UCRAINA: Quanto costa reintegrare i territori occupati?

Da KIEV – I territori delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk occupati dalla Russia di Vladimir Putin, prima o poi, torneranno in Ucraina. O almeno questa è la speranza che nutrono milioni di ucraini e che si è riaccesa in seguito alla riapertura dei negoziati tra Kiev e Mosca. Ma, al di là all’elevato prezzo per la pace, quali sono i costi che il governo ucraino dovrà affrontare per  reintegrare i territori del Donbass?

Un Donbass ucraino?

Gli eventi del 2014 hanno lasciato una traccia indelebile nella storia recente dell’Ucraina, tanto che oggi gli ucraini la dividono in due periodi: prima e dopo gli eventi di Maidan. La libertà e l’indipendenza raggiunte con la Rivoluzione della dignità e la fuga del presidente Viktor Janukovič sono sfocate, però, nel momento in cui la Russia ha illegalmente annesso la penisola di Crimea e dato il via a un conflitto armato nei territori orientali dell’Ucraina. Non una guerra civile, come molti tendono erroneamente a definirla, ma una guerra ibrida che conta oramai un numero di vittime superiore alle 13 mila. Tre milioni di ucraini vivono da oltre 5 anni sotto l’occupazione russa, spesso in condizioni di sopravvivenza, mentre più di un milione di sfollati hanno lasciato le loro case e stanno cercando di ricominciare una vita altrove, lontano dalle bombe

Il recente cambio di potere avvenuto con le elezioni presidenziali e parlamentari ucraine, ha spinto la popolazione a sperare nella fine di questo conflitto armato. In seguito allo scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca dello scorso settembre, e alla recente firma del presidente ucraino Volodymyr Zelensky della “formula Steinmeier la pace sembra essere a portata di mano, tanto che si parla già apertamente di come  reintegrare i territori del Donbass nello stato ucraino.

Ma se e quando questa regione “tornerà a casa” (non è detto, infatti, che i negoziati vadano a buon fine, né che il processo per reintegrare i territori avvenga in tempi brevi), la questione tocca la sfera non solo economica ma anche sociale: quanto può costare reintegrare le terre liberate, riallacciarne i legami economico-commerciali e, soprattutto, ripristinare delle condizioni di vita “normali” per la popolazione locale? 

Un bene per l’economia nazionale?

Il primo pensiero degli esperti è di natura strettamente economica. Se l’Ucraina torna in possesso del bacino del Donbass, zona fortemente industrializzata, ci sarà un aumento dell’economia nazionale ucraina?

L’industria carbonifera, chimica e siderurgica è la prima alla quale molti associano il Donbass economicamente. Secondo il dirigente dell’Istituto di ricerca energetica Dmitrij Marunič, il ritorno delle imprese metallurgiche della parte controllata attualmente dai separatisti del Donbass restituirà al paese diversi milioni di tonnellate di prodotti richiesti sui mercati esteri – acciaio, laminati, ecc. I più redditizi a questo proposito saranno gli impianti chimici e siderurgici di Alčevsk e di Jenakijeve (località nota per essere la città natale dell’ex presidente Viktor Janukovič). Un’evidente crescita del PIL che potrebbe sfiorare il 10% in soli due anni. 

Tuttavia, la perdita di diverse miniere situate attualmente nella zona controllata dai separatisti e l’interruzione dell’estrazione del carbone da parte di molte di esse non sembrano rassicurare tutti gli esperti. Ripristinare questi territori, renderli agibili, creare nuovi posti e condizioni di lavoro opportuni sembra un’impresa alquanto ardua da realizzare, che richiederà tempo e denaro. Negli ultimi anni la zona è cambiata sotto molti punti di vista. Ecologicamente si parla spesso di una “Chernobyl del Donbass” a causa della contaminazione di acque e terreni, per non parlare del problema delle mine, dei residui di guerra e delle condizione attuali delle infrastrutture più in generale (strade, edifici, case). 

In un recente intervento al forum di Mariupol per gli investitori stranieri, il presidente Volodymyr Zelensky ha stimato che la cifra preliminare per il finanziamento necessario per reintegrare il Donbass si aggira intorno ai dieci miliardi di euro. Una somma insufficiente secondo il parere del vicedirettore dell’Istituto nazionale di studi strategici Jaroslav Žalilo: “Potrebbe essere sufficiente a ripristinare trasporti e infrastrutture. Ma se parliamo di autosufficienza economica, questa cifra deve essere raddoppiata, come minimo”. 

L’esperto ha inoltre osservato che la presenza di conflitti armati scoraggia inevitabilmente qualsiasi investitore, nazionale o straniero. E la conferma è visibile nella diminuzione degli afflussi degli investimenti in Ucraina dopo il 2014. “Un cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sono condizioni importanti per l’intero paese”, ha riassunto Žalilo. In altre parole, la questione della sicurezza è fondamentale per reintegrare questa regione.

Nonostante l’idea di fondo che l’onere di pagare per le sue azioni in Donbass e Crimea ce l’abbia il governo di Mosca, l’esperto rimane con i piedi per terra e non considera la Russia una promettente fonte di finanziamento. Di conseguenza, la spesa ricadrà indubitabilmente sulle spalle degli ucraini

L’amministratore delegato della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) che opera nell’Europa centro-orientale e nel Caucaso, Matteo Patrone, ha assicurato che la comunità europea non lascerà l’Ucraina sola. La EBRD è pronta ad espandere le sue attività nell’Ucraina orientale e a condividere la sua vasta esperienza nel ripristino delle infrastrutture urbane dopo gli interventi effettuati in paesi come Kosovo, Macedonia, Bosnia e Serbia.

Non solo pura economia

Se da un punto di vista prettamente economico si può effettuare una stima più o meno concreta dei costi necessari per questa reintegrazione, la sfera sociale lo permette relativamente. Come e a quale prezzo affrontare la reintegrazione di una popolazione che vive da oltre 5 anni in un limbo infernale, dove bombe, assedi e coprifuoco sono all’ordine del giorno? Le infrastrutture di trasporto, la logistica, la comunicazione con la capitale e i centri regionali limitrofi richiedono miglioramenti affinché i residenti del Donbass non si sentano più un territorio separato e abbandonato, ma appunto “a casa”, allo stesso livello dei loro concittadini che abitano agli antipodi del paese.

Jaroslav Žalilo avverte che verranno naturalmente introdotti progetti sociali che richiedono investimenti significativi, ma che difficilmente saranno di interesse commerciale. Per tali progetti, si offre di attrarre fondi europei o extraeuropei e l’interesse di organizzazioni che offrono assistenza internazionale. Gli esperti osservano che bisognerà stilare un piano economico ben più ampio, che includa la sanità, le pensioni, le procedure di emissioni di passaporti ucraini, la scolarizzazione e l’istruzione conformi alle leggi nazionali.

Qualsiasi piano non sarà comunque in grado di restituire a nessuno la vita di migliaia di persone perite al fronte, né tantomeno quella vissuta da sfollati o da assediati in questi lunghi anni di guerra e distruzione

 

Immagine: Reuters

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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