NAGORNO-KARABAKH: Ankara pronta a sfidare la Russia nel Caucaso

La Turchia è pronta a svolgere un ruolo di primo piano nel difficile processo di risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, piccola regione montuosa del Caucaso meridionale contesa da oltre vent’anni da Armenia e Azerbaigian. Questo è quanto emerso dalle recenti affermazioni fatte dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, che interpellato riguardo alla problematica disputa territoriale che divide armeni e azeri ha dichiarato come la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh sia un problema di primaria importanza per la Turchia, aggiungendo che per l’Armenia sarà impossibile normalizzare i propri rapporti con la Ankara finché l’esercito di Yerevan non avrà abbandonato i territori occupati dell’Azerbaigian.

Il conflitto per il possesso del Nagorno-Karabakh è scoppiato nel 1988, con il verificarsi dei primi scontri violenti tra armeni e azeri, e si è trasformato in vera e propria guerra nel 1992, in seguito alla decisione del Parlamento locale di proclamare la propria indipendenza dall’Azerbaigian. La guerra è durata circa due anni, e ha lasciato sul campo circa 30.000 vittime. Nel 1994 i due paesi hanno firmato l’Accordo di Bishkek, che ha congelato di fatto il conflitto, anche se da allora lungo il confine tra Armenia e Azerbaigian si sono registrati continui scontri armati, soprattutto negli ultimi due anni.

Il conflitto d’interessi con la Russia

Le dichiarazioni di Çavuşoğlu riguardo alla questione del Karabakh non sembrano però essere state un avvertimento rivolto alla sola Armenia. Il messaggio lanciato dalla Turchia, pronta a giocare un ruolo di maggior rilievo nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, è in parte diretto anche alla Russia, paese che ha grandi interessi nella regione, e che attualmente è sempre più in rotta con Ankara, soprattutto in seguito all’abbattimento del Sukhoi-24 russo colpevole di aver violato lo spazio aereo turco durante un raid nei cieli della Siria nord-occidentale; episodio al quale Mosca ha prontamente risposto con pesanti sanzioni.

La Russia ha sempre considerato il Caucaso come il proprio near abroad, ovvero una sfera d’influenza esclusiva, e per questo non ha mai gradito l’idea che altre potenze potessero insidiare la sua egemonia nella regione. Un esempio può essere dato dalla Seconda guerra in Ossezia del Sud del 2008, nel corso della quale i russi non si sono limitati a liberare la regione di Tskhinvali dalle milizie georgiane, ma si sono spinti fino alle porte di Tbilisi, lanciando un chiaro messaggio alla NATO e soprattutto agli Stati Uniti, pronti a fare entrare la Georgia nell’Alleanza atlantica.

Proprio per l’importanza strategica che viene attribuita alla regione, Mosca vedrebbe un eventuale tentativo turco di svolgere un ruolo di primo piano nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh come un’intromissione nei propri affari privati; un’intollerabile violazione del proprio spazio vitale. A partire dallo scoppio della guerra nel 1992 infatti, Mosca ha sempre tenuto in mano le redini del conflitto, armando e finanziando prima l’una e poi l’altra parte, fino ad arrivare al pilotato Accordo di Bishkek, che ha congelato il conflitto senza però risolvere la situazione di forte instabilità che si era creata nella regione.

Il doppio asse russo-armeno e turco-azero

Data la ormai sperimentata inefficacia del Gruppo di Minsk, creato dall’OSCE nel 1992 per cercare di raggiungere una soluzione pacifica al conflitto del Nagorno-Karabakh attraverso l’aiuto della diplomazia internazionale, la Russia ha così deciso di prendere in mano personalmente la situazione, determinata a salvaguardare lo status quo della regione. Grazie alla forte autorità che Mosca esercita nel Caucaso, e soprattutto in mancanza di concrete alternative, Armenia e Azerbaigian hanno finito così per legittimare la Russia nel ruolo di principale mediatrice del conflitto, attribuendole in questo modo un ruolo di fondamentale importanza. Se la Turchia provasse però a contrapporsi in maniera decisa a Mosca nel ruolo di mediatrice del processo di pacificazione del Karabakh, i fragili equilibri attualmente esistenti verrebbero inesorabilmente spostati, portando alla creazione di un doppio asse russo-armeno e turco-azero.

Per l’Armenia la Russia rappresenta attualmente l’alleato più affidabile a livello regionale. Chiusa a est e ad ovest da due paesi ostili, negli ultimi anni Yerevan ha cercato di legarsi in modo sempre più stretto a Mosca, per ottenere in cambio la necessaria protezione del Cremlino ed evitare il totale isolamento politico. Nell’ottobre 2014 l’Armenia ha firmato l’accordo di adesione all’Unione Economica Euroasiatica, mentre lo scorso novembre ha firmato con Mosca un accordo per la difesa aerea del Caucaso. Negli ultimi mesi Yerevan ha consentito inoltre al Cremlino di aumentare la propria presenza militare presso la base n° 102 di Gyumri, diventata tristemente famosa un anno fa per essere stata il teatro del massacro di un’intera famiglia armena da parte di un soldato russo.

Data la grande importanza ricoperta dalla Russia nel processo di risoluzione del conflitto del Karabakh, la sempre più stretta alleanza con Yerevan ha iniziato a dare notevole fastidio all’Azerbaigian, che a sua volta vorrebbe che anche la Turchia si ponesse a capo dei negoziati. Secondo Baku infatti il Gruppo di Minsk, presieduto da Russia, Francia e Stati Uniti, per come è composto attualmente sarebbe troppo sbilanciato su posizioni filo-armene; per questo gli azeri hanno chiesto all’OSCE di sostituire il rappresentante francese con uno turco. Se la Turchia dovesse cercare di prendere in mano la situazione avrebbe quindi il pieno appoggio dell’Azerbaigian, che in questo modo si ritroverebbe dalla propria parte una potenza regionale in grado di fare da parziale contrappeso alla Russia, e allo stesso tempo mettere maggiore pressione all’Armenia.

Chi è Emanuele Cassano

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Studente di Scienze Internazionali con specializzazione in Studi Europei presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa dell'area del Caucaso, sia dal punto di vista politico che da quello storico e culturale. Dal 2012 è redattore di East Journal, mentre dal 2014 è coordinatore di redazione della rivista Most, quadrimestrale di politica internazionale. Parla inglese e francese e conosce basi di russo.

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