POLONIA: Il governo vince il braccio di ferro sul museo di storia ebraica

Dopo un anno di stallo, il governo polacco ha vinto lo scontro con il direttore del museo di storia ebraica di Varsavia, che ha rinunciato al suo posto. Il conflitto si inserisce in una politica storica di ben più ampia portata.

Memoria o politica?

Da sempre il PiS (Diritto e Giustizia), attualmente al governo in Polonia, ha fatto della politicizzazione della memoria un asse portante della sua narrazione. Il partito si abbevera a una fonte nota: il messianismo polacco del XIX secolo, sorto quando il paese, diviso e dominato da forze straniere, cominciò a essere dipinto come il Cristo delle nazioni e i polacchi come popolo eletto, chiamato a grandi sofferenze ma anche a immensa superiorità morale.

Eroismo e “primato nella sofferenza” sono le linee guida della politica storica del PiS. Due esempi su tutti: il museo della rivolta di Varsavia, creazione del fu Lech Kaczyński, con la sua agiografica narrazione della rivolta del ’44; e l’attacco, vittorioso, portato avanti dal ministro della cultura Piotr Gliński, contro il museo della Seconda guerra mondiale di Danzica, reo di avere un taglio troppo internazionale e poco incentrato sull’eccezionalità del martirio polacco.

La memoria dell’Olocausto

Un punto particolarmente sensibile è il ruolo dei polacchi nell’Olocausto. Durante il comunismo in Polonia era credenza comune che il maggior numero di vittime dei campi di sterminio fossero i polacchi cattolici, e Auschwitz era reputato il luogo del martirio polacco per antonomasia. Solo dopo la caduta del regime è stato rivelato come le vittime fossero in larga maggioranza ebrei, e un crescente numero di pubblicazioni ha iniziato a gettare un’ombra sull’operato della popolazione cattolica polacca verso di questi.

Questo shock è stato interpretato negli ambienti conservatori, e nel PiS in particolare, come un attentato alla tenuta della nazione che va respinto a ogni costo. In questa situazione di tensione, il museo della storia degli ebrei in Polonia, il POLIN di Varsavia, si è trovato sotto il fuoco del governo.

Aperto nel 2013, il museo è gestito congiuntamente dalla municipalità di Varsavia, dal Ministero della cultura e dall’Associazione dell’istituto di storia ebraica. Fin dall’apertura il direttore è stato il professor Dariusz Stola, figura eminente degli studi ebraici nel paese e storico di spicco. Il museo tratta la storia millenaria degli ebrei in Polonia concentrandosi su vari aspetti della loro vita nel paese, evitando di focalizzarsi solo sull’Olocausto. L’enorme successo in termini di visitatori e qualità dell’esposizione ha garantito nel corso degli anni generosi finanziamenti dall’estero.

L’attacco al museo

Stola non è mai stato visto di buon occhio dal PiS: l’esibizione, a dire del ministro della cultura Gliński, omette il ruolo eroico dei polacchi nel salvataggio degli ebrei.

Il punto di rottura avviene nel 2018, quando due eventi danneggiano irreparabilmente la reputazione di Stola presso il governo: a gennaio il direttore del POLIN si incontra con dei funzionari del ministero della cultura che gli prospettano una donazione da 10 mln di euro per il museo da parte del governo norvegese. Stando a quanto riportato da Stola, gli uomini del governo vorrebbero dirottare metà della somma prevista verso un nuovo museo, ancora da mettere in piedi – il museo del ghetto di Varsavia – il cui futuro corpo direttivo sarebbe stato interamente nominato dal PiS. Stola rifiuta la proposta.

Nel corso dello stesso anno, Stola varca la linea rossa: un’esibizione sull’ondata di antisemitismo scatenata nel paese dalle autorità comuniste nel 1968 viene vista come la goccia che fa traboccare il vaso.

Lo scorso anno Gliński approfitta della scadenza del contratto quinquennale di Stola per non rinnovarlo, giustificando il tutto con ragioni tecniche: la posizione deve essere aperta a un concorso. Concorso che, però, Stola vince immediatamente.

A questo punto l’attacco si fa aperto: nel 2019 Gliński si ostina a non firmare il contratto di Stola, paralizzando il museo e mettendo a repentaglio le donazioni dall’estero, che vengono congelate dai donatori in attesa di sviluppi. È un braccio di ferro estenuante che si protrae per un anno, durante il quale Gliński sostiene che Stola abbia “politicizzato” il museo, conducendovi attacchi contro il governo, e che abbia rifiutato di organizzare una conferenza sull’operato di Lech Kaczyński riguardo la creazione stessa del POLIN. Accuse che Stola ha rispedito al mittente.

Dopo un anno di stallo, Stola si è recentemente fatto da parte per “il bene del museo”, lasciando il posto al suo ex vice Zygmunt Stepiński. Stepiński gode del supporto dell’ex direttore, del comitato direttivo e dei lavoratori del museo, e ha promesso di rimanere indipendente dall’influenza del governo.

Nonostante questo, è difficile che dopo una simile prova di forza del governo il museo POLIN possa permettersi un grande margine di manovra in futuro. Il controllo del PiS sulla narrazione storica in Polonia si fa sempre più forte ogni giorno ed è improbabile, al momento, immaginare un cambio di tendenza.

Foto: vista del museo, Facebook: @FriendsofPolinMuseum

Chi è Massimo Gordini

Studente all'Università di Bologna, ho vissuto a Cracovia, Mosca, San Pietroburgo e Stati Uniti per vari scambi. Curioso di tutto ciò che riguarda l'Europa centrale e orientale, per East Journal mi occupo soprattutto di Polonia.

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