BOSNIA: Banja Luka, in piazza per David

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa

Da ormai un mese e mezzo, ogni pomeriggio alle 18, la protesta occupa Trg Krajine, la piazza centrale di Banja Luka. Nata spontaneamente attraverso i social network, la mobilitazione quotidiana è in costante crescita, con il picco raggiunto il 21 aprile quando hanno manifestato circa 10.000 persone. Sono numeri enormi per una città che, negli ultimi anni, è poco abituata a manifestazioni non governative. Striscioni e magliette della protesta mostrano il volto stilizzato di un ragazzo spensierato con i dreadlocks e gli occhiali da sole. L’inno è una canzone dai ritmi hip-hop che recita così: “Sembra che non andrò lontano, perché sono solo un’altra pedina in questa storia. Non vado da nessuna parte, ho sbagliato, sono solo un altro ragazzo del ghetto”.

Il ragazzo con i dreadlocks e autore di questi versi è David Dragičević, 21enne studente di elettrotecnica dell’Università di Banja Luka, appassionato di reggae e hip hop. David è morto un mese e mezzo fa nella sua città, in circostanze ancora sconosciute. Da lì è sorta la mobilitazione Pravda za Davida (Giustizia per David), in un caso che continua a scuotere la società e tocca i vertici di potere della Republika Srpska (RS), una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina e cui Banja Luka è capitale.

Il caso

David Dragičević scompare a Banja Luka nella notte tra il 17 e il 18 marzo. Esce da un locale verso le 3.30 e da lì si perdono le sue tracce. Familiari e amici si attivano subito per le ricerche, organizzando una campagna sui social che ottiene forte sostegno da cittadini e media. Sono fiduciosi di ritrovarlo vivo, ma iniziano a circolare informazioni inquietanti, una su una lite notturna tra David e alcune persone, l’altra su un messaggio che David avrebbe inviato ad un amico: scrive che se gli accadrà qualcosa, la colpa è di un ragazzo di cui fa nome e cognome. Il 24 viene trovato il corpo senza vita di David, alla confluenza tra il torrente Crkvena e il fiume Vrbas, non lontano dal Kastel, la fortezza che domina il centro cittadino.

Due giorni dopo, il 26 marzo, la polizia della Republika Srpska illustra in conferenza stampa la propria versione, basandosi su una prima autopsia. “Tutto è iniziato da quel giorno, perché la famiglia e gli amici non hanno creduto a quella versione” spiega a OBCT un partecipante alle manifestazioni di “Pravda za Davida” che ci chiede l’anonimato.

La polizia infatti liquida la morte di David come accidentale, attribuendola all’annegamento nel torrente Crkvena (nonostante nel punto di ritrovamento del corpo l’acqua arrivi a malapena alle ginocchia) e rifiuta di continuare le indagini per omicidio. Per la verità l’autopsia rileva diversi ematomi lungo il corpo, considerati però lievi. Inoltre, nelle tasche di David sarebbero stati trovati alcuni oggetti (una chiave usb, un coltello svizzero, soldi) rubati nella notte della sua scomparsa in una casa vicina al luogo del ritrovamento. Su quest’ultimo episodio le autorità fanno ulteriore confusione. Il video che proverebbe il furto, una volta reso pubblico, appare insufficiente per riconoscere David e induce a pesanti sospetti che sia stato manipolato o fabbricato del tutto.

Pressato dalla famiglia e dalle prime proteste, il governo della RS affida una seconda autopsia a un patologo di Belgrado. Questi affermerà che il ragazzo è rimasto in vita alcuni giorni dopo la sua scomparsa, tra i due e i quattro. Si smentisce così la prima autopsia secondo cui David sarebbe morto la notte stessa. Il nuovo risultato avvalora l’ipotesi dell’omicidio, eppure il ministro degli Interni della RS Dragan Lukač continua a respingerla ed esclude così di riaprire le indagini.

Nel frattempo, diverse incongruenze nella gestione del caso accrescono malcontenti e sospetti. Ad esempio, il fatto che la polizia serbo-bosniaca abbia inizialmente assegnato il caso all’unità per il crimine organizzato, anziché a quella per il crimine ordinario. È una procedura del tutto insolita per una morte considerata “accidentale” di un ragazzo di 21 anni privo di alcun legame conosciuto con organizzazioni criminali.

La campagna Pravda za Davida e i media indipendenti chiedono spiegazioni, sospettano che con queste manovre la polizia stia depistando e coprendo i reali responsabili. Ma non arriva nessun chiarimento da parte ufficiale. Un altro aspetto inusuale è il ruolo passivo degli organi di giustizia. Molti si chiedono perché la Procura di Banja Luka non rilasci alcuna dichiarazione pubblica né intraprenda azioni di rilievo sul caso. Davor Dragičević, papà di David, afferma in un’intervista che il procuratore “ha mostrato prove che sono false, video in cui sostiene che appare mio figlio ma quello non è mio figlio. A quel punto ho detto agli avvocati che non firmerò alcun documento senza di loro”.

Le proteste

Il partecipante a Pravda za Davida spiega a OBCT: “Tramite il gruppo Facebook [alla stesura di questo articolo conta circa 127.000 membri, ndA] si sono organizzati cortei pacifici e quotidiani in Piazza Krajina, che durano fino ad oggi e in cui intervengono i genitori e i familiari di David, i suoi amici, e tanti cittadini comuni. Chiediamo alle istituzioni competenti che inizino a fare il proprio lavoro, e che lo facciano al servizio di tutti i cittadini, e non soltanto dei privilegiati”. Oltre alla mobilitazione, la piattaforma è servita per confrontare collettivamente e diffondere la documentazione sul caso: “I genitori di David hanno diffuso documenti che contestano la versione delle autorità: foto, video, relazioni sulle autopsie. Oltre a questo, per la città si vedono gli adesivi con il volto di David, volantini, scritte, e il conto corrente per le spese del team di legali”.

Il papà di David, Davor Dragičević, è la figura più attiva e visibile della protesta. Si esprime ogni volta con voce bassa ma dai contenuti fermi e duri. Scandisce lentamente i nomi e cognomi dei vertici istituzionali che lui considera “corresponsabili” dell’omicidio finché non verrà stabilita la verità: il ministro degli Interni e il capo della polizia della Republika Srpska; i capi delle due unità criminali della polizia; il procuratore di Banja Luka. Davor Dragičević è un veterano di guerra, avendo combattuto nell’esercito della RS. Le sempre meno velate accuse di politicizzare e sobillare la causa che arrivano dal governo della RS non sembrano nemmeno sfiorarlo. “Sono qui solo per la verità e la giustizia”, ripete spesso.

Il caso di David ha acquisito un profondo valore politico. In appoggio a Pravda za Davida, i partiti di opposizione serbo-bosniaci hanno convocato una sessione speciale del Parlamento della RS sulla “situazione della sicurezza nell’entità”. È uno smacco per l’apparato di potere di Milorad Dodik, che ha fondato il proprio consenso proprio su una concezione ossessiva della sicurezza, intesa come confini, storia e simboli patriottici della Republika Srpska da difendere dagli avversari esterni. Il partito di Dodik, SNSD, sta gestendo la situazione con crescente difficoltà e le posizioni contraddittorie di alcuni esponenti fanno pensare a qualche conflitto interno o, secondo alcuni, al panico che il caso possa fare seri danni alla reputazione del partito in vista delle elezioni generali di ottobre. Lo stesso Milorad Dodik si è mostrato inizialmente conciliante, partecipando persino a una delle manifestazioni di Pravda za Davida e promettendo alcune concessioni al movimento. Questi gesti erano apparsi come una sconfessione del ministro dell’Interno, ma non hanno avuto un seguito concreto. Il 5 maggio, anzi, Dodik ha reagito per la prima volta con aperta insofferenza, lamentando che il caso è stato “politicizzato” e che non può essere risolto “in strada o in piazza”.

Verità, media e politica

In una vicenda che è l’ennesima battaglia per la verità combattuta in Bosnia Erzegovina, il ruolo dei media è cruciale. L’attivista di Banja Luka sostiene che “la censura non è mancata neanche in questo caso, soprattutto per quanto riguarda l’emittente RTRS [di proprietà del governo della Republika Srpska], ma anche altri media. Mentre altri portali indipendenti, blogger e la televisione BN hanno offerto un’informazione più obiettiva. Questo dimostra il regime controllato in cui viviamo”. I media vicini al governo hanno per lo più stigmatizzato la figura di David, presentandolo come un deviante, ladro e tossicodipendente, il solo colpevole del proprio destino.

Ora il discredito di istituzioni e media si sta spostando sulla stessa mobilitazione, con tinte apertamente paranoiche. A inizio aprile il capo della polizia della RS sosteneva, riferendosi direttamente a Pravda za Davida, che “alcuni stanno usando una tragedia per raggiungere degli obiettivi”, giungendo ad affermare che “nelle reti sociali, alcuni servizi di intelligence occidentali si sono inseriti per creare informazioni. Qui di ogni evento si cerca di creare un problema di sicurezza, ignorando i reali pericoli in Bosnia Erzegovina: terrorismo, movimenti salafiti e wahabiti, paramoschee” e un lungo eccetera.

Un articolo recentemente pubblicato da RTRS alludeva a un nesso tra interessi statunitensi e le “proteste con il pugno alzato” che si manifestano a Banja Luka (il pugno è uno dei simboli di Pravda za Davida). L’articolo indicava un parallelo tra queste proteste e Otpor, il movimento anti-Milošević nella Serbia del 2000 che è uno dei paradigmi negativi dell’ingerenza euro-atlantica nell’universo della destra sovranista a cui il partito di Dodik di fatto appartiene. Disarmante è stata la risposta di Davor Dragičević: “Ci dicono che il pugno sollevato è Otpor, è terrorismo, è rivoluzione. Invece è solo il mio pugno destro. Siete voi i distruttori della Republika Srpska, non noi”.

Le accuse di mercenari e traditori sono una costante nella Republika Srpska e il gruppo Pravda za Davida sembra averne piena coscienza. Il partecipante che abbiamo intervistato riflette: “Gli individui del gruppo stanno agendo di fatto come un movimento sociale. Ma sottolineano sempre che cercano unicamente giustizia e verità, che si scoprano esclusivamente assassini e mandanti. È chiaro che non si arriva a giustizia e verità senza azione politica, ma è importante sottolineare che da noi la parola ‘politica’ crea confusione e disgusto. Fin dall’inizio della protesta gli organizzatori invitano alla pace e alla dignità, senza ingerenze politiche. Nessuno crede ai nostri politici, tutti sanno che il loro unico obiettivo è stare al potere e per farlo sono pronti a qualunque cosa. Da anni chiunque la pensa diversamente o si ribella, è subito etichettato come mercenario straniero, distruttore della Republika Srpska ecc. Quindi non importa che l’azione sia ‘politica’. L’importante è mantenere l’attenzione alta e non permettere che la nostra lotta sia contrastata. Quest’anno ci saranno le elezioni e dobbiamo aspettarci qualche provocazione. Solo restando uniti possiamo giungere alla verità e giustizia per David”.

I “casi silenziati”

Il caso di David Dragičević ha aperto, forse per la prima volta, uno squarcio di attenzione più profondo sui cosiddetti “casi silenziati” (zataškani slučajevi) della Bosnia Erzegovina. Si tratta di vicende mortali violente, di norma in scontri stradali, in cui la versione delle autorità competenti appare frettolosa, incompleta o del tutto diversa da quella di familiari e giornalisti indipendenti. Questi, sulla base di contro-prove, testimonianze e analisi degli atti, denunciano pubblicamente come responsabili per nome e cognome individui che appartengono a forze di polizia, ad alte schiere politiche e istituzionali, o familiari diretti di questi, tutti soggetti che rimarrebbero immuni da ogni indagine grazie a un settore giudiziario largamente compiacente, corrotto e inefficiente.

Prima di David, due erano i casi più conosciuti: quello di Dženan Memić, ventiduenne vittima a Sarajevo nel 2016 di uno scontro stradale (secondo le autorità) o di una aggressione camuffata da incidente per coprire i responsabili (secondo la famiglia); e quello di Nikola Đurović, ventunenne investito mortalmente a Banja Luka nel 2011 da un’auto che i familiari sostengono con certezza fosse guidata da un alto funzionario della RS nonostante sia stata (lievemente) condannata un’altra persona. Ora stanno affiorando molti altri “casi silenziati”: Jovan Arbutina di Banja Luka, Alen Šehović di Sarajevo, Danijela Aranđelović di Tuzla, Ivona Bajo di Bijeljina, per citarne alcuni.

Sono casi spesso noti solo a un pubblico locale, e le scarse e frammentarie informazioni reperibili online non sempre permettono di confermare la piena attendibilità delle versioni non-ufficiali. Ma la carenza di trasparenza, di professionalità e di empatia da parte degli organi giudiziari e di polizia emerge in modo costante, incontrovertibile e inquietante. Tutto ciò innesca una spirale di profonda sfiducia verso le autorità pubbliche, ma testimonia anche l’inesauribile tenacia di tante piccole battaglie per verità e giustizia sparse per la Bosnia Erzegovina. Queste battaglie si sono fatte strada da sole prive di sostegni e intermediazioni in un tessuto sociale marcato dall’appartenenza a un gruppo che i familiari sfidano facendo nomi e cognomi dei responsabili dopo pazienti e dolorose ricostruzioni.

“Adesso ci accorgiamo di quanto siamo insignificanti nelle vite di coloro che hanno una posizione”, ha scritto una blogger di Banja Luka. Pravda za Davida ha però aperto uno spazio di visibilità e di espressione a queste battaglie sparse. Uno spazio che è trasversale, se c’è bisogno di dirlo, ai confini “etnici” e amministrativi della Bosnia Erzegovina. Nei giorni più caldi della mobilitazione, il papà di David ha voluto recarsi da Banja Luka a Sarajevo per incontrare Muriz Memić, il papà di Dženan Memić, per darsi sostegno e consigli reciproci. Il manifestante di Pravda za Davida da noi intervistato commenta: “Questa lotta è stata appoggiata da persone di altre città della Bosnia Erzegovina e della regione. Oltre alla giustizia per David, cerchiamo giustizia anche per Nikola, Dženan, ecc. Uno slogan ricorrente è ‘Non vi perdoneremo per i nostri figli’, e questo si può interpretare come la linea rossa che non permetteremo di passare, non permetteremo che tutto passi e resti impunito. Su questo tutti sono d’accordo”.

Chi è Alfredo Sasso

Alfredo Sasso
Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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