BREXIT: Una critica da sinistra all’UE, ecco i laburisti euroscettici

Leave” o “remain“, lasciare o restare. Sembra che ci siano due posizioni ben delineate sulla questione Brexit: da una parte quelli che odiano l’UE e che vogliono lasciarla. Dall’altra coloro che, pur riconoscendone i limiti, vogliono restare nell’Unione invocando future riforme. Ma il voto britannico non verte su ciò che l’UE potrebbe essere ma su ciò che è ora. I due campi appaiono nettamente connotati, con le forze della reazione (nazionalisti, patriottardi, ultraconservatori, xenofobi, fascistelli) schierate per il “no”, e quelle del progresso (liberali, laburisti, socialisti, internazionalisti, terzomondisti) a favore della permanenza nell’UE. L’omicidio di Jo Cox, deputata laburista, da parte di uno psicolabile invasato sostenitore del “no” all’Unione Europea, sembra confermare che barbarie e ignoranza alberghino in quel campo.

I laburisti euroscettici

Tuttavia giova ricordare che uno dei leader del “vote leave” è Gisela Stuart, deputata laburista, tra i fondatori della campagna per lasciare l’UE. Non si tratta di un caso isolato, come ci ricorda Oliver Huitson, giornalista, già co-direttore di Open Democracy, attualmente a capo dell’ufficio stampa dei “Labour Leave“, ovvero i laburisti che vogliono lasciare l’UE. Le ragioni dei laburisti euroscettici sono molte e ben diverse da quelle dei nazional-conservatori. Non è l’immigrazione, diventata centrale nel dibattito sulla Brexit, a interessarli. E’ la democrazia. Scrive Huitson:

“Avendo seguito spietata distruzione della Grecia e dei suoi lavoratori da parte dell’UE, dopo aver visto come gli accordi legati al TTIP venissero condotti in modo oscuro e segreto da parte dell’UE, anche molti dei favorevoli alla permanenza del Regno Unito nell’Unione si sono disamorati, tuttavia essi vedono in Bruxelles il male minore. Una posizione che rispetto. Non nutro invece simpatia verso quei liberali che descrivono l’UE come l’incarnazione del progresso umano e garante della pace: ‘l’Unione Europea o le camere a gas!’ hanno detto“.

Dopo l’UE il diluvio?

Huitson coglie in pieno l’aspetto più nefasto dell’europeismo inteso come dogma, come necessità ineluttabile, che lo pone a valore supremo ceduto il quale solo orrore e distruzione potrebbero esistere. La paura delle conseguenze per la fine dell’UE è il più forte argomento a favore dell’UE, e su quella paura occorre soffiare, allontanando i comuni cittadini dall’idea che ci sia alternativa all’Unione Europea, dipingendo come estremisti e nemici della democrazia coloro che quest’alternativa propongono. “Non c’è un’alternativa democratica all’Unione Europea”, tuonò Jean-Claude Juncker, dimenticando che è l’Unione Europea a non essere democratica.

Lo sprezzo della democrazia

“L’UE non ritiene i piccoli cittadini europei degni di eleggere il proprio esecutivo. E’ la Commissione, che nessuno può eleggere, e non il Parlamento eletto, che fa le leggi ed esercita il vero potere“, continua Huitson. “La rinuncia a un pilastro fondamentale come il diritto di scegliere i propri legislatori deve almeno valere la certezza che costoro agiscano nell’interesse delle persone, ma così non è”.

E qui Huitson introduce un tema importante per qualsiasi individuo, o formazione politica, che voglia dirsi anti-autoritario, democratico o di sinistra: il TTPI. Si tratta di un accordo di libero scambio tra UE e Stati Uniti d’America, ormai quasi naufragato nelle pieghe degli interessi opposti, che per lungo tempo è stato portato avanti in modo oscuro, con trattative segrete, da parte della Commissione europea. Se si voleva sapere qualcosa di più sui negoziati del TTPI occorreva leggere i giornali americani. Quando a Cecilia Malmstrom, commissario europeo responsabile dei negoziati, è stato ricordato che i cittadini europei hanno il diritto di sapere cosa riguardano gli accordi del TTPI, la risposta è stata: “Non ricevo il mio mandato dai cittadini europei“. Vale a dire che gli europei non hanno diritto di sapere.

Una critica da sinistra all’UE

Huitson esprime la posizione dei Labour Leave quando dice che “il TTPI mette a nudo i principi guida della moderna UE: creare il miglior ambiente aziendale possibile, con barriere minime per il profitto. Purtroppo questo si scontra spesso con gli interessi dei lavoratori, dei cittadini e dei contribuenti. Tutto questo fa parte della globalizzazione economica, di cui l’UE è un protagonista chiave: maggiori profitti, salari più bassi, meno persone sul libro paga e una forza lavoro indebolita”.

L’Unione Europea, quindi, si presenta agli occhi dei laburisti euroscettici come un’espressione dell’ortodossia neoliberista: mercato unico, armonizzazione, privatizzazione, accesso transfrontaliero. Un unico grande bacino di manodopera da cui pescare chi si offre al minor costo. Senza contare il passaggio del potere dalla sfera democratica alle mani di tecnocrati. In ultima analisi, la subordinazione del sociale al mercato. Una posizione che ha ben poco a che vedere con il berciare xenofobo di Nigel Farage o di altri anti-europeisti, britannici o nostrani, che invocano un ritorno al nazionalismo. Qui si tratta di democrazia, diritti, lavoro.

L’unità europea è stata il più grande sogno delle generazioni che hanno vissuto nel continente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Ma il sogno ha preso a tramutarsi in incubo. Indipendentemente dall’esito del referendum britannico, la posizione dei Labour Leave si profila come una concreta critica da sinistra all’UE. Una critica che molti partiti di sinistra in Europa fatica a far propria, preferendo spesso un conformismo acritico o pilatesco.

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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