CULTURA: “Alternativa mazziniana” di Francesco Leoncini

Francesco Leoncini
Alternativa mazziniana
Castelvecchi, Roma 2018
pp. 337, euro 35.00

In una stagione come quella attuale in cui, con particolare virulenza anche nell’area di Visegrád e nei Balcani, riprendono vigore i nazionalismi estremisti e il sovranismo si diffonde in tutta Europa come una malattia letale, la lettura di questo volume non può che offrire a tutto ciò una credibile alternativa, un’alternativa mazziniana, per l’appunto.

Francesco Leoncini, pur concentrandosi su un episodio chiave al termine della prima guerra mondiale, che, sebbene con le migliori intenzioni, non portò agli esiti auspicati, ripercorre la lunga tradizione di solidarietà internazionale verso i popoli slavi. Inaugurata da Giuseppe Mazzini, con la creazione della “Giovine Europa” nel 1834, fu rilanciata da personalità come il fondatore e presidente della Cecoslovacchia, Tomáš Garrigue Masaryk, e il politico croato Ante Trumbić, che si spese per la creazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Mazzini aveva, infatti, anche prospettato l’ideale della “Grande Illiria”, una coalizione statale degli slavi del Sud, con cui l’Italia sarebbe stata chiamata a intrattenere rapporti di pacifica vicinanza, soprattutto per la definizione dei reciproci confini, diatriba che invece si protrarrà fin dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Nel solco di questa cultura di apertura, di risveglio di nazionalità, in un’ottica di solidarietà e sostegno e mai di prevaricazione, politici e diplomatici italiani come Gaetano Salvemini e Umberto Zanotti-Bianco si adoperarono per convocare tra l’8 e il 10 aprile 1918 nella capitale d’Italia la «Conferenza delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria». Al termine dei tre giorni di lavori fu sottoscritto di comune accordo il «Patto di Roma». La spinta contingente alla conferenza va individuata sia nella sconfitta di Caporetto sia nel ritiro della Russia dal conflitto, eventi che rafforzarono il timore di un consolidamento delle truppe nemiche al confine, con la possibilità non remota di un letale sfondamento. La conferenza, che intendeva aprire vie diplomatiche di sostegno ai popoli desiderosi di intraprendere la via dell’autonomia, accolse le delegazioni cecoslovacca, jugoslava, polacca e romena cui si affiancarono rappresentanti francesi, inglesi e statunitensi. A Francesco Ruffini, giurista e già ministro dell’Istruzione, sotto l’egida del primo ministro Vittorio Emanuele Orlando, fu affidata la presidenza. Nei sette punti del Patto di Roma furono sottoscritti alcuni elementi essenziali di politica internazionale: il diritto all’autodeterminazione dei popoli nel rispetto delle minoranze, cui furono garantiti i diritti al mantenimento delle proprie specificità linguistiche e culturali. Tutti i convenuti identificarono nella Monarchia Austro-Ungarica l’ostacolo maggiore alla loro piena indipendenza; alcuni articoli specifici riguardarono i rapporti tra l’Italia e la futura nazione dei serbi, croati e sloveni, soprattutto in rapporto al tema scottante della definizione dei confini.

A queste nobili dichiarazioni, che ebbero grande risonanza internazionale, seguì, però, un immediato tradimento da parte italiana, cui ne seguiranno altri. Durante la conferenza del Comitato interalleato del 3 giugno il ministro degli Esteri Sonnino sottoscrisse la dichiarazione con cui le potenze alleate approvarono la creazione dello Stato polacco, dimenticando di sostenere la Cecoslovacchia. Alle richieste di spiegazioni da parte del politico ceco Edvard Beneš, anche’egli futuro presidente, Orlando e Sonnino risposero che, nonostante il loro appoggio indiscusso, non avevano voluto sostenere, indirettamente, la nascita di uno stato degli slavi del sud, che, neanche troppo velatamente, consideravano inferiori e un po’ barbari e con i quali intendevano aprire uno scontro in nome delle proprie mire territoriali, garantite dalle clausole del patto di Londra.

La suggestiva concezione politica dell’alternativa mazziniana sul breve e sul lungo periodo risultò perdente, già nel 1919 l’impresa di Fiume del velleitario D’Annunzio, ma in nome del mito della “vittoria mutilata”, rappresentò un primo passo di questo duraturo tradimento. Eppure, anche se non vittoriosa, questa idea di Europa improntata alla fratellanza nella differenza, all’apertura dei confini e al reciproco sostegno, non sembra essere così longeva, né tantomeno superata, ma riluce di tutta la sua stringente attualità.

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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