epa12441966 The NIS company logo is seen in Belgrade, Serbia, 09 October 2025. U.S. sanctions targeting the Gazprom Neft-owned Naftna Industrija Srbije (NIS) have cut off the nation's primary crude oil supply, threatening to halt its only refinery and sparking fears of an energy crisis. EPA/ANDREJ CUKIC

SERBIA: L’ungherese MOL compra le quote russe della compagnia energetica NIS

Lo scorso 19 gennaio è arrivato l’annuncio atteso da tempo: la compagnia energetica ungherese MOL ha firmato un accordo preliminare vincolante con Gazprom Neft per acquisire la sua quota del 56.15% in Nafta Industria Srbije (NIS), la compagnia energetica serba proprietariaa dell’unica raffineria del paese. Belgrado sembra aver trovato un modo per accontentare Washington, Bruxelles e Mosca, facendo un accordo con il paese membro dell’Unione Europea più vicino alla Russia.

Sanzioni, deroghe e pressioni: l’origine della crisi energetica serba

L’acquisizione delle quote russe da parte di MOL era una possibilità già da gennaio 2025, quando l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti impose le prime misure contro la NIS, parte di un pacchetto di sanzioni punitive per l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia contro due dei più importanti produttori ed esportatori di petrolio della Russia, Gazprom Neft e Surgutneftegas. La NIS è infatti partecipata per il 45% da Gazprom, quote acquistate dal governo serbo nel 2008 per 400 milioni di euro, prezzo inferiore al valore di mercato. Per questo motivo l’accordo fu ampiamente criticato, ma comunque considerato politicamente necessario per garantire la lealtà russa e il suo supporto alla posizione della Serbia sul Kosovo, che quello stesso anno dichiarava unilateralmente la propria indipendenza da Belgrado.

All’annuncio americano di un anno fa seguirono poi una serie di deroghe, che permisero alla raffineria di Pančevo di continuare a lavorare e al presidente serbo Aleksandar Vučić di temporeggiare, in un periodo in cui la sua popolarità è ai minimi storici e il paese è scosso da proteste antigovernative da oltre un anno. Il 9 ottobre 2025 Washington decise di porre fine alle deroghe, e Belgrado si trovò costretta a prendere una decisione, a costo di entrare in una vera e propria crisi energetica.

Per la Serbia, quello con l’Ungheria è un accordo che cambierà drasticamente una dipendenza energetica che reggeva su Mosca dai tempi della Jugoslavia e negli ultimi decenni è stata alimentata da profondi legami ancorati alla comune fede ortodossa, alla memoria storica e a diffusi sentimenti antioccidentali. La crisi energetica è stata un altro sintomo delle pressioni contrastanti esercitate su Belgrado dalla guerra in Ucraina.

La fine della politica delle due sedie?

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha esercitato forti pressioni su MOL, sfruttando la propria rete internazionale e gli ottimi rapporti con tutte le parti coinvolte. Secondo l’analista Frauke Seebass, l’accordo serve gli interessi di Serbia, Ungheria e Russia. Per Belgrado, l’accordo è un’uscita immediata dalla crisi preservando il rapporto con la Russia, ancora politicamente prezioso visti gli alti tassi di approvazione tra l’opinione pubblica serba. Per Orbán, rafforza il suo ruolo di mediatore tra l’Unione Europea e la Russia, che può giocare a suo vantaggio in vista delle elezioni che si terranno ad aprile in Ungheria. Per Mosca, è un accordo che permette di preservare la propria influenza su Belgrado.

Chi sembra perdere è Bruxelles. L’Ungheria rimane il maggiore importatore di greggio russo dell’UE e ha avanzato progetti per nuovi oleodotti che potrebbero garantire il flusso di petrolio russo verso sud. Il timore è che il paese possa diventare un canale attraverso il quale la Serbia preserva i legami energetici russi, mentre l’UE è impegnata a eliminare gradualmente il petrolio e il gas russi entro il 2028.

Resta da vedere se questa uscita della Russia dall’unica raffineria serba porti alla fine della politica estera “multi-vettore” della Serbia, che da un lato conduce i negoziati di adesione all’Unione Europea, in stallo dal 2022, e dall’altro, preserva i legami con Russia e Cina. Tale politica è stata messa alla prova dall’inizio della guerra in Ucraina, che è sembrata segnare la sua fine. Non è stato così: Vučić dichiarò subito la sua opposizione all’invasione russa indicandosi a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, ma allo stesso tempo continua a rifiutarsi di imporre sanzioni, nonostante la forte pressione di Bruxelles.

Negoziati ancora aperti

Per entrare in vigore, l’accordo tra NIS e MOL sarà inviato agli Stati Uniti per approvazione. La data di scadenza per firmare il contratto è fissata al 31 marzo 2026. Il direttore generale di MOL ha rivelato dei negoziati in corso anche con Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), un’azienda statale petrolifera degli Emirati Arabi Uniti, che vorrebbe entrare come azionista di minoranza.

L’analista di gas e petrolio di Erste, Tamas Pletser, ha stimato il prezzo del pacchetto Gazpromneft a 1,4 miliardi di euro, ma ha affermato che la Russia avrebbe potuto chiedere un prezzo anche più alto. Secondo la ministra dell’energia serba Dubravka Đedović Handanović, la Serbia potrebbe migliorare la propria posizione nei negoziati, aumentando la partecipazione statale del 5% rispetto all’attuale 29.87%, così raggiungendo un numero di azioni che consenta maggiori diritti decisionali.

La Serbia sembra aver trovato un modo per risolvere la crisi energetica senza rompere completamente con Mosca, riuscendo al contempo ad accontentare Bruxelles e Washington. La politica delle due sedie di Vučić continua a reggere, ma resta da vedere per quanto.

Foto: Balkan Insight

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