio per effetto della quarantena imposta dal governo cinese come contromisura alla diffusione del coronavirus, è precipitata in seguito al mancato accordo tra i due principali produttori, Russia e Arabia Saudita. Mosca, infatti, ha rifiutato la proposta degli sceicchi di diminuire la produzione di barili per evitare un calo del valore del petrolio. Di conseguenza, Riyad ha deciso di tagliare unilateralmente il prezzo al barile, che attualmente si aggira intorno ai 23 dollari per unità, un crollo di circa il 50 per cento. Questo braccio di ferro rischia di avere gravi conseguenze non solo per i protagonisti del conflitto: un potenziale effetto domino potrebbe far crollare l’economia di tutti i piccoli e medi produttori, incluso l’Azerbaigian.

La posizione di Baku

Grazie ai quasi 900 mila barili prodotti al giorno, l’Azerbaigian è, insieme a Russia e Kazakistan, tra i principali produttori di petrolio nello spazio post-sovietico. Questa preziosa risorsa può essere considerata a tutti gli effetti il carburante economico del paese. Dopo l’indipendenza, infatti, la politica economica azera si è immediatamente focalizzata sull’attrazione di investitori stranieri nel paese, dando vita a quello che è noto come “Contratto del secolo”: il primo presidente, Heydar Aliyev, firmò ben 26 accordi con 41 diverse compagne petrolifere provenienti da 19 paesi.

Grazie a questo vantaggioso accordo, il paese ha conosciuto, negli anni successivi, una straordinaria crescita trainata dall’export dell’oro nero. Tra i principali progetti finanziati con le rendite petrolifere vi sono l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il gasdotto trans-Adriatico (TAP) e la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars. A ciò, va aggiunto il Fondo Sovrano Petrolifero Azero, dove viene allocato il surplus economico derivante dall’export di petrolio. Queste risorse vengono reinvestite nella creazione del budget statale e dei principali progetti che permettono al paese di svilupparsi.

Tenuto conto di un simile indotto, è logico pensare che Baku corra il serio rischio di rimanere schiacciata nell’attuale braccio di ferro tra Mosca e Riyad. Solo nell’ultimo anno, i proventi derivanti dalla vendita di petrolio hanno fruttato circa 15 miliardi di manat (10 miliardi di dollari) allo stato caucasico. Questa cifra, e di conseguenza il budget statale annuale, vengono calcolati in base al prezzo medio per barile di petrolio, che prima di gennaio si manteneva stabile a 55 dollari.

Tuttavia, per il momento le autorità azere si sono dimostrate fiduciose, dichiarando a più riprese che questa crisi non avrà effetti a breve termine sull’economia locale. In una recente intervista alle emittenti locali, il ministro delle finanze, Samir Sharikov, ha dichiarato che le tasse per la produzione vengono pagate principalmente dalle compagnie affiliate e dall’azienda di stato (la SOCAR), sulla base di accordi prestabiliti, non venendo quindi influenzate dall’oscillazione dei prezzi.

A ciò si aggiungono le parole di Shakir Ragimov, presidente del Consiglio di vigilanza di Banka Respublika, una delle principali banche private del paese. Tra gli argomenti a sostegno della sua tesi, vi è il notevole accumulo di riserve auree avvenuto in seguito alla crisi del 2015. Il calo del prezzo del petrolio rese evidente alla leadership del paese la necessità di creare un salvagente da sfruttare in situazioni di emergenza come quella attuale. Per questo motivo, al momento l’economia azera è in grado di sostenere shock esterni avvalendosi delle risorse accumulate negli ultimi anni.

Presente stabile, futuro incerto

Nonostante la sicurezza mostrata dai vertici di Baku, vi sono diversi fattori esterni che potrebbero minare la stabilità del piano d’emergenza predisposto dal governo azero. La variabile principale che potrebbe alterare questo fragile equilibrio è senza ombra di dubbio il tempo. Infatti, tutte le previsioni fatte dagli esperti si basano su un futuro accordo tra Russia e Arabia Saudita e il raggiungimento di un compromesso a 45/50 dollari al barile. Se la situazione di stallo dovesse protrarsi a lungo, una ricaduta sui piccoli e medi produttori sarebbe inevitabile. Impossibile, inoltre, non tenere conto dell’attuale rallentamento della produzione in tutto il mondo dovuto al diffondersi del coronavirus: fintanto che la domanda rimarrà così bassa, il prezzo del petrolio non potrà che mantenersi al di sotto della media.

La liquidità delle banche e la stabilità del tasso di cambio, i due capisaldi dell’economia azera, verrebbero intaccati se il prezzo del petrolio dovesse mantenersi a lungo ai livelli attuali. Come spiegato da Forbes, in una situazione di prolungata emergenza le banche azere si vedrebbero obbligate a convertire le proprie riserve di manat, la valuta nazionale, in dollari, creando un calo di liquidità che si convertirebbe in un aumento del tasso d’interesse da parte delle banche centrali. Di conseguenza il valore della valuta nazionale, che con un tasso di cambio di 1,7 manat per ogni dollaro è tra i più forti nello spazio post-sovietico, andrebbe necessariamente svalutato per far fronte al persistere della crisi.

In sostanza, la buona salute dell’economia azera è legata a doppio filo alle scelte di Riyad: se gli sceicchi decideranno di prolungare lo scontro con Mosca, diverrà evidente come questa strategia sia volta non solo a uno scontro frontale con i loro principali rivali nella produzione di petrolio, bensì a danneggiare di riflesso tutti gli altri produttori, Stati Uniti in primis. Tuttavia, le possibilità che questo scenario si avveri sono limitate. L’Arabia Saudita è il paese che, più di tutti, basa la sua economia sugli introiti derivanti dalla vendita di greggio e sembra improbabile che possa permettersi di mantenere il prezzo del petrolio ai livelli attuali nel lungo periodo.

Immagine: le News

 

Chi è Carlo Alberto Franco

Nato a Torino nel 1994, inizia a interessarsi di Russia e affini grazie a una Laurea Triennale in mediazione linguistica. In seguito frequenta il MIREES di Bologna e trascorre vari periodi in Russia e Kazakistan. Nel tempo libero si dedica alla musica e alla letteratura.

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