“I romeni volevano il comunismo con le banane”

La frase che provocatoriamente troneggia su questo articolo appartiene al giornalista romeno Cristian Tudor Popescu, che parlando dei mesi successivi alla rivoluzione del 1989 affermava lapidario: “La gente non voleva un reale cambiamento, voleva soltanto sostituire Ceausescu, avere calma e la possibilità di comprare banane“. Negli ultimi anni di comunismo persino il latte era diventato un bene di lusso, e le banane rappresentavano addirittura un alimento d’eccezione.

Quella di Popescu è’ una freddura probabilmente esagerata ma che rende la complessità e l’atmosfera che si respirava in Romania in quell’inverno-primavera del 1990, quando il paese si apprestava a celebrare le sue prime elezioni libere in 50 anni. Delle consultazioni che avrebbero dovuto fornire una guida nuova, una rottura netta col precedente regime, il simbolo di un nuovo inizio. Quel 20 maggio del 1990 i romeni scelsero come loro presidente un vecchio comunista; uno che, come lui stesso soleva sostenere “poteva cambiare il sistema perché lo conosceva a menadito dall’interno“. Ne am culcat cu Ceaușescu, ne am trezit cu Iliescu, ci siamo addormentati con Ceausescu, ci siamo svegliati con Iliescu. Considerando la quantità di voti ricevuti, deve essere stato un sonno piacevole.

Eppure Iliescu non avrebbe neanche dovuto candidarsi. Il Fronte della Salvezza Nazionale, la formazione che raggruppava le personalità più attive nelle giornate rivoluzionarie, inizialmente aveva promesso di tenersi fuori dalla tornata elettorale, per non usare la rivoluzione e le drammatiche giornate del dicembre ’89 come strumento di propaganda. Troppo forte per il vecchio Iliescu, tuttavia, il richiamo del potere, dal quale Ceausescu lo aveva previdentemente allontanato, fiutandone la non incrollabile lealtà. Un comunista d’altri tempi, con studi di ingegneria anche a Mosca, un’amicizia più o meno millantata con Gorbacev, e un saldo ateismo.

Eppure l’uomo d’apparato, l’immarcescibile comunista, è diventato il primo presidente della Romania democratica con una schiacciante maggioranza di voti. Nulla hanno potuto i due sfidanti, il liberale Radu Câmpeanu e Ion Rațiu, esponente del partito nazionale contadino, rinato dalle ceneri del suo predecessore interbellico messo fuori legge dai comunisti. Due personalità di livello, ma che si erano macchiati dell’inesorabile colpa di aver vissuto all’estero negli ultimi anni. “Non daremo mai il nostro voto a due uomini pasciuti che si son goduti l’Occidente mentre qui noi soffrivamo la fame”. E’ questa la sensazione più diffusa in buona parte della popolazione. I nuovi partiti vogliono fare piazza pulita di chiunque abbia avuto a che fare con il comunismo. Ma come si possono cancellare dalla vita pubblica milioni e milioni di persone che in misura più o meno maggiore con quel regime hanno dovuto scendere a patti. Come può capire la gente comune chi non ha vissuto le storture e le follie del sistema Ceausescu?

Che poi, per molti, il sistema non era così male. Era Ceausescu il problema, era per colpa sua che mancava il cibo, l’elettricità e il denaro. Se soltanto lui fosse stato eliminato, si poteva tornare agli anni ’60, quando si stava bene e il comunismo dava lavoro e case a tutti. Iliescu era l’uomo giusto, la figura rassicurante, un cambiamento tenue che potesse far credere che il comunismo era morto, ma non del tutto. Nessuno avrebbe dovuto temere epurazioni e pubbliche cacce alle streghe, o vergognarsi delle sue precedenti affiliazioni. Sarebbe andato tutto un po’ meglio di prima, senza infamia e senza lode, ma con le banane.

Qualcuno si ribellò, i giovani, gli studenti universitari. Scesero in piazza per manifestare, e il vecchio comunista agì come il suo predecessore, forse più brutalmente. Anche Ceausescu chiamava i minatori della valle del fiume Jiu per sedare possibili situazioni d’emergenza; lo fece nel dicembre 1989 per reprimere la rivolta a Timisoara, ma gli uomini delle miniere presero le parti dei manifestanti. Sei mesi dopo su presunta istigazione governativa (ancora non confermata, c’è un’inchiesta giudiziaria ancora in corso) i minatori arrivarono a Bucarest e massacrarono i dimostranti, provocando centinaia di feriti, cinque morti ma venendo subito dopo ringraziati pubblicamente da Iliescu. Ancora oggi a Bucarest in Piata Universitatii una stele ricorda l’inno dei giovani studenti, definiti con disprezzo golani, vagabondi.

 

Mai bine haimana, decât tradător                                Meglio accattone che traditore

Mai bine huligan, decât dictator                                    Meglio teppista che dittatore

Mai bine golan, decât activist                                         Meglio vagabondo che attivista

Mai bine mort, decât comunist                                       Meglio morto che comunista

 

Chi è Francesco Magno

Aspirante storico, nato a Messina nell'anno di grazia 1992, è stato adottato da Padova, ma col cuore rimane a Bucarest. Si occupa soprattutto di Romania e Moldavia, con qualche sporadica incursione in Bulgaria. Non ha ancora capito se è di destra o di sinistra, pensa di essere per le cose giuste. Sogna di fuggire con un grande amore nella campagna transilvana. Da settembre 2019 è direttore editoriale di East Journal.

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